Congresso CGIL 22-25 gennaio a Bari. VINCENZO COLLA: ecco perchè mi candido


Abbiamo un documento comune con opinioni diverse su alcuni punti come infrastrutture, welfare e filiere innovative. Ma le differenze sono un patrimonio e vanno rappresentate tutte. Diamo voce al pluralismo e facciamo una sintesi per dare qualità”

Europa, cultura progressista, redistribuzione, infrastrutture, governo dell’innovazione della quale non bisogna avere paura. Il tutto puntando sui valori confederali, per bilanciare la democrazia che viene messa in discussione dalla disintermediazione proposta dal governo. Questi, in estrema sintesi, i punti centrali evidenziati dal segretario confederale della Cgil Vincenzo Colla nella conferenza stampa convocata a Roma per annunciare la sua candidatura alla guida del sindacato di corso d’Italia. Una candidatura alternativa a quella lanciata dal segretario generale Susanna Camusso sul nome di Maurizio Landini e che, ha detto Colla rispondendo alla domande dei giornalisti, non è nata per dividere il sindacato. “È evidente – ha chiarito – che nella nostra storia ci sono delle differenze. Abbiamo un documento strategico comune, ma opinioni diverse su alcuni punti, ad esempio infrastrutture, modello contrattuale, welfare e filiere innovative. Queste differenze sono un patrimonio e vanno rappresentate tutte. Diamo voce al pluralismo e facciamo una sintesi per dare qualità, altrimenti è solo un voto ‘contro’. Tutti insieme faremo una mobilitazione unitaria contro il governo, siamo gelosi della nostra autonomia e la dobbiamo preservare, non ho visto turbolenze in questa direzione. Della cultura progressista la Cgil ha bisogno, mentre questo governo ha una cultura valoriale che è contro quella confederale”.

Il primo baricentro, ha detto, deve essere l’Europa. “Si può e si deve cambiare – ha esordito Colla –, ma resta ancora il perimetro più democratico al mondo. Il problema è invece lo scontro evidente arrivato fino a casa nostra, e la cultura di questo governo è quanto di più lontano si possa pensare rispetto ai nostri valori”. L’altra priorità è “costruire una nuova cultura progressista” all’interno della quale c’è “un vuoto programmatico”. Più volte il sindacalista ha ribadito il suo duro giudizio sull’esecutivo che “prometteva Natale tutto l’anno” e oggi si deve scontrare con “la complessità che deve essere ricondotta alla verità. Fanno votare la fiducia alla manovra senza conoscere i testi, non era mai successo in Parlamento. Promettono il reddito di cittadinanza, ma poi non rivalutano le pensioni da 1.500 lordi. Quello che serve è invece una risposta alla discontinuità del lavoro, i giovani devono sapere che sono protetti per il futuro. Altrimenti salta la solidarietà che invece va programmata e progettata, capita, discussa”. Una cosa che si può fare subito, ha detto, “ è iniziare a redistribuire, visto che la crescita del 2019 all’1 per cento non creerà lavoro, ma si limiterà a mescolare quello che c’è, in un mix che incrementerà la bolla di povertà e precarietà”.


Quanto al posizionamento della Cgil, ci sono tre nodi da tenere presenti. Primo: “L’Italia è il Paese col più alto debito pubblico e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, con 200 miliardi di evasione ogni anno: non si può fare finta di non vederlo”. Il secondo riguarda innovazione, valore aggiunto e protezione: “Vuol dire avere un’idea delle grandi filiere innovative. Non possiamo dire no alla Tav e alle infrastrutture che portano il sistema sui binari togliendolo al trasporto su gomma, o alle filiere energetiche. Il problema della produttività non è il costo del lavoro, non scherziamo, ma il fatto che l’energia costi il 30 per cento in più rispetto agli altri paesi”. E infine sul ruolo del sindacato: “Deve tornare a essere autorità salariale e contrattuale, su questo non possiamo dare la colpa agli altri. Quindi nelle filiere bisogna contrattare a monte, i lavoratori più forti devono 'vedere' quelli più deboli (logistica, mensa, giovani, donne, precari). Si deve contrattare per tutta la filiera, è questa la vera sfida per il sindacato confederale. Un sindacato che non ha paura dell’innovazione ma vuole governarla”, e che può anche “progettare lo Stato 4.0, recuperando il valore del lavoro pubblico, non in termini ideologici. Un pubblico che sia in grado di progettare, però, deve stare con il privato che funziona”.

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