Come Hitler mangiò la Cecoslovacchia






http://win.storiain.net/arret/num149/artic2.asp

I Sudeti dovevano essere l'ultima "richiesta" nazista. In realtà, pochi mesi dopo gli accordi di Monaco, le democrazie occidentali consentirono a Hitler di smembrare la giovane repubblica cecoslovacca e di entrare a Praga sotto la minaccia delle armi. Disse Churchill: «Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra».MARZO 1939: HITLER OCCUPA PRAGAdi STEFANIA MAFFEOCon l'occupazione di Praga del marzo 1939 Hitler fece il passo decisivo nella conquista del Lebensraum, lo "spazio vitale" per il popolo tedesco. In altre parole, Praga fu il trampolino di lancio per quella dottrina geopolitica che consentì alla Germania nazista di estendere il suo dominio su tutto il continente europeo.


Ma per comprendere appieno la manovra tedesca occorre fare un passo indietro. Nel trattato di Versailles (1919) le Potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale decisero di punire la Germania, imponendole, oltre a sanzioni economiche e al disarmo quasi totale, anche pesanti perdite territoriali. L'accordo (subito definito dai Tedeschi come un diktat) prevedeva che passassero alla Polonia l'alta Slesia, la Posnania e una striscia della Pomerania. Quest'ultimo territorio, da quel momento definito Corridoio Polacco, aveva lo scopo di garantire alla ricostituita nazione polacca uno sbocco sul Mar Baltico e di unirla alla città libera di Danzica, dividendo così la Germania in due parti prive di 15 marzo 1939: Hitler nel cortile del Castello di Pragacontinuità territoriale. Più a sud, il nuovo stato federale della Repubblica di Cecoslovacchia raccolse al suo interno, insieme a Boemi e Slovacchi, anche una consistente minoranza di circa tre milioni di Tedeschi della regione dei Sudeti. Anche l'Austria, che avrebbe invece visto di buon occhio un'annessione alla Germania, venne costituita in repubblica indipendente. L'intento di annullare la potenza tedesca si realizzava così nel peggiore dei modi, creando divisioni territoriali artificiose e focolai pronti a riaccendersi in vista di future rivendicazioni. Si trattava di uno smacco e di una umiliazione che pesarono enormemente negli anni successivi. Proprio sulla rivendicazione dell'orgoglio nazionale e su un bisogno di rivincita della gente comune, oltretutto colpita da un'inflazione che aveva gettato sul lastrico migliaia di famiglie, costruì il suo successo politico Adolf Hitler. La sua convinzione che tutte le popolazioni di stirpe germanica dovessero essere riunite in un'unica grande nazione spinse il Führer a intraprendere quella cinica politica di espansione territoriale che avrebbe portato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.


Il primo segno concreto della precarietà del nuovo ordine si ebbe il 12 Marzo 1938, quando le truppe tedesche entrarono in Austria, senza incontrare alcuna resistenza. L'Anschluss, che fece del piccolo stato erede dell'Impero asburgico la "Marca Orientale del III Reich", fu sancito ufficialmente un mese dopo da un plebiscito, di fronte al quale le potenze occidentali rimasero sostanzialmente indifferenti. L'Italia (che più di ogni altra nazione si era opposta in passato a questa fusione) si stava pericolosamente avvicinando all'alleanza con la Germania (sancita l'anno dopo con il Patto d'Acciaio), mentre Francia e Inghilterra considerarono la questione austriaca estranea alla propria sfera di interesse. Addirittura la Gran Bretagna riteneva non del tutto infondate le rivendicazioni tedesche, anche alla luce del duro trattamento che era stato riservato alla Germania con il trattato di Versailles. La politica aggressiva del nazismo, che puntava minacciosamente alla guerra, potè quindi realizzarsi proprio perché la strategia di contenimento risultò subito incerta, aggravata oltretutto dall'isolazionismo statunitense. Francia e Inghilterra, le due grandi potenze democratiche del continente, sottovalutarono la gravità della situazione e, preoccupate esclusivamente di difendere la pace, ritennero opportuno allentare la tensione attraverso una continua serie di concessioni. Ma l'indecisione e la tolleranza fecero il gioco di Hitler, rafforzandone le convinzioni e la determinazione. Fu così che, a un solo mese dal plebiscito che sanciva l'annessione dell'Austria, Hitler cominciò ad avanzare una nuova richiesta: il passaggio dalla Repubblica Cecoslovacca alla Germania del territorio dei Sudeti.

