Il punto geopolitico dopo Aquisgrana...



Il governo May ha ricevuto la fiducia dal parlamento britannico. I dissidi interni erano a proposito dell’accordo con l’UE sui confini con l’Irlanda. Per Londra il fatto che l’Ulster possa rimanere nel mercato unico era (è) inaccettabile poiché significa il principio della perdita di sovranità effettiva sull’Irlanda del nord. La premier May ha così tentato di modificare il precedente accordo ma ricevendo un secco diniego da Bruxelles, ampiamente scontato. Di conseguenza l’opzione politica dell'uscita del Regno Unito dalla UE (Brexit) è di fronte ad una secca alternativa: o la conferma dell'accordo negoziato un anno fa con Bruxelles o un'uscita senza alcun accordo. E' ormai probabile l’ultima opzione visto che per Londra l’Ulster è un interesse (vitale) superiore rispetto ad un qualsiasi accordo con l’Unione europea.

D’altra parte la stessa UE (ancor di più a guida franco-tedesca dopo il trattato di Aquisgrana) aveva fatto sapere di non voler rinegoziare il passato accordo. Questa intransigenza europea, legittima, potrebbe essere letta come monito per futuri tentativi di riforma dell'Unione e della eurozona. Sembra anche lecito pensare - rebus sic stantibus - come le prossime elezioni europee siano sostanzialmente inutili al fine di scatenare eventuali cambiamenti strutturali.

L’esecutivo Lega-M5S ha dovuto modificare la manovra economica dopo l’intervento della Commissione europea. Dal 2,4% al 2%. Di fronte ai proclami iniziali di intransigenza l’esecutivo ha dovuto fare i conti con la realtà oggettiva: l’ultima parola spetta sempre a Bruxelles.

Quello europeo è un contesto che non lascia margini di manovra all’Italia. Da un punto di vista squisitamente politico Roma (terza economia europea, settima mondiale, con 60 milioni di abitanti) deve praticamente rinunciare ad una propria politica economico-finanziaria, completamente appaltata alle istituzioni europee (per non dire alle elites germaniche). Tale assunto vale per qualsiasi governo italiano. E’ uno scenario difficilmente sostenibile sul medio-lungo periodo.

Questo senza contare il trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania sottoscritto il 22 gennaio. In pratica può significare che i due paesi al centro del vecchio continente si proiettano verso una alleanza più stretta ma al di fuori dell’attuale Unione europea. Anzi, quest’ultima rischia di trasformarsi in uno strumento di potere di Berlino e Parigi versi gli altri paesi europei (e il resto del mondo). Il contesto geopolitico attuale è politicamente vantaggioso per la coppia franco-tedesca: il 'mantello protettivo' istituzionale di Unione europea e moneta unica (euro) permette infatti di appianare le inevitabili e storiche divergenze dei due paesi al centro dell’Europa, e per i piccoli paesi europei soprattutto ad est del Reno serve come protezione strategica contro l'influenza russa. L’Italia non rientra in nessuna di queste categorie.


Ai primi di gennaio il ministro degli esteri italiano Moavero si è recato in USA. Si è discusso di Libia, Russia, Iran ma soprattutto di Europa. Dagli Stati uniti vi è stata la conferma delle sanzioni alla Russia mentre sull’Iran l’Italia ne sarà ancora esentata. Dunque Roma e Teheran proseguono il proprio interscambio commerciale senza limitazioni. A proposito di Libia, Washington continua a sostenere l’operato italiano. In conclusione confermati i buoni rapporti tra Italia e Stati Uniti.

Ma come detto si è discusso in particolar modo di Europa. Moavero ha sottolineato le analoghe vedute tra i due paesi: necessaria una riforma dell’Unione ma senza una eventuale “Italexit”. Il ministro ha negato una possibilità di uscita italiana dall’UE rilevando come gli Usa vogliano un continente coeso politicamente. Tuttavia è doveroso sottolineare come una possibile riforma dell’Ue sia concretamente difficile, se non impossibile, senza una minaccia di uscita italiana. Visto che la Germania non sacrificherà la Francia per l’Italia, e viceversa la Francia non sacrificherà la Germania per l’Italia.

Sul finire dell’anno il Presidente del consiglio Conte si è recato in Libia per far proseguire la politica italiana di stabilizzazione del paese, incontrando sia Al Sarraj che Haftar.

E’ un riconoscimento indiretto della situazione sul campo.

Il paese è diviso in due (Tripolitania e Cirenaica) e la politica italiana mira ad una legittimazione di entrambi i soggetti libici per chiudere definitivamente l’instabilità permanente. Stesse coordinate per il generale Haftar. In attesa di un riconoscimento italiano, il militare in passato ha minacciato l’uso della forza. Nondimeno tale minaccia era velleitaria visto che le forze di Haftar non erano, e non sono, sufficienti per controllare l’intera Libia. Senza contare che l’Egitto, protettore della Cirenaica, non vuole il paese dominato da una delle due fazioni. Nondimeno Al Sarraj ha boicottato il summit della Lega Araba tenutosi a Beirut in gennaio, in esplicita polemica col paese ospitante (Libano)...

Francia e Turchia restano ai margini della contesa. Parigi propugna elezioni facendosi forte del legame con Haftar ma alla fine la controproposta italiana (legittimazione della Cirenaica alla pari della Tripolitania) è molto più rilevante. La proposta francese è puramente ideologica.

Dopo i consueti toni accesi fra i due “uomini forti” (Trump ed Erdogan), Turchia e Stati Uniti si sono accordati su una zona di sicurezza lungo il confine turco, ma nel territorio dei curdo-siriani. Tale area sarà presidiata dalle forze di Ankara. Washington ha dovuto cedere su un obiettivo minimo e vitale per la Turchia: la sicurezza nazionale in funzione anti-curda. Da sottolineare come così le aspirazioni curde saranno di nuovo una mera utopia. Infatti gli stessi curdo-siriani hanno proposto un'alleanza ad Assad in funzione anti-turca ma non ricevendo ulteriori sviluppi in proposito. D’altra parte la situazione siriana permane con pochi margini di manovra anche per la stessa Turchia: Assad, dopo aver ripreso Aleppo, è in una buona posizione militare senza contare gli appoggi di Iran, Russia e degli Hezbollah in Libano.



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