Breve storia della guerra civile in Siria dal 2011 al 2018




....... "Storia della II e III Repubblica dal 1994 al 2018 e dello stato sociale" Volume X cap.IV

di Silvano Zanetti , di prossima pubblicazione come e-book.



6.11 - Breve storia della guerra civile in Siria


Non si può ignorare che l’ondata terroristica che sconvolse l’Europa ebbe origine dalla guerra civile scoppiata in Siria. Vi è da notare che nel disfacimento della Siria il popolo curdo sparso in Siria, Turchia, Iraq, Iran, fu un attore principale che si alleò con le varie parti allo scopo di ottenere un proprio Stato indipendente.

Sette anni di conflitto in Siria causarono la morte di 353.935 persone, era il bilancio aggiornato dell'Osservatorio siriano dei diritti umani, quando la guerra, iniziata il 15 marzo 2011, stava per entrare nel suo ottavo anno. Sul totale di morti, l'ONG contò 106.390 civili, di cui 19.811 bambini e 12.513 donne. I soldati del regime e delle milizie alleate, che persero la vita, furono 58.130, fra cui 1.630 combattenti del gruppo sciita libanese Hezbollah e 7.686 da altri gruppi sciiti, oltre a 63.360 miliziani dell'opposizione, jihadisti e affiliati ad al-Qaeda.

Tutto ebbe inizio nel marzo 2011, quando la popolazione manifestò contro il regime del Presidente Bashar al-Assad, succeduto al padre, che aveva governato la Siria ininterrottamente fin dal 2000. La famiglia Al-Assad di fede Alawita, una minoranza in Siria (del 20%) governava a Damasco dal 1971 con il fedele consenso delle minoranze etniche e religiose: cristiani, drusi, curdi, mentre la maggioranza della popolazione mussulmana sunnita gli era contro. La popolazione aveva un buon livello di istruzione ed interpretava una religione laica e tollerante tipica del Partito Socialista Baath al potere. Il regime cercò di reprimere con la forza le manifestazioni, causando centinaia di morti, ma le proteste si diffusero.

Dopo le repressioni una parte dei manifestanti passò alla lotta armata e alcuni soldati siriani disertarono per unirsi alle proteste. Negli ultimi mesi del 2011 alcuni ufficiali disertori proclamarono la nascita dell’Esercito Siriano Libero (cioè l’FSA, Free Sirian Army). Da allora si passò ad una vera e propria guerra civile.

Nei mesi successivi alla sua nascita si unirono all’FSA sempre più ribelli e l’Esercito Siriano Libero conquistò il controllo di alcune città, avvicinandosi sempre più a Damasco, la capitale della Siria.

All’inizio del 2012 si affiancarono all’FSA altri gruppi di oppositori tra i quali c’era il Fronte al-Nusra, nato a il 23 gennaio 2012 come branca siriana di al-Qaeda e dello Stato Islamico dell’Iraq (ISI). Al-Nusra era costituito da fondamentalisti sunniti che vedevano nella guerra in Siria un’opportunità per rovesciare il regime di Bashar Al-Assad e per favorire la nascita di uno Stato Islamico in Siria.

Con il passare dei mesi sempre più persone si unirono Fronte al-Nusra e inizialmente l’Esercito Siriano Libero collaborò con il Fronte, che presto però operò sempre di più con azioni di stampo terroristico, spesso con autobombe e attentati suicidi, causando moltissime vittime tra la popolazione civile.

Nel corso del 2012 gli scontri tra i ribelli e l’esercito siriano regolare aumentarono, mentre il Governo tentava di bloccare i ribelli e i loro sostenitori con azioni sempre più violente, provocando massacri tra la popolazione civile e cercando di attribuire la responsabilità ai ribelli.

Queste azioni suscitarono reazioni a livello internazionale. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia si schierarono a supporto dei ribelli, mentre Russia, Cina, Iran e Venezuela si schierarono a favore del regime di Al-Assad.