La giustificazione ufficiale era la necessità di difendere la minoranza tedesca che abitava in territorio cecoslovacco dalle angherie e dai soprusi di cui era fatta oggetto. Ma in realtà l'obiettivo primario restava la distruzione dello stato cecoslovacco, un paese evoluto dal punto di vista industriale e militare. Per raggiungere il suo scopo Hitler fornì aiuti concreti a Konrad Henlein, fondatore del Partito tedesco dei Sudeti, che cercò di mettere in crisi il governo cecoslovacco avanzando pretese di autonomia e facendo leva su un sempre più diffuso sentimento pangermanista (espresso nel grido di battaglia Ein Volk, ein Reich, ein Führer!).




Il dittatore tedesco riteneva indispensabile un attacco militare alla Repubblica Cecoslovacca, ma temeva la reazione delle potenze occidentali, la Francia in particolare, e dell'Unione Sovietica. Queste ultime erano infatti legate a Praga da precisi accordi militari che avrebbero imposto loro di intervenire in caso di aggressione. Per questo il Führer incaricò il generale Keitel di predisporre un piano di assalto nei confronti della Cecoslovacchia, valutandone le possibilità di successo: l'intera operazione avrebbe preso il Edouard Daladiernome di "Piano Verde". Il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Ludwig Beck, sottolineò la temerarietà dell'azione e il pericolo di scatenare un nuovo conflitto mondiale nel caso in cui la Francia fosse intervenuta, coinvolgendo anche Russia e Inghilterra.

Intanto la Cecoslovacchia si preparava al peggio e raccoglieva truppe al confine con la Germania, godendo in questa fase del sostegno franco-inglese. La sicurezza mostrata dall'avversario indusse il Führer a sospendere l'attuazione dei propri piani, cosa che spinse la stampa a parlare di "smacco di Maggio". In realtà Hitler, mentre parlava di pace con l'ambasciatore cecoslovacco e attendeva che si chiarisse la posizione effettiva di Francia e Inghilterra, spronava i suoi generali a non abbandonare l'idea del colpo di mano: «E' mia ferma ed irrevocabile intenzione annientare al più presto la Cecoslovacchia con un'azione militare». Beck propose addirittura di riformare lo stato ceco in senso più liberale pur restando fedele al Führer, ma, quando si rese conto di non avere alcuna possibilità, rassegnò le proprie dimissioni per motivi di coscienza.

Il suo operato generò, in seno alle gerarchie militari un fronte occulto contrario al capo supremo della Germania, comprendente il tenente colonnello Hans Oster, capo del servizio informazioni della Wehrmacht, i generali Ewald von Kleist e Franz Halder, oltre ad alcuni civili, tra i quali il più importante era l'ex borgomastro di Lipsia Carl Goerdeler, e alcuni uomini di chiesa. Questi personaggi diedero vita ad una cospirazione, ritenendo che l'imminente aggressione alla Cecoslovacchia avrebbe scatenato la reazione delle potenze occidentali; ciò avrebbe determinato un progressivo indebolimento del consenso popolare nei confronti di quel Führer che aveva trascinato una impreparata Germania in guerra e avrebbe consentito loro di portarlo davanti ad un tribunale popolare. Ma i piani dei congiurati furono vanificati proprio dal comportamento tenuto dalle grandi potenze europee.


Un concreto sostegno militare alla Repubblica cecoslovacca da parte dei suoi alleati era reso problematico dalla stessa geografia: la Cecoslovacchia non confinava né con la Francia né con la Russia ed era circondata da Stati ostili come la Polonia e l'Ungheria. Inoltre l'Urss (che, tramite l'ambasciatore tedesco a Mosca von der Schulenburg, comunicò che non sarebbe mai intervenuta a sostegno dello "stato borghese" cecoslovacco) era tenuta ad intervenire solo se la Francia avesse fatto altrettanto. Ma l'atteggiamento francese era condizionato da quello britannico. E il governo inglese si mostrò propenso ad accontentare Hitler in quella che avrebbe dovuto essere la sua "ultima richiesta".

Il primo ministro britannico Neville Chamberlain aveva da tempo adottato la politica dell'appeasement, in forza della quale sperava di evitare uno scontro aperto con Hitler accontentandolo nelle richieste più ragionevoli, anche alla luce del duro trattamento riservato alla Germania a Versailles. Anche in occasione della crisi cecoslovacca, dunque, Chamberlain cercò la strada del negoziato ad oltranza e dichiarò, mentendo sul fatto che vi fosse una richiesta del governo cecoslovacco in tal senso, di voler inviare a Praga un proprio negoziatore nella persona di lord Walter Runciman. Questa mossa che fece chiaramente comprendere ai Francesi che l'Inghilterra non aveva alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere in un conflitto con la Germania. Non solo, Chamberlain dichiarò, cogliendo di sorpresa lo stesso Hitler, di essere pronto ad incontrare il Führer per trovare una soluzione pacifica alla questione dei Sudeti. E ben due volte, nel settembre del 1938, volò in Germania per sottoporre ad Hitler delle ipotesi di compromesso.

