Il solare termodinamico chiude. La guerra persa con burocrazia e comitati Blocco totale.


FALLIMENTO DI UN SETTORE

L’associazione di categoria, Anest, si scioglie: 14 progetti avviati con 300 milioni di investimenti senza che nessuno di questi arrivasse in porto

Cronaca di una sconfitta. L’Italia è il Paese che ospita 60 milioni di ecologisti che «dobbiamo usare l’energia del sole» ed è il Paese in cui finora sono stati spesi e dissipati nel nulla investimenti privati pari a 300 milioni di euro spesi per non costruire 14 grandi centrali solari termiche a concentrazione, quelli che nel resto del mondo producono elettricità concentrando con specchi l’energia del sole. Un’invenzione italiana, una tecnologia italiana, ma impianti realizzati in Italia: zero.

L’associazione imprenditoriale di categoria, l’Anest, giorni fa si è riunita in assemblea e ha deliberato lo scioglimento. Il settore industriale del solare termodinamico in Italia è morto ancora in fasce, senza essere riuscito a costruire nemmeno una centrale, ucciso ancora bambino da politici assetati di consenso, da comitati nimby del no-a-tutto, da funzionari pubblici corrivi, da norme contraddittorie e tardive, da piani energetici, climatici e ambientali pieni di verbi coniugati nel modo condizionale del periodo ipotetico dell’irrealtà.

LA FILIERA DEL SOLARE TERMICO

All’estero — Usa, Spagna, Nordafrica, Cina, Golfo Persico — invece le centrali termiche a concentrazione piacciono e si costruiscono. Non a caso le poche aziende che non hanno ancora dichiarato la resa stanno pianificando l’emigrazione. Alcune sono state vendute. Altre si preparano a chiudere.


Concentrare i raggi del sole Il solare termodinamico a concentrazione è diverso dai comuni pannelli fotovoltaici, nei quali il silicio viene battuto dal sole emette un flusso di corrente elettrica. Il solare a concentrazione si basa sugli specchi che riflettono e concentrano il calore del sole per far bollire l’acqua con il cui vapore far girare la turbina del generatore.


È un’invenzione antichissima nata in Italia nel 212 prima di Cristo quando la città siciliana di Siracusa era assediata dal console romano Marco Claudio Marcello; dalle mura di Ortigia lo scienziato Archimede (uno dei più grandi scienziati della storia) puntò specchi contro le unità del blocco navale, concentrandovi il sole e incendiandole. Si chiamarono specchi ustori.

Presa in mano dagli scienziati italiani in tempi più moderni, la tecnologia del solare a concentrazione è diventata un’esperienza di punta dell’Enea, tanto che il fisico Carlo Rubbia ne fece una bandiera dell’innovazione italiana. Centri di ricerca si erano impegnati; aziende italiane avevano sviluppato le tecnologie per industrializzare specchi e tubi ricevitori. Risultato? Rubbia ha sbattuto la porta indignato ed è andato a realizzare le centrali termodinamiche in Spagna.

La solita Cina che come al solito pensa in grande e intende aggiungere 5mila megawatt nei prossimi cinque anni. La Francia medita a impianti di taglia piccola. Vi lavorano il Marocco e il Sudafrica. Ma anche l’Australia, il Messico, l’India, l’Egitto che ha annunciato 1,2 GWe, e la solita Spagna, che è già forte (hanno almeno 40 centrali da 50 MWe e le più forti società di ingegneria!), il Dubai, ma al solare termodinamico guarda anche l’Oman, per esempio con un progetto cui sta pensando l’italiana Salini Impregilo nella dissalazione con un impianto ibrido fotovoltaico e termodinamico. In Oman utilizzano già impianti solari termodinamici per produrre vapore usato per meglio estrarre petrolio.

La Sardegna del no La stessa Italia dove gli specchi ustori furono inventati non vuole questa fonte di energia pulita perché gli specchi — asseriscono i comitati nimby — «devasteranno il nostro territorio» e perché «non è questo il modello di sviluppo che vogliamo».

Dei 14 progetti mai completati sui quali sono stati investiti per nulla 300 milioni, la maggior parte erano stati avviati in Sardegna. Non uno ha raggiunto la fase costruttiva. A tutt’oggi sono riusciti ad arrivare all’autorizzazione due impianti in Sicilia — ad Aidone e a Gela — per un totale di 53,5 megawatt.

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Qui Gela: l’impianto che non c’è Per capire i fatti è bene essere testimoni diretti e verificare di persona.

Quello che anni fa sarebbe stato l’impianto solare di Gela (Caltanissetta) è un campo ben coltivato a ortaggi fra la strada ferrata per Butera e la provinciale 83. Il progetto era stato proposto dalla Reflex, azienda veneta la cui tecnologia degli specchi per la concentrazione del calore del sole piace all’estero.



Già nel 2011, ai tempi ormai remotissimi del Governo Berlusconi, fu avviato il primo studio di impatto ambientale con un progetto dell’archistar Italo Rota. Progetto splendido, in teoria sarebbero bastati appena 2 anni per realizzarlo. Potenza prevista e produzione di energia elettrica 12,5 megawatt elettrici, ottenuti coprendo di specchi 350mila metri quadri su un’area complessiva di 500mila metri quadri con un investimento di 88 milioni di euro, dei quali opere civili, strutture e impianti sviluppati e spesi nella zona sono 44 milioni. Nei 2 anni di lavoro

previsti dal progetto sarebbero stati creati almeno 150 posti di lavoro diretti e indiretti e poi la centrale per la sua operatività avrebbe impiegato 30 operai su 3 turni per i 25-30 anni di esercizio.

