La questione Nord sulla strada del governo giallo-rosso Pd-M5s

Nelle circoscrizioni settentrionali il Pd è al 23,7% e il Movimento di Grillo al 10,8% mentre la Lega sfiora il 41%28 agosto il sole 24 ore



C’è un problema Nord grosso come una casa sulla strada dell’accordo fra Cinque Stelle e Partito Democratico: le due formazioni sono minoritarie, se non marginali, nelle regioni in cui si concentra la gran parte dell’attività produttiva nazionale. Se si considerano insieme i risultati delle circoscrizioni settentrionali (Nord Ovest e Nord Est) nelle recenti elezioni europee, emerge un dato significativo: i due partiti della potenziale coalizione superano di poco un terzo dei voti, con il Pd al 23,7% e il Movimento di Grillo al 10,8%.

La Lega invece sfiora il 41% e i tre partiti di centro destra sommati toccano quasi il 54%. Sono numeri che indicano uno scollamento dagli interessi percepiti come fondamentali nel Nord e forse qualcosa di più: un distacco dai sentimenti collettivi, dalla visione della società diffusa in quel mondo variegato e iperattivo di piccole imprese, multinazionali tascabili, partite Iva che domina la vita della provincia veneta e lombarda. È una frattura politica che, a guardare la storia di M5S e Pd, non è difficile da capire. I grillini nascono dal risentimento contro una società percepita come vecchia e stagnante (causa incrostazioni di potere) cui oppongono l’avveniristica idea di rigenerazione su base tecnologica disegnata da Casaleggio senior: una tale visione affascina i giovani senza distinzioni geografiche, ma si dissolve dopo la scomparsa del guru fondatore e lascia il posto a un più pratico istinto assistenziale, che ricorda Achille Lauro e sfonda al Sud (alimentando ostilità al Nord).

Anche il partito leader della sinistra ha mutato la cifra sociale passando dalla centralità dei ceti produttivi del Nord (Emilia in testa) a un crescente peso dei settori pubblici (scuola, amministrazione, assistenza) e delle aree meridionali beneficiate dalla redistribuzione di risorse: lo testimonia, fra l’altro, il passaggio a gruppi dirigenti concentrati su Roma (Zingaretti, Veltroni, Bettini, Gentiloni, Orfini) e Toscana (Renzi&Co.). In termini politici, sempre più attenzione a diritti, questioni morali, ecologia e caduta ai margini dei temi legati alla capacità competitiva del sistema produttivo.

Tuttavia, nella storia italiana, è sempre dal Nord, soprattutto nelle fasi di crisi, che partono le grandi svolte da cui deriva la ricostruzione degli assetti politici: solo nel dopoguerra De Gasperi, Craxi, Lega, Berlusconi. Oggi i fattori di crisi sono vari e ben marcati. Due su tutti spiccano. Il primo è lo sbandamento del sistema politico che dopo lo choc del 2011 sembra aver perso baricentro e stabilità: i partiti-perno della Seconda Repubblica hanno subito una drastica cura dimagrante (tra le politiche del 2008 e le europee del 2019 Pd e Forza Italia, sommati, perdono oltre 17 milioni di voti) e le nuove formazioni-guida appaiono in una difficile fase di apprendimento che deve ancora introiettare l’esperienza delle Repubbliche precedenti. Il secondo fattore di crisi proviene dalla debolezza della congiuntura internazionale: ne patisce soprattutto la Germania cui sono legate varie filiere industriali del Nord messe in grave difficoltà.

In queste condizioni un Governo che funzioni necessita di due requisiti essenziali. In primo luogo è importante una rappresentanza equilibrata delle varie forze sociali (e chi produce ricchezza merita, in una fase come quella odierna, speciale attenzione). In secondo luogo c’è una questione di legittimità: l’opinione pubblica è ormai affezionata all’idea di Governi decisi dal voto più che da manovre parlamentari, soprattutto se nella meccanica elettorale pesa l’elemento maggioritario.

28 agosto 2019


​IL LEADER LEGHISTA

La solitudine di Salvini, spiazzato anche da Trump

In effetti i partiti che realizzano cambi di premier in corso di legislatura sono puniti dagli elettori che si sentono scavalcati e non apprezzano: il ribaltone di D’Alema nel 1999 agevola la sconfitta dei Ds nel 2000 (Regionali) e nel 2001 (Politiche); gli sponsor di Monti, che detronizza Berlusconi nel 2011, pagano pegno a fine legislatura: nelle elezioni del 2013 Pd e Forza Italia, che con una spericolata capriola aveva appoggiato il successore del suo leader, tracollano; lo stesso Renzi, che sale alla vetta del potere ribaltando il “sereno” Letta, alla fine, dopo una gloria effimera, porta il partito leader della sinistra al peggior risultato della sua storia (nel marzo 2018 prende meno voti del Pds di Occhetto alle politiche del 1992 tenute subito dopo il crollo dell’Urss e del comunismo).

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