CAP. 1.2 - La diaspora politica degli ex democristiani.










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Anche se solo il 30% degli italiani era cattolico praticante, l’80% della popolazione italiana in un modo più o meno velato faceva riferimento di massima alla religione cattolica che era una parte unificante di un paese regionalmente molto variegato.

Franco Marini ex ministro del Lavoro ed esponente di punta del sindacalismo cattolico (CISL), eletto segretario del PPI nel 1997, cercò di tenere assieme le varie anime dell’Ulivo per garantire un leale appoggio al Governo Prodi. All’interno del partito, che aveva ereditato dalla DC l’organizzazione del partito in “correnti” (alias fazioni) si affermarono, tra le tante, in tempi diversi tre correnti di pensiero e potere diversi.

La prima era capeggiata dall’ulivista emiliano Pier Luigi Castagnetti (ironicamente definito da una certa stampa il “garzone” di Prodi), ed era espressione dell’area modernizzatrice del cattolicesimo democratico settentrionale, attenta a unire l’originaria matrice cristiano-sociale con la lezione cattolico-democratica che si richiamava idealmente all’esperienza politica di don Giuseppe Dossetti. La spaccatura era anche geografica. Con Castagnetti vi erano i militanti settentrionali, specialmente veneti, guidati da Rosy Bindi, intenti a superare la conflittualità storica fra l’area socialcomunista ed i popolari, al fine di giungere ad una fusione fra socialisti e cattolici, fra laici e non credenti.

La seconda faceva capo ai popolari meridionali Ciriaco De Mita (quello che aveva teorizzato che gli investimenti nel Sud dovevano essere “politici”), Nicola Mancino, Gerardo Bianco, ancorati alle vecchie correnti-fazioni della scomparsa Democrazia Cristiana, gelosi della propria identità politica e delle proprie reti clientelari e per questo restii a cedere quote di sovranità politica alla coalizione ulivista. .............................................................................

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