Dopo Corbyn il Labour volta pagina La scommessa di Keir Starmer

Giuseppe Telesca

22 aprile 2020

Il 4 aprile 2020, dopo una campagna interna lunga quattro mesi, Keir Starmer è stato eletto segretario generale del partito laburista britannico con una maggioranza del 56,2 per cento dei voti. Rebecca Long-Bailey, cui andava il sostegno del leader uscente Jeremy Corbyn, della sua eminenza grigia in tema di economia John McDonnell, degli apparati di partito e di alcune tra le maggiori trade unions, ha ricevuto meno della metà dei voti (27,6 per cento) a conferma del fatto che i militanti laburisti hanno fretta di voltare pagina dopo le disastrose elezioni dello scorso dicembre. L’emergenza coronavirus e il lockdown hanno dato un sapore di quasi clandestinità a questa elezione. Con il picco dei contagi ancora di là da venire – al 21 aprile il conteggio ufficiale dei decessi è arrivato a quota 17.337 – il numero delle vittime è purtroppo destinato ad aumentare rapidamente. La notizia del ricovero di Boris Johnson – uscito dall’ospedale dopo una settimana, ma rimasto in terapia intensiva per quarantott’ore e tuttora convalescente – ha fatto comprendere a tutti, semmai ce ne fosse bisogno, che questo è un virus dal quale nessuno può dirsi immune.

L’elezione di Starmer merita una riflessione, per tracciare il bilancio della segreteria Corbyn e azzardare possibili previsioni sul futuro del partito laburista. Il neoeletto segretario non si è nascosto le difficoltà del suo compito e nel suo messaggio inaugurale al partito, sobrio e grave come si addice al momento che il paese sta vivendo, ha parlato di una “montagna da scalare” per recuperare la fiducia dell’elettorato dopo dieci anni di opposizione e quattro sconfitte consecutive.[1] Prima di parlare di Starmer e della sua sfida, però, proviamo a tracciare un bilancio dell’era Corbyn.


Prigioniero del passato

L’elezione di Corbyn alla guida del Labour nel settembre 2015, con quasi il 60 per cento dei consensi, ha colto molti osservatori di sorpresa. Corbyn, eletto in parlamento sin dal 1983, si era fino al 2015 distinto come uno degli eredi del laburismo radicale e anti-europeista che ha trovato la sua più alta incarnazione in Tony Benn, ma non è mai stato maggioritario in un partito tradizionalmente gradualista e antidogmatico. Da bastian contrario che si rispetti, nel periodo 1997-2010 Corbyn aveva votato per oltre 400 volte contro il suo stesso governo. Significativamente, egli si era opposto alla sciagurata decisione del governo Blair di invadere l’Iraq – una scelta all’origine della fine del progetto blairiano.

La guerra in Iraq e la crisi finanziaria del 2007-2008, dovuta anche al processo di deregolamentazione avviato dalla Thatcher e non contrastato dal New Labour, avevano cambiato gli equilibri del partito laburista già nel 2010. Se Ed Milliband, segretario del partito fino al 2015, aveva avviato un percorso di allontanamento dall’eredità di Blair e del New Labour, Corbyn ha cercato di sradicare il blairismo dalle radici del partito, fino a negarne l’appartenenza all’album di famiglia laburista. Le proposte della sua segreteria – alcune innovative, su tutte i forti investimenti nella green economy, altre meno (dal ritorno alle nazionalizzazioni all’incremento della spesa pubblica da far pagare soltanto a pochi ‘cattivi’ capitalisti) – hanno avuto l’indubbio merito di contrastare senza complessi i feticci neoliberali propagandati come verità rivelate dal partito conservatore. Quest’agenda ha rivitalizzando la base laburista, soprattutto grazie all’entusiasmo di molti giovani mobilitati da Momentum, un gruppo creato dal basso che ha avuto un ruolo cruciale nel rafforzamento della leadership personalistica di Corbyn.

Dovendo scegliere alcuni passaggi cruciali dell’era Corbyn tre voti vengono alla mente: il referendum del 2016, con la vittoria a sorpresa dei favorevoli all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (la cosiddetta Brexit); l’inaspettato ‘paraggio’ tra laburisti e conservatori alle elezioni politiche del 2017, indubbiamente il momento più alto della segreteria Corbyn; la sconfitta del 2019, la peggiore dal 1935 se si considera il numero dei seggi ottenuti dal partito.

