CAPITOLO VII - IL LIBERISMO E SUA FINE: ITALIA 1861 – 1878


Alessandro Rossi, industriale tessile vicentino.

In questo capitolo si ha un panorama socio-economico dell’Italia reale dal 1861 al 1878. Data in cui si afferma nel Paese una nuova classe sociale: la borghesia industriale che non avrebbe mai potuto affermarsi se non con una politica governativa protezionista. Da notare che moltissimi contadini, che rappresentavano la maggior parte della popolazione, vivevano a livello di sussistenza, dopo aver consegnato il pattuito al proprietario del fondo. Si fa una digressione anche sulle due uniche importanti attività industriali presenti in Italia nel periodo post-unità nazionale : l’industria della seta e dello zolfo.

..........................

Alle soglie dell’unificazione nazionale l’Italia era un Paese agricolo arretrato, con il 68% della popolazione occupata in agricoltura, con un reddito a livello di sussistenza e con la produttività agricola al massimo doppia di quella degli antichi romani. In Sicilia si arava, si seminava, si sarchiava e si mietevano i covoni come duemila anni prima. Il reddito che si ricavava era al di poco superiore alla sussistenza, ed inoltre per la proprietà del suolo frammentata non era possibile alcuna economia di scala ed il commercio era tutto su base locale. La struttura industriale si basava sull’artigianato, mobilifici, sartorie, concerie, oreficerie, edilizia, ecc. con eccellenze diffuse in tutta la penisola, e sul lavoro a domicilio. Verso il 1850 si erano affermate alcune industrie per l’afflusso di capitali, ma che non potevano competere con la Francia e l’Inghilterra. L’Italia era arretrata almeno di una generazione rispetto alla Francia e di due generazioni verso l’Inghilterra.

…………………………………………

Avevano diritto di voto i maschi sopra i 25 anni per censo (50 lire) ed istruzione elevata. Il numero degli elettori era pari a circa il 2% della popolazione (ca. 500.000) Nel 1870 andarono però a votare solo 241.000 persone (1%).

Nel 1861 gli aventi diritto erano 420.000 e i votanti con voti validi 170.000. Il reddito pro-capite annuo postunitario era di 316 Lire.

…………………………………………..

Tra Nord e Sud le differenze socio-economiche erano minime, ma esse si allargarono a partire dal 1890 con l’affermarsi della rivoluzione industriale nel triangolo Milano-Genova-Torino per poi divaricarsi nettamente dal 1945 nonostante o per causa della presenza della Cassa del Mezzogiorno.

………………………………………………….

I proprietari terrieri del Sud per la maggior parte erano nobili che vivevano di rendita in città ed affidavano la gestione delle loro proprietà ai gabellotti. Costoro, assistiti da caporali, sfruttavano una mano d’opera abbondante di lavoratori agricoli (braccianti a giornata), che talvolta per i soli anticipi di cibo dovevano pagare tassi usurai. A peggiorare la situazione, la fine dei Borboni coincise con la fine della politica protezionistica in economia che costrinse alla chiusura molti opifici gettando sul lastrico intere comunità.

L’istruzione elementare era obbligatoria per due anni, ma era vanificata per il fatto che i Comuni responsabili non avevano risorse per finanziarla. Solo nel 1877 fu emanata la legge Coppino che portava l’obbligo fino a 3 anni. In Sicilia con un analfabetismo dell’80% le classi dirigenti erano restie a diffondere l’istruzione per non perdere il controllo sul popolo. Nel Nord l’istruzione tecnica di base era fortemente voluta dall’industria meccanica nascente in specie nell’Alto Milanese perché necessitava di operai specializzati, mentre i padroni del vapore dell’industria tessile erano contrari per il motivo opposto.

Le condizioni di salute della maggior parte della popolazione più povera, erano pessime. Uno dei primi atti compiuti nell’Italia Unita fu la vaccinazione che consentì di eliminare nel nostro Paese malattie terribili come il vaiolo, il tetano, la difterite, la tubercolosi, la malaria. Il tasso di mortalità infantile era estremamente elevato. La durata della vita media non superava per uomini e donne i 35/40 anni. La miseria e la disoccupazione indussero centinaia di migliaia di poveri cristi del Veneto, della Lombardia ma anche delle regioni meridionali a scegliere la strada dell’emigrazione all’estero alla ricerca di prospettive di vita decorose per sé e per la propria famiglia.

