ANALISI | 08 ottobre 2020Il ciclo elettorale 2020Cosa c’è di nuovo

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Cosa c’è di nuovo Il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari e le regionali sembravano consultazioni destinate a lasciare tutto più o meno come prima, con alcuni esiti scontati e altri di incerta lettura. Segnano invece due possibili svolte nella politica italiana: una reale competizione per la leadership nel centrodestra; un consolidamento dell’alleanza M5S-PD. Cosa hanno detto i risultati Il ciclo elettorale 2020 non è ancora del tutto concluso. Rimangono le amministrative del 25-26 ottobre in Sardegna che riguarderanno il rinnovo di 160 comuni, per la gran parte piccoli o piccolissimi. Ma ci sono già tutti gli elementi per trarre un bilancio. Il referendum confermativo e le regionali sembravano destinate a non lasciare un segno. L’esito del referendum appariva all’inizio scontato e ci si immaginava che le regionali avrebbero potuto registrare un mezzo pareggio che avrebbe lasciato aperti tutti gli interrogativi della vigilia riguardo alla stabilità del governo e agli equilibri interni ai principali partiti. Invece che prolungare lo stato di incertezza e allontanare scelte impegnative, quanto è emerso sugli orientamenti dell’elettorato sembra invece accelerare alcune possibili svolte nella politica italiana. In particolare, dall’analisi che abbiamo condotto in queste ultime settimane successive alle elezioni regionali che si sono tenute nel 2020 (Emilia-Romagna, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto), sono emerse alcune importanti tendenze su cui è opportuno soffermarsi. Abbiamo escluso dalle analisi la Valle d’Aosta per le speciali caratteristiche dell’offerta politico-elettorale che vede grandi partiti nazionali presenti sotto simboli e con aggregazioni del tutto peculiari. ~ 4 ~ ISTITUTO CATTANEO www.cattaneo.org Innanzitutto, le nostre analisi confermano un cambiamento nei rapporti di forza all’interno della coalizione di centrodestra. La Lega di Salvini, che in questa tornata di elezioni regionali, nell’insieme delle 8 regioni in cui si è votato, ha ottenuto il 17% dei consensi, si indebolisce rispetto sia alle ultime elezioni Europee (32,6%) che alle Politiche del 2018 (16%). Al Nord, come mostra il caso del Veneto, questo calcolo è in parte fuorviante, in quanto è deformato soprattutto dal successo delle liste personale di Luca Zaia in Veneto. Invece, il calo che il partito di Salvini ha registrato nelle regioni del Sud è legato soprattutto all’ampliamento dei consensi per Fratelli d’Italia. Per la prima volta nella storia del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia (FdI) si è affermata come prima forza politica del centrodestra nelle regioni del Centro-sud, superando sia la Lega che Forza Italia. Dal voto regionale del 2020, il partito di Giorgia Meloni emerge come l’unico partito costantemente in crescita in ogni area geografica e rispetto a qualsiasi tornata elettorale tenuta in precedenza. Superando il 10% dei consensi, Fratelli d’Italia non solo consolida la propria posizione interna alla coalizione di centrodestra, ma nelle otto regioni considerate si afferma come terza forza politica, dopo il Partito Democratico (PD) e la Lega. Come già accennato, la crescita elettorale di Fratelli d’Italia è dovuta principalmente a flussi di voto provenienti dalle altre componenti del centrodestra, in particolare da Forza Graf. 1. Percentuali di voto ai partiti nel complesso delle 8 regioni al voto nel 2020. Tra le regioni andate al voto nel 2020 è esclusa la Valle d’Aosta. Sono riportati nel gruppo “Regionali 2015” anche i risultati di Calabria ed Emilia-Romagna che votarono nell’autunno del 2014. Le percentuali della Lega e del PD nel 2020 NON includono i voti raccolti dalla “liste del Presidente”, che in particolare in Veneto e in Campania hanno attratto una notevole quota di elettori di quei partiti. 