L’ambiguità di Corbyn e dei corbynisti rispetto alla questione se restare o abbandonare l’Unione europea ha avuto un peso decisivo sia nel risultato del referendum del 2016 che nelle successive tornate elettorali. Tale ambiguità, in parte strutturale data l’oggettiva difficoltà del partito laburista di fronte a un quesito che ha diviso il suo elettorato (con un terzo dei suoi elettori favorevoli alla Brexit), è stata peggiorata da Corbyn, che ha sempre dato l’impressione di pensare all’Ue come un mero progetto neoliberale. Uscirne non sarebbe stato un dramma, dopotutto, perché avrebbe consentito al Regno Unito a guida laburista di realizzare finalmente il ‘socialismo in un solo paese’. Così facendo, Corbyn e i suoi più stretti alleati – non tutti per la verità – si sono alienati le simpatie degli iscritti al partito (per il 90 per cento contrari alla Brexit), soprattutto dei più giovani ed entusiasti che avevano propiziato il miracolo elettorale del 2017, figlio del rifiuto delle politiche di austerità, di un manifesto pragmatico e gradualista e della voglia di punire la scelta dell’allora Primo Ministro, Theresa May, di un divorzio drastico dall’Ue.

A ben guardare, è stato proprio il retaggio ideologico a impedire a Corbyn di vedere nella battaglia della destra reazionaria e nazionalista per l’uscita dall’Ue una guerra culturale mossa contro l’idea di un paese aperto, tollerante, sicuro di sé ma anche consapevole della necessità d’interdipendenza, soprattutto coi vicini più prossimi, in un contesto internazionale sempre meno cooperativo. Gli internazionalisti all’interno del Labour e i giovani innamorati del radicalismo di Corbyn, ma anche privi delle sue incrostazioni ideologiche, hanno finito per non capire l’interminabile dibattito sull’Europa dentro al partito sfociato, alla vigilia delle elezioni del 2019, in un compromesso politicamente indifendibile.

In caso di vittoria il governo Corbyn avrebbe negoziato modalità di uscita dall’Ue diverse da quelle del governo Johnson per poi sottoporle a un nuovo referendum in cui l’alternativa sulla scheda sarebbe stata quella di rimanere nell’Ue. Nel corso delle negoziazioni e della campagna referendaria Corbyn sarebbe rimasto neutrale, indossando gli improbabili panni dell’onesto sensale. Così un leader che ha fondato la sua intera carriera politica sulla difesa delle sue convinzioni, anche quelle più impopolari, ha deciso di rimanere neutrale sul tema cruciale della campagna elettorale, quello che ha diviso e consumato il paese come non mai e che potrebbe ridefinire il futuro del Regno Unito nei decenni a venire. Che Corbyn abbia perso a valanga contro un avversario che continuava a ripetere il falso ma efficace slogan Get Brexit done non dovrebbe sorprendere nessuno.

L’altra pagina nera della stagione corbynista, l’antisemitismo, ha di nuovo a che fare con il retaggio ideologico e la storia personale del vecchio leader. Corbyn ha lasciato che il veleno antisemita prendesse corpo all’interno del partito laburista, spingendo molti suoi esponenti di origini ebraiche ad abbandonarlo per protesta. Accusare Corbyn di antisemitismo è fuori discussione, anche se a volte – soprattutto prima del 2015 – gli è capitato di fare affermazioni ambigue sul tema o di condividere il palco con oratori il cui confine tra avversione alle politiche di Israele e ostilità a Israele e agli ebrei tout court era piuttosto labile. La lentezza e le incertezze che la leadership ha mostrato verso coloro che, all’interno del partito, hanno assunto atteggiamenti antisemiti, hanno finito per provocare la reazione indignata di molti rappresentanti della comunità ebraica britannica: una minoranza piccola ma preziosa che ha tradizionalmente intrattenuto legami solidi e proficui con il Labour, esprimendone taluni dei suoi più autorevoli rappresentanti. La Equality and Human Rights Commission, istituita dall’ultimo governo laburista col compito di vigilare e promuovere uguaglianza e diritti umani in tutto il paese, sta investigando il partito laburista di Corbyn con l’infamante accusa di antisemitismo: i risultati dell’inchiesta sono attesi nelle prossime settimane.


Un leader post-populista

Le differenze di stile e di sostanza tra Starmer e Corbyn sono ovvie: dalle origini – proletarie per il primo, middle class per il secondo – al tipo di educazione. Starmer, chiamato dai genitori con lo stesso nome di battesimo del primo leader del partito laburista, è passato da una Grammar School prima di approdare all’università di Leeds per il suo Bachelor e a Oxford per il suo master. Corbyn ha avuto un percorso scolastico più accidentato, interrotto dal suo impegno politico e della grande passione per l’America Latina che ha visitato nel 1969-70 – un tratto biografico che fa molto ‘Che Guevara’ ed è parte della leggenda costruita intorno all’ex leader. Starmer si è formato come avvocato specializzato in diritti umani, difendendo spesso cause difficili – da quella dei tipografi che protestavano contro Rupert Murdoch alla battaglia contro McDonald’s che gli ha dato più notorietà.

