Servono investimenti e consumi per ricominciare a crescere


Nel dibattito nazionale e anche internazionale si intrecciano da anni le tesi più diverse su come rilanciare la crescita e la competitività dell’Italia, ma manca quasi sempre il riferimento ai dati reali e a ciò che è accaduto nella storia recente del nostro Paese. Il che è invece fondamentale per capire quali politiche economiche del passato abbiano più funzionato e quali meno. E per trarre da ciò indicazioni utili per il futuro.

Intanto andrebbe chiarito che, almeno in epoca recente, non è vero che tutta l’economia italiana cresca poco e sia sempre il “fanalino di coda” in Europa. Nel quadriennio 2015-18 il valore aggiunto complessivo della nostra economia è aumentato cumulativamente in termini reali del 4,6%: un dato apparentemente deludente se confrontato con quello di altri grandi Paesi Ue. Ma l’industria manifatturiera (+11,5%), il commercio (+11,4%) e i servizi di alloggio e ristorazione (+9,3%) sono cresciuti in Italia più del doppio del dato medio del Pil, mentre l’altra metà del nostro sistema produttivo è aumentata molto al di sotto della media nazionale o ha addirittura avuto una crescita zero.


Dunque, negli ultimi anni le riforme (tra cui quella del lavoro), i fondi per l’internazionalizzazione delle imprese e gli incentivi per gli investimenti tecnici e per la ricerca, nonché il rilancio della domanda interna, hanno accresciuto la competitività dei settori di punta della nostra economia reale. Lo dimostrano la crescita media annua composta del 2,8% del valore aggiunto della nostra manifattura nel 2015-18 contro il +2,7% della Germania e il +1,1% della Francia, nonché i massimi storici della nostra bilancia commerciale con l’estero raggiunti a cavallo tra il 2016 e il 2017 (vicini ai 50 miliardi di euro l’anno). Ma, senza l’ammodernamento e la ristrutturazione degli altri settori meno dinamici della nostra economia (tra cui i servizi pubblici centrali e locali, le infrastrutture e le reti, le banche, vari ambiti delle professioni e dei servizi privati), il Pil italiano non potrà mai fare miracoli. Anche per via dell’enorme mole di interessi sul debito pubblico che sottraggono risorse per lo sviluppo.


Il nodo demografico Un secondo elemento da tener ben presente per evitare di immaginare per il futuro tassi di crescita troppo ambiziosi e irrealistici è che la nostra dinamica demografica è - caso unico in Europa - in sensibile calo. Dal 2001 al 2014 la popolazione italiana era aumentata di 3,8 milioni di persone, mentre negli ultimi 4 anni è diminuita di 300mila unità, diversamente dalle popolazioni tedesca (+2 milioni dal 2014 al 2018) e francese (+760mila). Dunque, oltre alla componente delle opere pubbliche (purtroppo da tempo al palo), è venuta ora a mancare alla crescita del PIL italiano anche la componente endogena della demografia. In realtà, al netto della componente demografica negativa, nel quadriennio 2015-18 il Pil pro capite italiano ha meritoriamente chiuso un gap storico con gli altri due maggiori Paesi dell’Eurozona, aumentando a un tasso medio annuo composto (+1,3%) uguale a quello tedesco e francese, mentre i consumi privati pro capite italiani sono cresciuti in media (+1,5% all’anno) assai più di quelli tedeschi (+1%) e francesi (+1,1%).

Un altro elemento di cui essere consapevoli è che l’export è strategico per l’Italia per molte ragioni (tra l’altro, anche per mantenere un cospicuo surplus commerciale che controbilanci il finanziamento estero del nostro debito pubblico). Ma, purtroppo, l’export da solo non basta per far crescere in modo significativo il Pil, come dimostra anche il caso tedesco. Se consideriamo gli ultimi 9 governi italiani (che parte dal terzo trimestre 2001), il nostro Paese ha avuto, su 70 trimestri complessivi del periodo analizzato, 49 trimestri di crescita tendenziale del Pil (rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima). Ebbene, in tali 49 trimestri di crescita il contributo della domanda estera netta al Pil italiano è stato relativamente significativo, cioè superiore allo 0,5%, soltanto in sei trimestri. Mentre la domanda interna al netto delle scorte ha dato all’aumento del nostro Pil un contributo superiore allo 0,5% in ben 41 trimestri, di cui 33 trimestri in cui il suo apporto è andato addirittura oltre l’1 per cento.