Era il 2011. Di nulla in nulla, sono scivolati nella memoria remota i Governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte1 e ora c’è il Governo Conte2. Ma per il progetto di Gela gli anni sono passati nel niente sottovuoto; sono stati firmati e controfirmati alcuni ettometri di carta protocollata e di sentenze del Tar, ma sul terreno non è stato piantato nemmeno un paletto.

Qui Villasor: la sassaia incolta Ciò che sarebbe dovuto essere da anni l’impianto solare di Villasor (Cagliari) è ancora una sassaia incolta alle spalle dell’azienda sperimentale regionale dell’Agris. Il progetto dell’Energogreen (gruppo Fintel) è sfumato.


Qui nel Medio Campidano il progetto da 50MWe era appoggiato dall’agricoltore proprietario del terreno, ma venne osteggiato da enti pubblici regionali e da aziende agricole confinanti.

Il progetto non è mai arrivato a realizzazione nonostante quintali di carte e di pareri tecnici e legali profusi dalla società proponente.

A Cossoine (Sassari) un progetto simile è stato definito «un’autentica bomba ecologico-ambientale», «un incredibile attentato» in cui «ogni giorno il sole si sarebbe specchiato riempiendo di soldi le tasche di chi voleva catturare i suoi raggi».

Qui Gonnos: fra i ventilatori eolici Su un terreno ancora incolto a Gonnosfanàdiga (Cagliari) in direzione di Gùspini è dove l’Energogreen ha dilapidato milioni per tentare di realizzare una centrale da 50 megawatt.



La Regione Sardegna ha detto che a Gonnosfanàdiga non si dovrà costruire una centrale di specchi perché danneggerà le pecore del famoso pecorino (il cui latte senza valore venne rovesciato per protesta sull’asfalto) e perché renderà meno biologiche le colture biologiche. Una nota a margine: la Regione Sardegna che ha detto no alla centrale a specchi di Gonnosfanàdiga ha appena detto sì al gasdotto per alimentare l’isola.

Sono fermo sulla spianata di erbacce abbandonate tra Gonnos e Gùspini. Tra la statale 197 e la provinciale numero 4 c’è il terreno in cui avrebbe dovuto sorgere la centrale termodinamica. C’è un suono continuo e forte, è il fischio ritmico delle eliche dei ventilatori eolici. Quanti sono? Girandomi su me stesso in mezzo al terreno incolto ho contate le pale eoliche a una a una. Ne ho contate 35. Uno dei ventilatori eolici è esploso l’altro giorno. Il ruggito dei motori che passano sul rettifilo della statale 194. Gorgogliano allineati nel cielo gli aerei da guerra decollati dalla base di Decimomannu.

Attraversato un fosso e un campo incolto, ci sono i resti di un tempio preistorico “a megaron”. Più in là, dietro alcuni alberi, c’è un altro tempio nuragico: una fonte sacra nuragica, nascosta sotto una lastra di calcestruzzo. In mezzo tra il tempio nuragico e il tempio dell’acqua sacra la fede popolare, attratta dal magnetismo stordente di questo posto, ha costruito migliaia di anni dopo la chiesa rurale di San Giacomo.

Le bufale, come «devasterà il nostro territorio» Ho letto bufale come piovesse. Per esempio, l’accusa che gli specchi del solare termodinamico ingombrano. Non è vero; in primo luogo, perché — a differenza del solare fotovoltaico che tende a coprire il terreno se l’impianto è a terra — questi specchi devono essere distanti fra loro circa 20 metri, altrimenti con il sole basso sull’orizzonte non catturano la luce del sole. Quindi tra un filare e l’altro deve essere lasciato ampio spazio soleggiato nel quale far crescere colture a stelo basso, come cereali o altri seminativi, adatto anche alla pastorizia.

Ho letto su documenti ufficiali che il solare termodinamico riscalda l’aria, il clima. È una sciocchezza solenne, un’altra fake news. Chi dice che gli specchi solari potrebbero produrre un surriscaldamento dice una sciocchezza con il botto. È vero proprio il contrario, perché il calore del sole viene sottratto e trasferito nel fluido che scorre nei tubi, quindi per estremizzare l’aria ne risulta anche più fresca. Ho letto altre asserzioni più stravaganti, anche che il solare termodinamico è radioattivo. C’è chi dice poi che la costruzione di una centrale solare produrrebbe «emigrazione», oppure «che devasterà il nostro territorio, vocato per il turismo culturale e l’agricoltura di qualità», in genere esigenze espresse da aree marginali, depredate, invecchiate, afflitte dall’emigrazione e impoverite.

Che cosa manca Il settore muore perché manca da anni l’amnnunciato decreto denominato Fer2, cioè il sistema di incentivazione di queste tecnologie sperimentali. Intanto il Governo esulta per il piano integrato energia e clima (Pniec) per ridurre del 55% le emissioni di CO2 dell’Italia entro dieci anni.

Emigrazione industriale Vi avevano investito denaro e competenze decine di aziende come (qualche nome a titolo di esempio) l’Enel, la Techint, la Maire Tecnimont, l’Eni.

Racconta Gianluigi Angelantoni, imprenditore e presidente della scioglienda associazione Anest: «Noi avevamo costituito la società Archimede Solar Energy, che oggi senza più progetti è rimasta con un solo dipendente, che è l’amministratrice delegata Federica Angelantoni, mia figlia, con l’incarico di definire un trasloco forzato in Cina».

Nota finale Le foto di Gela, Gonnos Fanàdiga e Villasor sono state scattate da me medesimo con il telefonino; mi scuso per la bassa qualità del fotografo e delle fotografie.

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