Brexit Libia


Con la chiara vittoria alle elezioni del 12 dicembre, Johnson e i conservatori dispongono di una netta maggioranza parlamentare. Necessaria per portare a termina l’uscita dall’UE. La maggioranza dei cittadini britannici si è così espressa di nuovo, dopo il referendum del 2016, per un abbandono dell’Unione europea. Per Bruxelles è oggettivamente un brutto colpo. Senza contare che la stessa UE non ha intenzione di progredire su una via di una maggiora integrazione tra gli stati nazionali.

La questione è chiara: il soggetto geopolitico di maggior peso (Germania) non ha intenzione di condividere il debito dell’area euro. Insomma non vuole emettere liquidità, senza chiedere nulla in cambio, per gli altri paesi euro. Da qui tutto il resto è una logica conseguenza: la BCE non è il prestatore di ultima istanza ma la Commissione europea. Con tutti i suoi vincoli motivati dalla precedente volontà politica tedesca. L’intenzione di Berlino, di non assumersi il debito euro, è chiaramente legittima ma ciò significa che l’UE ha perso una qualsiasi spinta innovatrice.

Tuttavia si deve sottolineare come la Premier scozzese Sturgeon abbia esplicitato la volontà di indire un nuovo referendum sull’indipendenza. Per la Scozia l’attuale autonomia è una condizione ottimale ma allo stesso tempo è indubbio che con la futura uscita dall’UE gli equilibri tra Londra ed Edimburgo si modificheranno a favore dell’Inghilterra visto che la Scozia non potrà più appoggiarsi all’Unione europea come contraltare. Si può dunque vedere l’ipotesi di un nuovo referendum più come una dissuasione scozzese verso Londra per non modificare l’attuale equilibrio all’interno del Regno Unito dopo la Brexit. In Irlanda del Nord non è da escludere un possibile accordo tra Dublino e Londra, al netto delle trattative tra Regno Unito e UE.

Particolarmente critica la situazione italiana. Da una parte ci sono i sopracitati vincoli della Commissione europea, che non garantiscono sufficienti margini di manovra, dall’altra la politica interna che è frammentata. La nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza parlamentare (proporzionale con sbarramento al 5%), nella migliore delle ipotesi darebbe un governo di coalizione mentre in quella peggiore un sistema bloccato con soggetti politici molto differenti aventi lo stesso peso elettorale. Senza contare le televisioni private, con un rilevante potere di condizionamento dell’opinione pubblica, mettersi automaticamente con la loro mera esistenza al di sopra del Parlamento eletto dai cittadini.

In Libia permane l’instabilità politica. In Tripolitania, o meglio nell’area prospiciente la città di Tripoli, è presente il governo di accordo nazionale di Al Sarraj, legittimato dall’Onu. Invece la Cirenaica (regione orientale del paese) insieme alla Libia centrale è sotto controllo del governo di Tobruch con il generale Haftar in veste di guida politico-militare. Quest’ultimo ha ampliato il proprio territorio di pertinenza ma non ha la forza militare per controllare l’intero paese. Senza contare la questione politica. Il vero protettore del generale è l’Egitto, il quale non vuole che la Libia sia egemonizzata da un unico potere e preferisce quindi una frammentazione come l’attuale. Se dunque Il Cairo appoggia materialmente Haftar allo stesso tempo questo legame impedisce che lo stesso generale possa prendersi l’intero paese. Stante così le cose un qualsiasi intervento esterno non darebbe risultati se non considerando un rilevante contingente terrestre. Cosa che non riguarda la Russia e la Turchia, in Libia irrilevanti. Le forze di Erdogan non raggiungono nemmeno le duemila unità (inoltre truppe mercenarie) mentre Putin schiera semplicemente consiglieri militari. I due leader in un summit a Istanbul (8 gennaio) hanno chiesto una tregua nel paese. L’uomo forte della Cirenaica, Haftar (10000/30000 uomini), si è limitato ad un sorriso di scherno continuando le operazioni verso Sirte. Questa la situazione sul campo, molto diversa da come viene descritta dai media italiani. Stesso copione a Mosca il 13 gennaio, con il Generale della Cirenaica abbondonare la capitale russa dopo la richiesta da parte di Putin per una tregua nel paese. E’ evidente di come Russia e Turchia siano ininfluenti in Libia per ovvi motivi militari.

Per l’Italia è impensabile attualmente un intervento militare diretto in Libia dunque non rimane che l’azione politica. Vi sono sostanzialmente due opzioni: continuare ad appoggiare il governo Al Sarraj o puntare ad una conciliazione tra quest’ultimo e Haftar. Tuttavia l’azione diplomatica nel contesto libico è uno strumento spuntato.

Il 19 gennaio si è tenuta a Berlino una conferenza sulla Libia dopo i fallimenti di Istanbul e Mosca. Si è raggiunto un accordo per una tregua, embargo sulle armi e fine delle ingerenze straniere. Il documento non è però stato firmato da Al Sarraj e Haftar. Insomma sul campo non cambia nulla.

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