Starmer ha anche rivestito incarichi importanti, in particolare la guida dell’ufficio del Crown Prosecution Service dal 2008 al 2013, ed è stato eletto per la prima volta in parlamento nel 2015.[2] Soprattutto, Starmer è stato negli ultimi anni la voce e la faccia degli europeisti all’interno del Labour, un ruolo che gli ha creato non pochi nemici all’interno dell’entourage di Corbyn e tra alcuni leader delle trade unions. Come ha scritto l’Economist, con un certo ottimismo si potrebbe sostenere che Starmer rappresenti il primo leader post-populista dell’anglosfera, dopo l’ubriacatura per i capipopolo di destra (Donald Trump e Boris Johnson) e di sinistra (Bernie Sanders e Corbyn, per l’appunto).[3]

Le qualità che tutti riconoscono a Starmer – serietà, coerenza e competenza – lo collocano non solo agli antipodi del suo predecessore, ma anche e soprattutto dell’attuale Primo Ministro, notoriamente pressapochista e opportunista. A queste qualità si accompagna il rischio, che molti intravedono, di una leadership grigia e poco ispirata, soprattutto se contrapposta a quella immaginifica e trascinatrice di Johnson. In tempi cupi come questi, tuttavia, gli elettori potrebbero affidarsi a un leader serio e credibile che li rassicuri: su questo terreno non ci sarebbe partita. Molti hanno evocato, a metà tra previsione e auspicio, le elezioni del 1945, quando il carismatico Churchill – che pure aveva vinto una guerra mondiale, non un referendum farlocco – fu congedato dagli elettori britannici che gli preferirono il mite e competente Clement Attlee. Il leader laburista avrebbe riformato e allargato quello stato sociale, già creato nei decenni precedenti, che è tornato a rappresentare un fattore di speranza e di orgoglio per il paese in un momento così difficile, specie grazie al ruolo del servizio sanitario nazionale (NHS).

Quando si è chiamati a fronteggiare un’emergenza come il coronavirus scatta l’istinto di raccogliersi intorno alla bandiera e credere nel proprio leader, anche a dispetto della realtà. Il governo di Sua Maestà gode in questo momento di un largo consenso, accresciuto dalla tragica vicenda umana di Johnson che ha suscitato una comprensibile ondata di simpatia nei suoi confronti. Presto tuttavia un paese il cui numero di vittime sembra destinato ad attestarsi sulle cifre italiane e che, a differenza dell’Italia, ha avuto più tempo per prepararsi, comincerà a porsi delle domande.

Il lockdown è stato dichiarato il 23 marzo, quando il numero delle vittime superava già quota 300. Fino a pochi giorni prima il governo si era limitato a raccomandarsi che tutti si lavassero frequentemente le mani con acqua calda e sapone cantando per due volte Happy Birthday. La rinuncia a contenere il virus, accettando invece che il 60 per cento circa della popolazione potesse contrarlo nella speranza che poi il contagio diffuso creasse la cosiddetta ‘immunità’ di gregge’, si è rivelata singolare e basata su assunzioni fragili. Tale decisione, annunciata il 12 marzo e di fatto abbandonata nel giro di una settimana, si è accompagnata ad altre scelte disastrose in seguito ritrattate, prima fra tutte quella di ignorare la raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di incrementare il numero dei test e tracciare la diffusione del virus. Si è perso così del tempo prezioso, anche nell’acquisto di materiale protettivo e ventilatori polmonari, senza imparare niente dai paesi che erano già sommersi dall’emergenza (come l’Italia) o da quelli che si erano dimostrati meglio capaci di contenerla (come la Corea del Sud o la Germania).

A questi drammatici errori contingenti si sono aggiunti fattori strutturali: dallo stato dell’NHS, messa in ginocchio da un decennio di tagli che, fino a pochi mesi fa, erano rivendicati orgogliosamente dai conservatori, alla difficoltà di chiudere le scuole mettendo pressione su tante famiglie che contano sui pasti gratis ai loro bambini per tirare avanti, alla scoperta di un universo di lavoratori precari che al tempo del coronavirus sono costretti a scegliere tra ‘la borsa e la vita’. Il Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha agito con determinazione e larghezza per ovviare alle conseguenze economico-sociali più devastanti di questa crisi, ma il coronavirus ha messo in luce i limiti di un modello economico-sociale da rivedere profondamente. La crisi ha anche ridefinito priorità e valori, svelando quanto prezioso sia il lavoro del personale medico e paramedico, degli operatori dei servizi sociali, dei lavoratori dei supermercati o delle poste, e di altre figure professionali neglette e mal pagate che in queste settimane, qui come altrove, stanno tenendo in piedi il paese. Per paradosso molti di questi lavoratori, in larga misura provenienti da paesi Ue o extra-Ue, non avrebbero nemmeno avuto il diritto di stabilirsi nel Regno Unito secondo le regole post-Brexit sull’immigrazione, basate su un sistema a punti che penalizza i bassi salari (anche se qualche eccezione è prevista per il personale infermieristico).