0,0% 5,0% 10,0% 15,0% 20,0% 25,0% 30,0% 35,0% 40,0% 45,0% 50,0% Regionali Camera Parl Eur Regionali Camera Parl Eur Regionali 2010 2013 2014 2015 2018 2019 2020 Forza Italia Fratelli d'Italia Lega Movimento 5 Stelle Partito Democratico ~ 5 ~ ISTITUTO CATTANEO www.cattaneo.org Italia nelle regioni del Centro e del Sud. Questo contribuisce a spiegare l’ulteriore calo nei consensi osservato per il partito di Berlusconi, che in queste elezioni ha ottenuto, in media, il 5,8%, ossia il dato più basso mai registrato per Forza Italia fino ad oggi. La seconda tendenza che è emersa del voto regionale riguarda la sostanziale stabilità dei consensi registrata per il Partito Democratico. Dopo il crollo di proporzioni storiche avvenuto alle Politiche del 2018, con un PD piombato al 19% dopo il successo delle europee 2014, questa tornata di elezioni regionali – nonostante le scissioni avvenute nel frattempo – fa registrare un aumento di 2 punti percentuali, con un consenso quasi in linea rispetto alle ultime elezioni Europee. La stabilità dei consensi per il PD assume una connotazione positiva in relazione all’esito del voto regionale in Puglia e Toscana, dove la vittoria dei candidati di centrosinistra ha permesso al PD di restare al governo di due regioni considerate contendibili alla vigilia del voto. Al contrario, la sconfitta subita nelle Marche, che ha avuto ripercussioni anche sul voto comunale, segnala la perdurante difficolta del PD (e più in generale dell’intero centrosinistra) in due ex “regioni rosse” (Umbria e Marche), dove il calo dei consensi non si è del tutto attenuato. Infine, l’ultima tendenza rilevante di questa tornata di elezioni regionali riguarda il Movimento 5 Stelle. Rispetto al successo delle Politiche del 2018, quando il M5S raggiungeva nelle 8 regioni il 34,6%, il consenso per i 5 Stelle è crollato costantemente sia alle Europee del 2019 (18,7%) che alle elezioni Regionali qui considerate (7%). Lo “sgonfiamento” dei consensi per il M5S nel passaggio dalle competizioni nazionali a quelle locali è un fenomeno noto, che già abbiamo esaminato in passato e che si spiega principalmente con l’assenza di una organizzazione strutturata e radicata sul piano locale. Tuttavia, il risultato delle ultime Regionali segnala un indebolimento dei 5 Stelle anche in relazione alle precedenti elezioni Regionali del 2015, quando i pentastellati ottenevano il 15% dei voti (con un calo di 8 punti percentuali). Questo calo di consensi, anche tra elezioni di pari livello, solo in parte può essere collegato all’esperienza di governo nazionale inaugurata nel 2018, che inevitabilmente ha creato insoddisfazioni e malumori all’interno di un elettorato molto eterogeneo qual era quello dei 5 Stelle. Un’altra spiegazione, complementare rispetto alla precedente, è legata invece alla crescente spinta al “voto utile” a cui sono stati sottoposti gli elettori del M5S nel corso degli ultimi mesi (a cominciare dal voto in Emilia-Romagna). Nelle analisi che avevamo condotto in passato, avevamo identificato 3 fasi nella vita elettorale del M5S. La prima fase è quella che definimmo «movimentista» (fino al 2012): il M5S pescava i suoi elettori nella base dei partiti e dell’associazionismo di sinistra, grazie ai temi dei discorsi di Beppe Grillo (ecologismo, consumerismo, ecc.). La seconda fase è stata quella “identitaria” (2012-2015), durante la quale i 5 Stelle hanno allargato i loro consensi ponendosi come forza politica in grado di attrarre voti da entrambi gli schieramenti e di sfidare apertamente gli altri partiti, senza alcuna possibilità o spinta a favore del “voto utile”. A partire dal 2016, si è aperta la fase “strategica” nel comportamento ~ 6 ~ ISTITUTO CATTANEO www.cattaneo.org elettorale dei 5 Stelle, nella quale gli elettori del Movimento, come del resto hanno fatto i loro leader, si sono spostati a volta a favore di candidati di centrodestra a volte a favore di candidati centrosinistra, sulla base dei contesti e degli obiettivi locali. Nelle elezioni regionali del 2020 (dopo il deflusso verso la Lega consumato alle elezioni Europee del 2019 da parte dei più entusiasti verso la coalizione giallo-verde) la maggior parte del residuo elettorato pentastellato sembra aver sposato l’alleanza giallorossa con il PD, decidendo di utilizzare il proprio voto a vantaggio dei candidati regionali del centrosinistra. Il ricorso al “voto utile” da parte di una componente preponderante degli elettori pentastellati a favore di candidati di centrosinistra (o contro i candidati di centrodestra) è emerso dalle nostre analisi dei flussi elettorali in tutte le elezioni Regionali che si sono tenute nel 2020 con la sola eccezione del Veneto. Questa tendenza spiega anche l’enigma di un consenso che si sgonfia a livello regionale, ma che sul piano nazionale continua a restare stabile attorno al 15% delle intenzioni di voto registrate dai sondaggi. Le due possibili svolte Nel complesso, questi dati, come dicevamo, pongono le premesse per due “svolte”. Pongono due interrogativi a cui i leader dei maggiori partiti