Nel corso del primo colloquio, il Führer, dopo avere affermato di non poter tollerare oltre la tracotanza della Cecoslovacchia e di essere pronto ad affrontare anche un conflitto mondiale, si dichiarò disposto ad accettare la mediazione dell'Inghilterra lasciando intendere che quella sarebbe stata "l'ultima rivendicazione" tedesca. Ma a fronte di questa apertura al dialogo, Berlino proseguì nel piano di conquista affidando ad Henlein il compito di organizzare un vero e proprio esercito di sobillatori nei Sudeti, che provocò disordini e scontri con diversi morti e feriti. Tali scontri furono il pretesto che la Germania aspettava per schierare cinque armate sul confine cecoslovacco.

In questa situazione di tensione gli sforzi diplomatici subirono un'accelerazione. A Londra Edouard Daladier e Georges Bonnet, rispettivamente primo ministro e ministro degli esteri francesi, incontrarono a Londra i loro omologhi inglesi convenendo che il passaggio dei Sudeti alla Germania era indispensabile per salvaguardare la pace. Il tutto fu deciso senza neppure consultare il presidente della Cecoslovacchia, Edvard Benes, che, ovviamente, fu costretto ad accettare il sacrificio, pur sentendosi tradito dalle potenze occidentali.


Il 22 Settembre 1938 Hitler e Chamberlain si incontrarono nuovamente e il premier inglese rese noto che tutte le nazioni interpellate, Cecoslovacchia compresa, avevano accettato la cessione dei Sudeti alla Germania. Tuttavia il Führer ora non si accontentava più. Dichiarò che di fronte ai nuovi soprusi perpetrati ai danni del popolo tedesco intendeva occupare immediatamente i Sudeti. Il giorno successivo Chamberlain riuscì a Adolf Hitlerstrappare al leader tedesco la concessione di un termine di cinque giorni entro i quali il territorio conteso doveva essere ceduto. Mentre ancora la discussione era in corso, giunse la notizia che Benes aveva ordinato la mobilitazione generale delle truppe cecoslovacche. Indignato, Hitler dichiarò che avrebbe atteso ancora fino al 1° Ottobre, dopodiché avrebbe scatenato l'attacco. Nel frattempo aveva ottenuto da parte di Polonia e Ungheria, paesi confinanti con la Cecoslovacchia, l'assicurazione che non sarebbero intervenute. Anzi, la Polonia arrivò addirittura a presentare un ultimatum alla Repubblica Cecoslovacca, in forza del quale il 27 Settembre ottenne l'annessione del distretto di Teschen, contribuendo così ad accrescere la tensione e la pressione su Praga.

Alla fine di settembre, quando ormai l'Europa si stava preparando a una guerra che sembrava inevitabile, Chamberlain si rivolse a Mussolini perché convincesse l'alleato tedesco a fare un paso indietro. Il Duce, contro le sue stesse aspettative, riuscì a strappare a Hitler un rinvio dell'attacco di ventiquattro ore: le speranze di pace si riaccesero poi grazie all'annuncio che il 29 Settembre si sarebbe svolta a Monaco di Baviera una conferenza alla quale avrebbero partecipato le più alte cariche politiche tedesche, inglesi, francesi e italiane. Non invitare alla conferenza i rappresentanti della Repubblica Cecoslovacca, la vittima sacrificale che stava per essere immolata sull'altare della pace, e soprattutto dell'Unione Sovietica, fu un errore gravissimo. Da quel momento Mosca capì di non poter contare sull'aiuto delle potenze occidentali in caso di aggressione tedesca.

Nel corso dell'incontro di Monaco Chamberlain e il primo ministro francese Daladier accettarono un progetto presentato dall'Italia che, in realtà, accoglieva quasi alla lettera le richieste tedesche e prevedeva l'annessione al Reich dell'intero territorio dei Sudeti. Ai Cecoslovacchi non restò che accettare un accordo che li lasciava alla mercé della Germania ed apriva la strada al dissolvimento del loro Stato. Chamberlain, Daladier e lo stesso Mussolini furono accolti, al rientro in patria, da imponenti manifestazioni di entusiasmo popolare ed acclamati come salvatori della pace. Il pericolo di un conflitto era scongiurato: Neville Chamberlain azzardò anche la previsione di un lungo periodo di pace per il continente europeo.