Il partito laburista di Starmer deve ripartire da queste contraddizioni, denunciandole con forza e candidandosi a ricostruire un paese dilaniato da anni di crisi (prima finanziaria, ora epidemiologica), da un decennio di crescita lenta e iniqua, da tensioni politiche e culturali di cui la Brexit ha rappresentato più un sintomo che una causa. Se anche l’Economist e il Financial Times non si oppongono all’aumento massiccio della spesa pubblica di queste settimane e auspicano un nuovo contratto sociale, i tempi sono davvero maturi per un governo laburista.

Ma qui viene il compito più difficile per Starmer: restituire credibilità al Labour e farlo in un partito che in molti gangli vitali, dal National Executive Committee alle Trade Unions, è ancora dominato da donne e uomini vicini a Corbyn. Non è troppo azzardato ritenere che il manifesto per le elezioni del 2019 – un gigantesco ‘piano quinquennale’ senza capo né coda, inequivocabilmente bocciato dagli elettori nonostante la bontà di molte singole proposte contenute in quel progetto – sia stato pensato non tanto per vincere le elezioni ma per fissare dei paletti di purezza ideologica ai quali inchiodare il successore di Corbyn, obbligandolo a non indietreggiare, pena l’accusa di tradimento e intelligenza col nemico interno (ovvero quel poco che resta del New Labour).

Starmer ha già chiarito nel suo discorso inaugurale ai militanti, citato all’inizio di quest’articolo, che è sua intenzione non gettare al macero gli aspetti più proficui dell’esperienza degli ultimi quattro anni. Ha però aggiunto che a questo recupero deve accompagnarsi la rivendicazione delle cose buone dell’era Blair: dalla pace in Irlanda del Nord all’autonomia di Scozia e Galles, dagli investimenti pubblici in sanità e istruzione alla rete di protezione sociale dei più deboli smantellata dai conservatori dopo il 2010. Soprattutto, in uno dei suoi primi atti da segretario, Starmer ha incontrato in videoconferenza i massimi esponenti della comunità ebraica britannica per porgergli quelle scuse sincere e incondizionate che Corbyn non era stato capace di offrire da segretario.


Una montagna da scalare

Il sentiero da percorrere è molto stretto per un partito diviso e traumatizzato da anni di opposizione e intossicato da elementi di settarismo, per lo più ma non esclusivamente riconducibili ad ambienti vicini al segretario uscente. Il famoso Red Wall (muro rosso) delle Midlands e del nord-est, per almeno settant’anni bastione operaio del partito laburista, è stato abbattuto nelle elezioni del dicembre 2019 dalla retorica nazionalista e anti europea di Boris Johnson che ha fatto presa su elettori impauriti e frastornati dai rapidi cambiamenti degli ultimi decenni. In realtà il muro si è sgretolato per ragioni complesse e non contingenti che non si ha lo spazio di ricordare in questa sede.

Il contrasto tra una élite raccolta attorno a Londra e ai grandi centri metropolitani che vota a sinistra e una classe operaia che vota a destra, un cliché ben noto anche in Italia, è una semplificazione giornalistica che ignora quelle parti della vecchia e della nuova classe operaia, nuova in senso etnico e sociologico, che continuano a votare per il Labour. Starmer dovrà concentrarsi dunque non tanto sulla ricostruzione del Red Wall, ma sulla costruzione di un ponte che possa unire il nuovo elettorato laburista a parti di quello più tradizionale, senza cedere alla tentazione di carezzare il pelo a quel “progressive patriotism” (patriottismo progressista) evocato sciaguratamente dalla sua avversaria Long Bailey nelle fasi iniziali del confronto per la leadership. Per condurre quest’operazione, Starmer avrà bisogno di un partito che sappia superare le faide interne e il dibattito autoreferenziale. In questa sfida difficile, egli potrà contare sulla solidità del suo mandato e su un profilo politico che dovrebbe metterlo al riparo da facili etichettature. La scelta di non rinnegare il buono realizzato dal Labour nella sua storia recente può aiutare il partito di Starmer ad offrire una visione del futuro che sappia finalmente tornare a parlare a tutto il paese.[4]

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