Nel corso del 2013 il conflitto si estese a tutto il paese ed i gruppi estremisti acquisirono sempre più forza. All’inizio di marzo 2013 il Fronte di al-Nusra conquistò la città pacifica di Raqqa, centro strategico che garantiva un buon controllo sulla Siria centrale e settentrionale. Al Fronte si affiancò un'altra forza estremista, quella dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS).

Nei mesi successivi la situazione divenne ancora più confusa e frammentata: da una parte c’era l’esercito regolare siriano, composto principalmente dalle minoranze etniche e religiose, difensore del regime di Al-Assad, e dall’altra il fronte dei ribelli, principalmente mussulmani sunniti, che si divise in sottogruppi contrapposti.

L’Esercito Siriano Libero era ormai contrapposto ad al-Nusra e all’ISIS, mentre le forze curde che operavano a Nord-Est della Siria si opponevano all’ISIS.

Nel 2014 l’ISIS si distaccò dal Fronte di al-Nusra. Il fronte dei ribelli era sempre più spaccato. Nel frattempo l’ONU indisse una conferenza di Pace a Ginevra per cercare di risolvere la crisi Siriana.

A giugno 2014 al-Assad venne rieletto mentre lo Stato Islamico (integralista) dell’Iraq e della Siria conquistava molte città dell’Iraq. Il 29 giugno l’ISIS proclamò la nascita del Califfato, che comprendeva territori inclusi tra la Siria e l’Iraq.

A partire dal settembre 2014 una coalizione guidata dagli Stati Uniti iniziò a bombardare i territori della Siria occupati dall’ISIS che nel frattempo concentrava le sue azioni al confine con la Turchia, verso la città di Kobane, controllata dalle milizie curde che però, nonostante l’assedio della città, riuscirono a mantenerne il controllo.

Nei primi mesi del 2015 le forze curde, con l’appoggio dell’Esercito Siriano Libero e della Coalizione guidata dagli USA, riuscirono a riconquistare altri territori e si avvicinano a Raqqa, la capitale del Califfato. L’ISIS contrattaccò verso la Turchia ma, dopo diversi scontri, venne di nuovo respinta.

Negli ultimi mesi del 2015 lo Stato Islamico fu bombardato dagli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti mentre le forze armate russe appoggiarono l’esercito governativo siriano nella battaglia per la riconquista di Aleppo.

Nella sera del 15 novembre 2015 la Francia, già impegnata negli interventi in Siria, ordinò un bombardamento aereo sulla città di Raqqa, con il supporto degli USA. Il bombardamento venne interpretato come una risposta ai terribili attentati terroristici avvenuti a Parigi la sera del 13 novembre.

Nel 2016 il conflitto siriano continuò e gli scontri tra il regime e i ribelli si concentrarono in particolare ad Aleppo, città situata a nord-ovest del paese e capitale economica della Siria (è Damasco la capitale amministrativa), che dopo anni di guerra era divisa in due: la parte orientale sotto il controllo delle forze ribelli e la parte occidentale controllata dal regime.

A partire da luglio 2016 la parte della città occupata dai ribelli, ancora abitata da migliaia di civili, fu posta sotto assedio e il regime bloccò l’arrivo di viveri e di aiuti umanitari destinati alla popolazione. Negli ultimi mesi Aleppo fu bombardata in modo massiccio dagli aerei dell’esercito di Assad e dagli alleati russi, che miravano anche a colpire le strutture umanitarie che lavoravano per soccorrere le vittime. A dicembre 2016 i bombardamenti si intensificarono e a metà mese Aleppo Est cadde e fu conquistata dall’esercito di Assad, mentre i ribelli mantenevano il controllo di piccolissimi territori della città. Il regime quindi riconquistò il controllo sulla città che rappresentava il punto strategico delle forze di opposizione.

La situazione a livello umanitario era gravissima: durante i mesi di assedio e di bombardamenti ci furono centinaia di migliaia di vittime, tra cui moltissimi bambini e donne. Il resto della popolazione di Aleppo est, affamata dal lungo assedio, cercò di fuggire dalla zona.

