Nella festa dei 10 anni di M5S, Di Maio sempre più isolato: la base guarda a Grillo


Che non ci sia più l'unità di un tempo lo si è capito già la scorsa settimana, a Napoli, alla cena organizzata in un locale sulla collina del Vomero dopo l'evento alla Mostra d'Oltremare per festeggiare il decimo compleanno del Movimento 5 Stelle. Non si respirava il solito clima di festa degli inizi, a suggellare l'anniversario neppure una torta con le candeline. E sono stati di più i parlamentari che hanno disertato e preferito rientrare a Roma, lì dove tra Palazzo e vita della capitale si sentono molto più a loro agio. Al Vomero non c'era Di Maio e neppure Grillo, non c'era il premier Conte e nemmeno il presidente della Camera, Roberto Fico. Se si intercetta qualche pentasellato sono i primi a riconoscerlo hanno ormai ereditato tutti i vizi e le storture dei partiti politici tradizionali, compreso quello di dividersi in correnti: un tutti contro tutti fatto di arrivismi personali, di linee non condivise, di leadership messe in discussione.


Di Maio, ultimatum a Conte: «Ci ascolti o la manovra...

Nel mirino c'è soprattutto il capo politico M5s, ormai sempre più in rotta di collisione con Giuseppe Conte, ma pure con Beppe Grillo. Di Maio può contare sulla fedeltà di una piccola truppa di parlamentari dalle 30 alle 40 unità, ancora necessarie per condizionare il governo rossogiallo il resto della squadra è ormai con il presidente del consiglio. Una questione di prospettive politiche, ma pure personali: tanti quelli che appoggiano Conte soprattutto per durare a Palazzo Madama e Montecitorio fino alla scadenza della legislatura. Correnti: quella di Di Maio, quella di Conte e poi, forse quella più importante, la corrente di Beppe Grillo. Perché alla fine, pur stando fuori dal Parlamento, è il guru genovese, fondatore e garante del Movimento, a tenere le redini del partito perché la base si riconosce e si fida dell'ex comico più degli altri.

Non siamo ancora a rigidi schemi come nei partiti tradizionali, le alleanze tra M5s sono mutevoli, ma ora ci si comincia a contare e pesare. E il «Chi sta con chi», non è più un gioco, ma una necessità per districarsi dentro il partito. Di Maio può fare affidamento sull'assoluta fedeltà di Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro, Giancarlo Cancelleri, Francesco D'Uva, Manlio Di Stefano, Laura Castelli, Alessandra Todde e una piccola enclave sui territori come la sindaca di Roma Virginia Raggi e la fedelissima capogruppo in Regione Campania, Valeria Ciarambino, cresciuta con Luigi a Pomigliano. Con loro altri 20, forse 30 esponenti M5s. A questi si aggiunge il ministro Vincenzo Spadafora che però, nel tempo, è riuscito a crearsi una propria autonomia lontano da Di Maio. La parte del leone la fanno gli altri, quelli che ormai mettono apertamente in discussione la leadership del capo politico, a cominciare da Carla Ruocco che ieri, in un'intervista rilasciata a Il Mattino, ha messo in chiaro che ormai Di Maio parla «a titolo personale». Stretto in un angolo il leader M5s, a partire dai fedelissimi di Beppe Grillo come Alessandro Di Battista, Nicola Morra, Andrea Cioffi, Paola Taverna, Danilo Toninelli, Giulia Grillo, Barbara Lezzi e Roberta Lombardi. Gruppi e correnti disomogenee a seconda delle convenienze e, talvolta, delle linee che ritengono debba seguire il partito.

Il premier Conte, ormai sempre più forte, può contare su una propria truppa. Tra questi i rumors di Palazzo segnalano il ministro Lorenzo Fioramonti, Mario Turco, Emanuela Del Re e, pur se non parlamentare, quel Rocco Casalino spin doctor di «Giuseppi» - passato in breve tempo da devoto di Luigi Di Maio a uomo di fiducia del premier. Ma nella guerra di correnti, lontani da Luigi, ci sono pure tutti quei parlamentari che si riconoscono in Fico che nell'ultimo periodo sta esercitando il non facile mestiere di mediatore, cercando di non soffiare sul fuoco. Non solo Carla Ruocco, ma con l'ideatore del meetup di Napoli altri campani: Luigi Iovino, Gilda Sportiello, Doriana Sarli, Wilma Moronese, Luigi Gallo, Carlo Sibilia e poi Marta Grande, Giuseppe Brescia, Gianluca Rizzo e Vito Crimi. Tutti filo-Giuseppi.

In un altro sottogruppo si iscrivono invece i parlamentari vicini a Davide Casaleggio che ormai ha formato un partito nel partito (in fondo la piattaforma Rousseau altro non è) e può contare su una pattuglia autonoma che si allinea, a seconda dei casi, con Grillo o Di Maio. Dentro la corrente di Casaleggio junior ci sono i filo-leghisti Massimo Bugani, Stefano Buffagni, Pietro Dettori, ma pure altri che con il Carroccio hanno meno simpatie come il ministro Stefano Patuanelli, Enrica Sabatini, Paola Pisano, Mirella Liuzzi e la sindaca di Torino, Chiara Appendino. Dietro di loro c'è un gruppetto di personaggi trasversali, non allineati. Non prendono posizione Alessio Villarosa, Giuseppe L'Abate, Gianluca Castaldi, Ignazio Corrao. Così come non si allineano il ministro Sergio Costa e il salernitano Angelo Tofalo, entrambi in pole-position come candidati M5s in Campania. Ma prima c'è da capire se le guerre intestine deflagreranno definitivamente. Il clima ormai è quello da sposi separati in casa, ma la via del divorzio è controproducente per tutti e si resta insieme. Per spirito di convenienza.

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