Debito pubblico a livelli record, peggio che nella seconda guerra mondiale. E nel 2019 salirà ancora

Un peso enorme, che ci portiamo dietro da anni. Si tratta del nostro debito pubblico, che ha raggiunto i 2.316 miliardi di euro lo scorso dicembre, il 132,1 per cento del Pil. Un valore che cresce, inesorabilmente: era il 131,3 per cento nel 2017. E quest’anno potrebbe salire al 132,8 per cento del Pil. Questo è il valore tendenziale che si legge nel Def (quello programmatico è pari al 132,6 per cento) e mostra gli scenari cupi per il nostro Paese, a causa di una crescita nominale bassa e malgrado le ipotesi di proventi che dovrebbero arrivare dalle privatizzazioni, pari nel 2019 all’uno per cento del prodotto interno lordo.


Per fare un confronto storico, ha superato del 22 per cento il picco raggiunto durante il secondo conflitto mondiale. E gli mancano solo 28 punti percentuali per eguagliare il punto massimo registrato dallo stato nel 1920. È una mole enorme, che si avverte ancor più gravosa considerando il tasso di crescita debole dell’econonia italiana. Mentre in Europa ci sono paesi che sono riusciti a tagliare parte dei rispettivi stock o a stimolare il Pil, disinnescando gli effetti esplosivi dell’indebitamento pubblico: dal Belgio all’Irlanda, fino a Danimarca e Olanda.


L’aumento del rapporto debito/Pil è stato provocato in parte dal rallentamento economico nazionale. Come si legge nel testo, per il 2019 l’indebitamento netto tendenziale è previsto pari al 2,4 per cento del PIL, mentre nell’aggiornamento di dicembre era proiettato al 2,0 per cento. Una revisione al rialzo dovuta alla minore crescita nominale prevista.

Nei prossimi anni il rapporto debito/Pil dovrebbe ridursi al 131,3 per cento nel 2020, 130,2 per cento nel 2021 e infine al 128,9 per cento nel 2022 secondo lo scenario programmatico. Tuttavia si tratta di un calo moderato. Il nostro debito è un macigno pesante e alcuni fattori ne mettono a rischio la sostenibilità nel lungo tempo, sottolinea lo studio preparato da The European House – Ambrosetti per l’ultima edizione del workshop “Lo Scenario dell’economia e della finanza”. Gli autori tracciano la storia del debito della Penisola, raccontandone l’evoluzione. E spiegano perché serve un cambio di passo, per tenere a freno questa dinamica che influenza la percezione del rischio paese e ha un impatto negativo sul sistema produttivo nazionale.

Il rapporto tra debito pubblico e Pil è condizionato da diversi fattori. Dando uno sguardo alla sua evoluzione nei decenni passati, si nota una riduzione del valore nel secondo dopoguerra grazie all’effetto combinato di crescita economica ed elevata inflazione. Tuttavia, a partire dagli anni settanta, il rapporto torna a salire: la curva tende sempre più verso l’alto per l’aumento della spesa pubblica, diversi disavanzi primari e il rallentamento della crescita, anche se un’inflazione a due cifre contiene il trend ascendente. In questo modo nel 1980 il rapporto debito/Pil si ferma al 55 per cento.

A partire da quell’anno però la situazione cambia: la crescita di questo valore aumenta più sensibilmente per diverse ragioni. Prima si registrano ampi disavanzi primari nei conti perché le spese sono superiori all’entrate. In seguito, il tasso di interesse aumentamentre cala notevolmente quello relativo alla crescita del prodotto interno lordo: nel 1994 il rapporto è al 117,2 per cento. Nonostante l’inversione di tendenza tra il 1995 e il 2007 dovuta a un maggior avanzo primario, dal 2008 il rapporto comincia ad aumentare nuovamente per la riduzione del denominatore (il Pil), a causa della grande recessione che segue la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti.

Secondo gli autori del rapporto, la situazione potrebbe diventare ancora più critica a causa di alcuni fattori di rischio. Innanzitutto la scarsa capacità di crescita economica: un problema visto che un Pil in aumento permette al Paese di ripagare il costo degli interessi. In sostanza, si legge nello studio, “la condizione fondamentale affinché un debito pubblico sia sostenibile è che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso d’interesse”. Ma le previsioni di diverse istituzioni internazionali, dalla Bce alla Commissione europea fino a Fmi e Ocse, mostrano un tasso di crescita italiano per il 2019 basso o negativo, comunque inferiore al tasso di interesse. “Questo significa che, in proiezione, il rapporto debito pubblico/PIL non è sostenibile”. Una brutta performance che in parte si spiega con insufficiente produttività, scarsa formazione del capitale umano e livello inadeguato degli investimenti.

In secondo luogo, gli altri fattori da considerare sono la crescita dei tassi di interesse e l’aumento del rischio paese percepito, che fanno innalzare i costi di gestione del debito. Nel 2018 le tensioni politiche ed economiche hanno condizionato molto lo spread, facendo lievitare il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi. Tutto questo ha comportato “una spesa aggiuntiva per interessi pari a 1,5 miliardi di euro nel 2018, 5 nel 2019 e 9 nel 2020″.

Per fronteggiare il problema gli autori del rapporto invitano a seguire una linea d’azione che coniughi crescita economica e razionalizzazione dei conti pubblici. Quindi da un lato rilanciare gli investimenti; e dall’altro favorire avanzi primari, tagliando quelle parti della spesa corrente di cui si può fare a meno (quindi si esclude quella sanitaria e previdenziale). L’opzione dell’aumento della pressione fiscale è sconsigliata, si legge nello studio, per l’effetto recessivo: “I vantaggi derivanti dalla maggior avanzo primario sarebbero vanificati dalla minor crescita”.



dinamica che influenza la percezione del rischio paese e ha un impatto negativo sul sistema produttivo nazionale.

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