La situazione dopo questi fatti non accennò a migliorare: il 4 aprile 2017 un nuovo attacco chimico provocò 72 morti (la maggior parte dei quali civili), a Khan Sheikhoun nella provincia di Idlib. Un attacco per il quale il Governo americano, guidato da Donald Trump, e l'Unione Europea accusarono quello siriano. Un'ipotesi che non fu verificata.

La reazione, in ogni caso, non tardò ad arrivare, inasprendo ancora di più la Guerra in Siria: nella notte tra il 6 e il 7 aprile gli Stati Uniti lanciarono missili Tomahawk contro una delle basi dell'aeronautica militare siriana, la stessa da cui - stando alle parole di Trump – era partito l'attacco chimico. La controffensiva americana venne preannunciata ai russi, onde evitare lo scoppio di una crisi internazionale, ma era limitata nel tempo e nello spazio, al solo scopo di portare Assad allo smantellamento dell'arsenale chimico.

A seguito di quello che il Governo americano identificò come un nuovo attacco chimico, messo in atto dal Governo siriano, nella notte fra il 13 e il 14 aprile 2018 ci fu in Siria un nuovo bombardamento statunitense, appoggiato questa volta anche dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Anche in questo caso sembrava che la Russia fosse stata informata precedentemente degli attacchi in modo da evitare perdite, e Trump dichiarò che i missili (più di cento) avevano colpito perfettamente l'obiettivo, distruggendo almeno una parte dell'arsenale chimico siriano.

Fece molto discutere la decisione di lanciare un attacco missilistico su un possibile arsenale chimico proprio poco prima che le Nazioni Unite e altre istituzioni incaricate allo scopo avviassero un controllo effettivo sul territorio alla ricerca di questo tipo di armamenti: il controllo sarebbe dovuto iniziare il 15 aprile, due giorni dopo l'attacco.

Molti giornalisti fecero notare che la decisione di intervenire in maniera mirata era dovuta principalmente alla mancata volontà di destituire Assad, come dichiarato anche dalla Prima Ministra britannica Theresa May.

Assad, a seguito dell'attacco americano, dichiarò comunque che la questione delle armi chimiche era in realtà una messinscena degli USA e dei loro alleati. Tuttavia, come dimostrato da alcuni video molto duri e alcune testimonianze, sembrava che queste fossero state effettivamente usate sulla popolazione di Douma, l’ultima città dell’area del Ghouta orientale controllata dai ribelli. In ogni caso, sembrò scongiurata la principale preoccupazione dell'Occidente, ovvero che la guerra potesse ulteriormente allargarsi, arrivando a scoppiare fra Russia e Stati Uniti.


6.12 - Il terrorismo e l’integralismo mussulmano


È in questo scenario di disastro umanitario che il terrorismo si diffuse come ultima e disperata reazione ad un regime politico oppressivo. I Mussulmani europei, alcuni di seconda generazione (foreign fighters, che vivevano ai margini della società) per la maggior parte disadattati alle condizioni di vita occidentale, accorsero in questi luoghi martoriati per dare un contributo alla vittoria ed al sogno di un Islam pacifico, prospero, ideale ed inesistente, ricorrendo anche ad assassini e violenze indicibili. Ritornati in Europa carichi di odio, riversarono sui popoli opulenti ed indifferenti dell’Europa il loro odio e frustrazione. Le ex potenze coloniali di Gran Bretagna e Francia, che ebbero tanta influenza sui destini dei Governi e dei popoli mediorientali, furono di fatto definitivamente escluse dalla capacità di condizionare l’evoluzione politica locale.

Per contro la Turchia, erede dell’impero Ottomano, che aveva retto quei paesi per secoli ed anche la Russia, per i solidi rapporti commerciali e militari intrattenuti con la Turchia, condizionarono l’assetto mediorientale ed accrebbero la loro influenza sul Mediterraneo orientale.

Gli Stati Uniti, fedeli alla prassi del Partito Repubblicano di astenersi dall’intervenire direttamente nei conflitti locali, facendo perno sul fedelissimo Israele, si limiteranno probabilmente ad un controllo a distanza, temendo maggiormente il pericolo Iraniano che ossessiona anche la maggior parte dei paesi arabi.

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