……………………………………………………………………………………….

Un operaio tessile guadagnava Lire 1,50 al giorno e, con tre persone a carico, il 60% del suo salario era destinato all’alimentazione.

……………………………………

Nel 1862 il prezzo medio del frumento, alimento fondamentale per tutti, era di Lire 28,52 al quintale, nel Nord il granoturco costava Lire 19,91 al quintale. Il consumo medio/annuo di frumento per abitante è stato calcolato, grosso modo, in Kg.130. Con tre persone a carico, quell’operaio avrebbe dovuto lavorare 111 giorni per pagarsi il solo frumento della famiglia[1].

…………………………………………………………………………………………………

7.2 - Il panorama industriale

Nel 1860 l’industria del nuovo stato aveva solo due pilastri la seta e poi l’estrazione di zolfo in Sicilia. L’agricoltura rappresentava la principale fonte di reddito per la stragrande maggioranza della popolazione.

…………………………………………………………………………………………………………

7.4 - Il liberismo e Cavour

L’obiettivo principale della politica era di conseguire l’unificazione d’Italia e qualsiasi considerazione economica doveva essere sacrificata al conseguimento di questo scopo[2]. Con l’unificazione dell’Italia tuta la legislazione Sabauda e le tariffe doganali furono estese a tutto il Paese, danneggiando gravemente l’economia del Sud protetto dalle tariffe borboniche, anche se i trasporti interni molto precari ne ritardarono i nefasti effetti, a cui era demandato il compito di favorire gli scambi commerciali, la divisione del lavoro ed un’alta produttività del capitale complessivo in quanto catalizzatore dello sviluppo economico. ………………………………..Il liberismo, avvantaggiando i produttori di materie prime agricole, avrebbe stabilito un’alleanza tra questi ed i fautori del sistema liberale e nel contempo avrebbe mantenuto ottime relazioni con i paesi Europei che avrebbero favorito il completamento dell’unità nazionale.

La petizione degli industriali tessili, per lo più del Nord, fu inascoltata e, con la morte di Cavour, il liberismo fu assimilato con ancora più grande superficialità. Si giunse ad un trattato doganale con la Francia nel 1863, dove prevaleva ancora la considerazione politica che il Regno d’Italia doveva innanzitutto mantenere ottime relazioni con la Francia ed ancor più con l’Inghilterra (campione del liberismo, allora chiamato manchesterismo) per completare l’unità d’Italia; e per questo le tariffe doganali ed il nocciolo del trattato favorivano tutta la produzione agricola italiana (anche del Sud) permettendo alla Francia l’esportazione senza dazi dei suoi manufatti industriali.

7.6 - Le critiche al liberismo dall’industria della seta.

…………………………………………………………………………………………………..

Con l’unità d’Italia le tariffe doganali Piemontesi ispirate al liberismo furono estese a tutta l’Italia. I lombardi ironizzavano “abbiamo perso il grande mercato austro-ungarico in cui eravamo protetti con le dogane, ma abbiamo guadagnato il mercato nazionale dove dovremo lottare con francesi e piemontesi che hanno prezzi e qualità migliore”. L’Inghilterra triplicò la sua esportazione di filati di cotone in Italia.

L’Italia esportava il 90% della sua produzione di seta che valeva circa il 60% delle sue esportazioni nel 1860 e permetteva di riacquistare materie prime e cereali di cui era deficitaria. Dal 1904 al 1909 l’esportazione delle sete valeva il 30% delle esportazioni e poi sarebbe scesa nel 1927 al 18%. La concorrenza asiatica doveva decretarne la fine ma la leggenda dell’eccellenza della seta italiana perdurò nel tempo ed in tutto il mondo. ......................................