Ma quella salvata a Monaco era una pace fragile e precaria, pagata per giunta a caro prezzo. Accordandosi con Hitler sulla testa della Cecoslovacchia, le potenze democratiche avevano distrutto, assieme alle ultime tracce del principio di sicurezza collettiva, la loro stessa credibilità ed avevano aperto la strada a nuove aggressioni. Il commento più appropriato agli accordi di Monaco fu quello di Winston Churchill: «Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra». Il patto di Monaco rappresentò l'apice della politica dell'appeasement ("pacificazione"). L'accordo che sancì l'annessione dei Sudeti, accettando le assicurazioni di Hitler di non modificare ulteriormente la geografia dell'Europa, aveva offerto una temporanea via d'uscita. Secondo il "patto di Monaco" (art. 4) l'occupazione del territorio prevalentemente tedesco da parte delle truppe germaniche sarebbe avvenuto per gradi dal 1 al 10 ottobre 1938. Una Commissione internazionale (art. 3) avrebbe stabilito, entro la fine di novembre dello stesso anno, la data del plebiscito da effettuare nei territori trasferiti (art. 5).

Ma gli undici mesi che vanno dalla Conferenza di Monaco allo scoppio della seconda guerra mondiale (1 settembre 1939) mostrarono come la "falsa pace" negoziata a Monaco fra Hitler e le potenze democratiche non fosse che il rinvio di uno scontro inevitabile.

Restava da risolvere la questione sollevata dall'Ungheria che, volendo anch'essa guadagnare qualcosa, pretendeva di annettere il territorio cecoslovacco della Rutenia subcarpatica. Furono designati come arbitri della disputa il ministro degli esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, e quello italiano, Galeazzo Ciano. La richiesta fu solo parzialmente accolta, assegnando alla nazione magiara alcune cittadine e i relativi distretti.

Ma intanto Hitler non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Il 9 Ottobre impartì ai suoi

generali l'ordine di tenersi pronti per l'invasione di ciò che rimaneva della Cecoslovacchia. Intanto il presidente ceco Edvard Benes, per protesta, il 5 Ottobre 1938 rassegnò le dimissioni. Il suo successore venne nominato soltanto il 30 Novembre, nella persona del sessantaseienne Emil Hácha, che, fino a quel momento, non si era mai occupato di politica e aveva svolto la funzione di giudice. Il nuovo presidente e il ministro degli esteri Frantisek Chvalkovsky decisero di intrecciare rapporti amichevoli con la Germania. Il che significava cercare di soddisfare il più possibile le sue richieste. Così, mentre non si riconosceva alcuna forma di autonomia culturale ai Cechi che abitavano il territorio dei Sudeti passato sotto la dominazione del Reich, si riconosceva ai Tedeschi che ancora abitavano in territorio cecoslovacco uno statuto speciale che garantiva loro un'ampia autonomia dalle autorità statali. Inoltre, il 19 Novembre erano stati firmati due accordi secondo i quali la Cecoslovacchia metteva a disposizione del Reich il terreno necessario per la costruzione di una strada che avrebbe dovuto collegare Vienna a Breslavia e acconsentiva alla costruzione, a spese comuni, di un canale tra l'Oder e il Danubio.



Il 21 Novembre Hitler predisponeva, tramite il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, comandante dell'Oberkommando der Wehrmacht (OKW), una serie di durissime richieste riguardanti l'esercito cecoslovacco, che furono presentate il 21 gennaio successivo a Berlino al ministro degli esteri ceco. Si trattava di condizioni che avrebbero fatto della Cecoslovacchia un protettorato tedesco e che Chvalkovsky non poté accettare. Per evitare una aperta violazione dei patti di Monaco Hitler e Ribbentrop tentarono allora un'altra strada.