dovranno rispondere quanto prima. L’affermazione crescente di Fratelli d’Italia e la crescente popolarità di Giorgia Meloni – a vari livelli – ha già da mesi segnalato che la leadership del centrodestra, fino solo a un anno fa indiscutibilmente nelle mani di Matteo Salvini, potrebbe diventare presto, se non lo è già, contendibile. Molti indizi lasciano presumere che Giorgia Meloni potrebbe essere già oggi più popolare di Salvini nel complesso dell’elettorato di quell’area. Salvini rimane a capo del partito significativamente più forte, ma la tendenza in crescita di FdI e il rafforzamento della reputazione della Meloni lo pone di fronte ad un serio dilemma. Se sia per lui utile perseverare sulla linea e lo stile anti-establishment che gli ha portato fortuna fino all’estate del 2019 o se non sia ora necessario assumere una postura più istituzionale, meno aggressiva, più “autorevole”, a partire dai rapporti con le istituzioni europee. Considerando che il Paese sta attraversando una crisi nella quale anche parte del suo elettorato chiede di essere rassicurata più che di essere galvanizzata. Per capire in che misura questo dilemma è percepito dagli elettori, abbiamo chiesto al campione SWG di rispondere alla domanda: “Secondo alcuni, ora che l’Italia sta per ricevere gli aiuti europei per riprendersi dalla crisi prodotta dal Covid, Matteo Salvini dovrebbe cambiare il suo atteggiamento duramente critico verso l’Unione Europea, secondo altri non ci sono fatti concreti che giustificano un cambiamento della sua posizione. Lei cosa ne pensa?”. Naturalmente, la gran parte degli elettori di centrosinistra auspica un ripensamento. È meno ~ 7 ~ ISTITUTO CATTANEO www.cattaneo.org ovvio che lo faccia circa un quarto degli elettori della Lega e quasi il 40% degli elettori di Fratelli d’Italia. La seconda svolta emersa in nuce dal ciclo elettorale 2020 riguarda i partiti attualmente al governo. Non è affatto detto che l’alleanza PD-M5S sia nata per durare. Nella percezione di molti protagonisti è stata e continua ad essere un connubio innaturale. La campagna condotta da una parte degli esponenti e degli ambienti prossimi al PD a favore del NO al referendum costituzionale riflette questa prospettiva, sul versante del centrosinistra. Le posizioni espresse da Di Battista o da Casaleggio rappresentano un punto di vista speculare, sul versante del MoVimento. Come abbiamo appena ricordato, le nostre analisi sui flussi hanno già mostrato che gli elettori rimasti fedeli al simbolo grillino alle Europee del 2019 si sentano “politicamente più vicini” ai nuovi alleati di governo che ai precedenti. Per capire meglio, abbiamo fatto un piccolo esperimento. Abbiamo chiesto a due metà del campione SWG di rispondere a due domande simili. In un primo caso, abbiamo chiesto se, “dopo aver governato insieme”, PD e M5S dovrebbero allearsi stabilmente, o se invece, dovrebbero in ogni caso andare prima possibile ciascuno per la propria strada. Alla seconda metà del campione abbiamo posto la stessa alternativa ma con una diversa premessa. Presentando cioè la continuazione dell’alleanza come un modo per fronteggiare il centrodestra che da solo oggi si attesta intorno “al 50% dei consensi”. In tutte e due i casi, l’opinione favorevole alla continuazione della collaborazione tra i due partiti prevale su quella secondo cui dovrebbero quanto prima prendere le distanze l’uno dall’altro: sia nell’elettorato 5 stelle, sia tra i democratici, sia tra gli elettori di altri partiti minori di centrosinistra. Il secondo dato di interesse è che, mentre oggi il conflitto su questo argomento sembra maggiore all’interno della classe politica pentastellata di quanto non lo sia ormai tra la dirigenza PD, sono proprio gli elettori 5 stelle ad avere interiorizzato, in una quota maggiore rispetto agli elettori PD, una opinione favorevole verso l’alleanza. Si tratta di un cambiamento significativo, se si considerano le aspre campagne denigratorie del passato. Il nostro “esperimento” fornisce infine un terzo spunto di riflessione. Gli elettori democratici sono meno inclini dei pentastellati a considerare la collaborazione tra PD e M5S già sperimentata stando insieme al governo come un buon motivo per dare continuità all’alleanza. Ma la quota degli elettori PD favorevoli raggiunge percentuali simili a quelle registrate tra i 5 Stelle (intorno al 65%) quando li si sollecita a considerarla una possibile strada per battere il centrodestra.

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