7.7 – Le critiche al liberismo dalla nascente industria

Per la sicurezza del Paese, in termini di armamenti[3], sarebbe stato necessario anche lo sviluppo della meccanica e della siderurgia. Tutto fu inutile. Dopo un anno dall’entrata in vigore del trattato si cominciò a ragionare, e risultò che l’Italia aveva esportazioni pari al 40% del valore delle importazioni, di cui gran parte era composta da manufatti realizzati con materie prime prodotte in Italia ed esportate. Si esportava seta grezza per 250 milioni e se ne importava per 170 milioni.

Nel 1870 si ordinò un’inchiesta sull’industria o meglio sulle conseguenze dei trattati, composta tra gli altri da Antonio Scialoia, l’artefice del trattato doganale, da Luigi Lazzatti e da Alessandro Rossi, industriale vicentino pioniere dell’industrialismo. In tre anni fu compiuto un ottimo lavoro e per la prima volta misero in contatto i politici con l’industria e l’agricoltura. ……………..

……………………………………………………………………..

7.8 - Fine del liberismo

Le entrate correnti nel 1862 coprivano solo il 57,8% delle spese correnti ed il deficit di parte corrente toccò la punta massima nel 1866, ammontando a 543 milioni con una copertura delle spese correnti pari ad appena il 53%. Il rapporto del debito pubblico sul prodotto interno lordo (PIL) passò dal 45% nel 1861 al 96% nel 1876 passando tra fasi alterne con valori oscillanti.

La destra al potere con Quintino Sella perseguì il pareggio ad ogni costo, con un corso forzoso, con imposte che gravarono sul ceto più povero (tassa sul macinato), con l’alienazione dei beni ecclesiastici, ma si rifiutò di ridurre le spese sull’istruzione obbligatoria elementare nel 1867, il servizio militare obbligatorio nel 1872, e di ricorrere a prestiti pubblici (i buoni del tesoro così popolari nell’età contemporanea) per il timore che potessero creare una rendita parassitaria con i loro tassi elevati in modo tale da scoraggiare gli investimenti in settori produttivi, ed a questo scopo nel 1875 istituì le Casse di Risparmio.

Malgrado questi limiti, Quintino Sella conseguì il pareggio finanziario nel 1876, cosa che era la condizione primaria per la normalizzazione del mercato dei capitali e per un autonomo processo di accumulazione.

Quando il 7 giugno 1878 la Francia respinse l’accordo doganale elaborato dopo anni di trattative con il Ministro Jules Méline la borghesia italiana impose la propria tariffa doganale. Le manifatture nazionali ottennero una protezione tra il 10% e 40% del valore delle merci, sostituendo i dazi ad valorem con dazi specifici. Quella data segnò la fine del liberismo e l’inizio della prima rivoluzione industriale in Italia.

[1] Volendo fare un confronto con il 2011, con un costo del frumento di € 31 al quintale, e del mais a € 22 al quintale, nell’ipotesi arbitraria di un pari consumo di kg.130 annui, pari a 40,3 euro, quell’operaio del 1862 ai nostri tempi avrebbe dovuto lavorare un solo giorno per acquistare 130 kg di frumento, ipotizzando un suo reddito annuo netto di € 15.000. [2] Nel 1991 il Cancelliere Tedesco Helmut Kohl pur di riunificare la Germania non esitò ad accettare il cambio tra i marchi delle due Germanie alla pari, sprofondando il bilancio della Germania Ovest in un pauroso deficit [3] Navi di legno con uomini d’acciaio che ebbero la meglio su navi d’acciaio con uomini di legno. Così l’ammiraglio austriaco Wilhelm von Tegetthoff, che impartiva ordini ai suoi marinai in dialetto veneto, commentò la disfatta della flotta italiana a Lissa. La flotta italiana era costituita da navi in legno costruite in Italia mentre erano state ordinate all’estero le fregate corazzate in acciaio di prima classe Re d’Italia (affondata) e Re di Portogallo negli Stati Uniti, le fregate corazzate Ancona, Castelfidardo, Maria Pia, San Martino, Palestro (affondata) e le corvette corazzate Formidabile e Terribile in Francia e in Gran Bretagna, l’ariete corazzato Affondatore, una delle prime navi munita di torri rotanti di artiglieria.

Archivio