6.4 - Lo Stato sociale Italia dal 1918 al 1945 –








6.4 - Lo Stato sociale Italia dal 1918 al 1945 – Il biennio rosso 1919-1921


Con la smobilitazione dell’esercito e la riconversione industriale della produzione bellica a produzione civile i disoccupati divennero centinaia di migliaia. Dopo aver rischiato la vita per la patria, ed avere constatato l’iniquità nella suddivisione dei sacrifici, invece di essere gratificati come eroi, i reduci di guerra si ritrovarono sull’orlo dell’indigenza con le loro famiglie, in una società dove la solidarietà era nominale, e questa rabbia e delusione sfociò con l’occupazione delle fabbriche e dei latifondi. ……………………………………………………………………………

I governi di Vittorio Emanuele Orlando e Francesco Saverio Nitti pressati da questa diffusa rivolta popolare, per attenuare i disagi causati da massicci licenziamenti, imposero agli industriali di corrispondere agli operai civili (cioè non militari o esonerati) un’indennità di licenziamento, ed assunsero decine di migliaia di reduci nell’amministrazione pubblica, in specie nella pubblica sicurezza. Furono inoltre erogati sussidi temporanei per la disoccupazione[1] e furono finalmente approntati gli Uffici di collocamento statali (novembre 1918), che affiancarono le Casse organizzate presso i sindacati o istituite da comuni, province o altri enti morali.

Nel 1919 il Governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, con il decreto regio del 19 ottobre 1919, n. 221 rese obbligatorie le pensioni[2] e le assicurazioni[3] (AGO: Assicurazione Generale Obbligatoria) per tutti i lavoratori dipendenti………………………………………………..


6.5 - La presa del potere di Mussolini


Il fascismo come movimento politico fu fondato da Benito Mussolini a Milano, il 23 marzo 1919. Questo movimento nel 1921 si costituì in Partito Nazionale Fascista (P.N.F.).

Dopo una serie di violenze e di assassinii i fascisti, che in parlamento rappresentavano una minoranza (35 Deputati su 535) il 21 ottobre del 1921 marciarono su Roma tentando un colpo di stato.

Trovarono un re compiacente che fece revocare nella tarda mattinata lo stato d’assedio a Roma, nonostante nessun fascista si fosse visto per la città, sconfessò l’imbelle Primo Ministro Natta ed affidò a Mussolini, rimasto a Milano nell’attesa degli eventi, l’incarico di formare un nuovo governo di coalizione con i liberali e i popolari………………………………………

Nell’aprile 1923, dopo l’uscita dei cattolici dalla maggioranza di governo, venne rafforzato il controllo dei prefetti sulle opere pie (buona parte delle quali di natura ecclesiastica). La Federazione nazionale delle cooperative e Casse mutue, pesantemente indebolita da anni di intimidazioni squadriste, fu sciolta un paio d’anni più tardi. Lo scopo finale era di eliminare il capillare radicamento sociale dei socialisti e dei cattolici-popolari, principali forze di opposizione, nel Paese.

Nel 1923 fu creata la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e fu modificata la legge elettorale in senso maggioritario. Si trattava della legge elettorale Acerbo, che assegnava un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi per la lista che otteneva più del 25%. che permise al Partito Fascista di ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento alle elezioni dell’Aprile 1924.

Le elezioni si svolsero in un clima di terrore e di violenza. La violenza e la soppressione della libertà di espressione furono un carattere genetico dei fascisti. Grazie alle opposizioni disunite il "listone" fascista – a cui aderirono anche la maggior parte dei liberali, escluso Giolitti - conquistò 403 seggi contro i 106 delle opposizioni…………………………………………………………


6.5.1 - Lo Stato sociale fascista finalizzato al consenso delle masse

Fino al 1922 lo Stato liberale, pur attraverso conflitti anche cruenti, aveva introdotto una legislazione a favore della classe operaia e dei poveri. Con l’avvento del Fascismo nel 1922 lo Stato sociale elaborò riforme populiste, sganciate dalla logica economica, per accrescere il consenso

presso alcune categorie, ma autoritarie perché negava la libera espressione e rappresentatività degli interessati.

Per tutto il 1922, terminata la riconversione industriale, le fabbriche ricominciarono ad assumere operai e a lavorare a pieno ritmo favorite dalla ripresa mondiale. Si ebbe così una drastica riduzione della disoccupazione………………………………………………………………..

Le conquiste sociali che erano già in gestazione da anni quale la giornata di lavoro di otto ore e la settimana di quaranta ore furono adottate nel corso del 1923. Fu interdetto il lavoro di notte alle donne e ai minori.

