CAPITOLO IV - BREVE STORIA DELL’IMMIGRAZIONE




CAPITOLO IV - BREVE STORIA DELL’IMMIGRAZIONE

Verso la fine del XX secolo il saldo tra immigrati ed emigrati diventava positivo. Nel 1919 dopo la vittoriosa prima guerra mondiale, con l’annessione di alcune popolazioni slave e tedesche all’Italia, la classe politica liberale ed ancor peggio quella fascista che per un secolo aveva combattuto per l’indipendenza del popolo Italiano, ed era stata anche un esempio e modello da imitare, si dimostrò incapace di garantire alle minoranze linguistiche annesse le stesse libertà civili per le quali aveva combattuto.

Per gli immigrati, alla fine del 1900, la classe politica si dimostrò parimenti incapace di elaborare una politica sia di integrazione, sia di assimilazione, sia un multiculturalismo.


4.1 - Analisi quantitativa dell’immigrazione in Italia

4.2 - Le posizioni sul fenomeno migratorio

4.3 - Aumento dell’immigrazione e sua regolamentazione (1986-1998)

4.4 - L’immigrazione albanese (1991-1997)

4.5 - La crisi economica del 1997 in Albania

4.6 - Le migrazioni dal Kosovo

4.7 - L’Accordo di Schengen

ABSTRACTS

......................................4.2 – Le posizioni sul fenomeno migratorio


----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Diverse scuole di pensiero condizionarono l’azione della classe politica che dimostrò impreparazione e mancanza di lungimiranza.

Condizionate anche dall’esperienza fascista che aveva voluto italianizzare forzatamente le terre annesse dopo la Prima Guerra Mondiale provocando ritorsioni dolorose (espulsioni di Italiani dalla Dalmazia e guerriglia nel sud Tirolo dopo la seconda guerra mondiale), le forze politiche degli anni Novanta nell’affrontare il fenomeno migratorio si uniformarono in base alle proprie ideologie.

I cattolici,[1] inclini al proselitismo universale, ed i partiti marxisti, in base al principio dell’internazionalismo proletario, erano favorevoli all’immigrazione indiscriminata.

La destra era del tutto contraria all’immigrazione indiscriminata per principio.

I laici, che basavano le loro tesi sul principio della reciproca convenienza, ponevano delle condizioni:

a) lo straniero non doveva essere nemico o ostile alla cultura italiana,

b) lo straniero doveva apportare alla comunità valori positivi e doveva essere preparato o disposto ad accettare i posti di lavoro rifiutati dagli italiani,

c) lo straniero doveva facilmente integrarsi nella cultura italiana,

d) lo straniero non doveva contrapporsi ad alcun gruppo sociale.

I partiti di sinistra, che da decenni avevano analizzato sociologicamente le differenze di valori di classe fra alta borghesia, ceto medio e proletariato, fraternizzarono con gli immigrati per solidarietà di classe (tra sfruttati doveva valere la massima di Marx: proletari di tutto il mondo unitevi), ma sottovalutarono il fatto che le differenze di religione e le culture tribali (valori che per gli immigrati del terzo mondo sono più importanti dei valori economici) avrebbero reso molto difficile l’inserimento degli immigrati in uno stato laico e che di conseguenza sarebbero entrati in conflitto con il loro stesso elettorato.

Ben presto i ceti più disagiati si sentirono minacciati nella ricerca di un posto di lavoro da questo esercito di poveri immigrati, con il quale non condividevano neppure i valori culturali e sociali e religiosi su cui poggiavano le loro certezze. Nessuno voleva ricordare che quando salì al potere Hitler il 35% degli iscritti al partito nazista erano operai.

Il mondo politico iniziò ad affrontare il problema immigrazione su pressione dei sindacati, della Chiesa cattolica e delle organizzazioni umanitarie, ma fin da subito si rivelò la sua volubilità nella gestione del fenomeno migratorio, in quanto era estremamente sensibile agli umori dell’opinione pubblica

[1] “cattolico” deriva dal greco “katholikòs” che significa “universale”............................................................................................................................


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