Pertanto, l’obiettivo fondamentale dei decisori politici per far crescere la nostra economia dovrebbe essere quello di preoccuparsi di mantenere tonica la domanda nazionale. Il che significa, non potendo più come in passato incrementare i consumi finali della pubblica amministrazione per i noti vincoli di bilancio, agire su 4 linee: consumi delle famiglie; investimenti tecnici delle imprese; edilizia privata; opere pubbliche.

Tutto ciò premesso, qual è la lezione che possiamo imparare dal passato? Se analizziamo il periodo dal 2001 al 2018, possiamo osservare che, nei 70 trimestri considerati, il maggiore impulso alla crescita del Pil è venuto dai consumi delle famiglie o dagli investimenti tecnici (macchinari, Ict e mezzi di trasporto) oppure da una combinazione di entrambe queste voci di domanda interna, su cui concentreremo perciò la nostra attenzione.


Occupazione e 80 euro In particolare, il più forte incremento tendenziale dei consumi privati si è avuto nel terzo e nel quarto trimestre del 2015 (+2,3%, con un contributo record all’aumento del Pil in entrambi i trimestri dell’1,4%). Ciò è avvenuto in coincidenza con la piena applicazione su base annua degli 80 euro mensili e con la forte crescita dell’occupazione, soprattutto di cittadinanza italiana, generata dalle decontribuzioni e dal Jobs Act. La crescita tendenziale massima degli occupati italiani durante gli ultimi nove governi si è avuta proprio in quel periodo, con diversi trimestri consecutivi in costante aumento fino a toccare un picco di +390mila occupati anno su anno nel secondo trimestre 2016. Nello stesso trimestre si è anche raggiunto il massimo storico di crescita tendenziale dei dipendenti a tempo indeterminato di nazionalità italiana (+348mila). Dunque, meno tasse (pur con la necessaria gradualità consentita dalle finanze statali), sostegno ai redditi e più occupazione sono le chiavi di volta per avere più consumi e quindi più crescita del Pil.

Parallelamente, se consideriamo gli investimenti tecnici, i trimestri di più forte crescita tendenziale di questa voce negli ultimi 17 anni e mezzo sono stati il quarto trimestre 2016 (+14,8%), il secondo del 2018 (+12,6%) e il terzo del 2017 (+12%), durante la piena operatività del super-ammortamento e delle misure per l’industria/impresa 4.0. Si è trattato di incrementi record, mai visti prima.

Ma, adesso, lo stimolo degli 80 euro è ormai stato assimilato e può aiutare a mantenere i livelli di consumo raggiunti, ma non ad aumentarli ulteriormente; l’occupazione è in calo a causa della recessione che stiamo attraversando; e il crollo della fiducia ha bloccato gli investimenti delle imprese. Per ritrovare la via della crescita e degli investimenti, a questo punto, servirebbero, oltre a un immediato ripristino del super-ammortamento (ipotesi che il Governo starebbe vagliando in questi giorni), un taglio del cuneo fiscale e nello stesso tempo un forte rilancio delle opere pubbliche, in un’ideale staffetta con le misure che hanno ben funzionato nel recente passato.


Il mix ideale Anche se difficilmente il Pil italiano rivedrà nel prossimo triennio tassi di crescita tendenziali come quelli toccati tra la fine del 2015 e l’inizio del 2018. Ciò grazie alla efficace combinazione tra consumi delle famiglie e investimenti delle imprese raggiunta in quegli anni sulla spinta di un ottimo mix di politiche economiche, di cui però, incredibilmente, pochi osservatori hanno avuto (e hanno tuttora) contezza.



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