Nel 1926 con la svolta di Pesaro la politica economica fu improntata all’autarchia, per difendere la Lira dalle continue svalutazioni, (famosa quota 90) ricorrendo ad una svalutazione dei salari tra il 10% e 20%. Crollò l’edilizia, si ebbe una stretta creditizia ed iniziò una politica autarchica allo scopo di frenare le importazioni e di interrompere la continua svalutazione della Lira.

La riforma delle relazioni industriali avvenne con la Carta del Lavoro[4]definita da molti la carta dei 30 aforismi, promulgata nell’aprile 1927, che subordinò il mondo della produzione (imprenditori e lavoratori) al potere dello Stato ed all’interesse nazionale……………………………………………………………………………………

Nel 1934 furono istituiti gli assegni familiari per tutti i lavoratori che avessero almeno due figli a carico sotto i 14 anni, salvo togliere, nello stesso anno, il diritto alla reversibilità della pensione per le compagne non sposate dei caduti in guerra.

Tuttavia appena due mesi dopo venne anche stabilita la riduzione dell’orario di lavoro da 48 a 40 ore settimanali per combattere la crisi occupazionale, una sorta di «lavorare meno, lavorare tutti» in cui però, oltre al tempo di lavoro, veniva tagliato anche lo stipendio. Gli assegni familiari finirono così per fungere da parziale compensazione per le 8 ore di salario perdute, anziché rappresentare un miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Mussolini era ossessionato dal basso tasso di natalità e per questo impose una tassa ai single e istituì opere di assistenza alle madri ed ai fanciulli e facilitazioni e premi alle famiglie numerose, che ebbero grande risonanza tra il popolo………………………………………………………………………………………..


6.5.2 - Il fascismo e la propaganda con i nuovi “media”


Il fascismo favorì gli “Studios”, stabilimenti di produzione cinematografica a Cinecittà a Roma, e riguardo alla radio il Duce (come anche Hitler, Stalin ed anche Roosevelt) con il suo stile istrionesco, stentoreo e perentorio era in grado di riempire le piazze e tenere incollati alla radio milioni di ascoltatori pronti a percepire sia il tono sia il senso di ogni parola.

E qui sorge il dubbio se il fascismo sia stato un regime di cartapesta, come fu confermato dalla totale impreparazione alla seconda guerra mondiale, che confuse la finzione delle parate disarmate, come era di consuetudine nel regno borbonico, e delle gare ginniche con la dura realtà della guerra tecnologica moderna. (“Gli italiani vanno alla guerra come vanno allo stadio, gli italiani vanno allo stadio come vanno alla guerra”). ……………………………………………………………………………………………………

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[1] Il problema della disoccupazione era stato già in parte affrontato durante la neutralità, per ovviare al fenomeno indotto dalla crisi economica e dal ritorno degli emigrati, ma con cifre di scarsissima rilevanza. Il problema si ripresentò durante il conflitto, di fronte alla mancanza di lavoro in conseguenza alla carenza di materie prime e in particolare, a partire dall’inizio del 1918, di energia elettrica. Le indennità per mancanza di materie prime dovevano essere corrisposte dalle industrie in base a un decreto del 23 marzo 1917, ma spesso le industrie si rifiutavano (così ad esempio la Westinghouse: Archivio Centrale dello Stato, b. 270). Dietro pressione sindacale fu emanato un nuovo decreto (9 febbraio 1918) per un sussidio ai disoccupati, gravante sull’industria, pari alla metà della mercede ordinaria e dell’indennità caroviveri per le ore di disoccupazione eccedenti le 6 settimanali; nel novembre 1921 il sussidio fu esteso agli impiegati privati, con retribuzione mensile non superiore ad 800 lire. I sussidi di disoccupazione non venivano però concessi a lavoratori assenti per malattie, ai disoccupati stagionali e, sovente, a coloro che non fossero stati impiegati anche prima della guerra. Il 23 novembre 1921 vennero assicurati contro la disoccupazione anche i dipendenti non operai delle imprese private. Tutta la materia dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria fu regolata con decreto del 30 dicembre 1923. [2] Con erogazione della pensione a 65 anni per uomini e donne. Lo Stato contribuiva con 100 lire su ogni pensione liquidata e assumeva l’onere riguardo al servizio militare compiuto tra il 24 maggio 1915 e il 30 giugno 1920; per alcune categorie di lavoratori autonomi era proposta l’assicurazione volontaria, con un certo concorso dello Stato. Su tutta la riforma cfr. Cherubini (1977). [3] Nel 1920 vennero presi provvedimenti per la previdenza e l’assistenza del personale statale, sulla maternità e sulla sanità. [4] Cfr. http://www.polyarchy.org/basta/documenti/carta.lavoro.1927.html

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