Nell'ambito della federazione ceca, la Slovacchia, già dal 6 Ottobre 1938, si era dotata di un governo autonomo a capo del quale vi era monsignor Jozef Tiso e il cui segretario di stato era il capo della minoranza tedesca della regione Franz Karmasin. Inoltre, stava assumendo sempre maggior forza il movimento separatista slovacco, di cui uno dei massimi esponenti era il professor Vojtech Tuka, che rivendicava la piena autonomia e indipendenza da Praga. Il 12 Febbraio 1939 il Führer ricevette la visita di Tuka e di Karmasin, ai quali dichiarò apertamente che se la Slovacchia avesse proclamato la propria indipendenza, la Germania avrebbe garantito la sua protezione. Nel frattempo, il 9 Marzo, proprio durante le trattative tra il Governo di Praga e quello di Bratislava per assicurare alla Slovacchia la piena indipendenza, Hácha destituì Tiso e alcuni suoi ministri per "azione separatista e attentato all'unità dello stato". Hitler cercò di approfittare della situazione convocando per il 13 Marzo monsignor Tiso e il ministro destituito Durcansky, che ricevette insieme a von Ribbentrop, il ministro di stato Meissner, i segretari di stato Dietrich e Keppler e i generali Keitel e von Brauchitsch. Durante l'incontro il Führer propose esplicitamente agli esponenti slovacchi quanto già proposto a Tuka, sottolineando, però, che l'indipendenza della Slovacchia doveva essere dichiarata entro poche ore perché era appena giunto un telegramma che annunciava movimenti di truppe ungheresi verso la Rutenia subcarpatica. In realtà, queste operazioni erano state organizzate proprio dalla Germania con abili mosse diplomatiche per mettere sotto pressione i governanti slovacchi. In mancanza di una dichiarazione di indipendenza entro brevissimo tempo, il Reich avrebbe abbandonato la Slovacchia al suo destino.

Così, il 14 Marzo, la Dieta di Bratislava dichiarò l'indipendenza chiedendo alla Germania di proteggere i confini slovacchi, ma ciò non poté impedire il passaggio della Rutenia all'Ungheria, come convenuto tra l'emissario del Führer, Altenburg, e il reggente magiaro, l'ammiraglio Miklós Horthy.





La Repubblica di Cecoslovacchia, da moderno stato federale, si ritrovò così smembrata e ridotta alle sole Moravia e Boemia. Il 15 Marzo 1939 Hácha e il ministro degli esteri Chvalkovsky si recarono alla nuova Cancelleria di Berlino dove il Führer invitò il presidente a firmare un documento che era stato predisposto in precedenza dall'OKW, sottolineando come non vi fosse alcuno spazio per la trattativa. Il leader nazista sottoscrisse il testo che prevedeva la rinuncia da parte della Cecoslovacchia alla propria sovranità in favore della Germania e uscì dalla stanza lasciando i rappresentanti cechi in balia dei propri collaboratori. Questi resero noto che il Führer aveva già impartito ai generali della Wehrmacht l'ordine irrevocabile di iniziare l'occupazione del territorio cecoslovacco alle 6.30 di quello stesso giorno; inoltre, se il documento non fosse stato Joachim von Ribbentropfirmato quella stessa notte, circa 800 aerei tedeschi sarebbero decollati alla volta di Praga e l'avrebbero sottoposta a un terribile bombardamento.

Mancavano dunque soltanto poche ore prima che la Germania scatenasse l'inferno sulla Cecoslovacchia e Hácha dovette decidere in questo brevissimo lasso di tempo se cedere alle pretese naziste consegnando il paese che egli rappresentava nelle mani del Führer o tentare un'ultima, disperata resistenza contro la potente macchina da guerra tedesca. Era un uomo anziano e malato di cuore e più volte perse i sensi: dovette essere rianimato con alcune iniezioni dai medici che il cinico capo del Reich aveva già fatto preparare in una stanza vicina. Alla fine, Hácha, sfinito, accettò di firmare il documento presentatogli dai rappresentanti della Germania, convinto che comunque questo fosse l'unico modo per evitare un inutile spargimento di sangue. Soltanto in questo modo quello che rimaneva della Cecoslovacchia avrebbe avuto qualche speranza di conservare la propria soggettività internazionale e una minima autonomia.

Quello stesso giorno le truppe tedesche della Wehrmacht varcarono il confine ceco iniziando così l'occupazione e, alle 9 del mattino, entrarono a Praga. In serata giunse anche Hitler, che prese possesso del palazzo Hradcin, antica residenza dei re di Boemia. I Tedeschi subito introdussero la circolazione automobilistica a destra che, all'inizio, causò una grande confusione soprattutto nel trasporto del tram. Nel territorio del Protettorato di Boemia e Moravia vennero chiuse tutte le università. La città fu dominata dalla propaganda tedesca, la lingua tedesca prese dappertutto il primo posto tra le lingue parlate. La corona cecoslovacca venne sostituita da due monete separate: la slovacca e quella di Boemia e Moravia. A comando del protettorato fu posto Konstantin von Neurath, già ministro degli esteri del Reich. Vennero applicate misure di controllo della stampa, aboliti i partiti politici, i sindacati e introdotte le leggi di Norimberga sulla discriminazione razziale.


La Cecoslovacchia, di fatto, ormai non esisteva più e le grandi potenze occidentali, di fronte alla chiara violazione degli accordi di Monaco di Baviera, non fecero nulla. Consentirono, senza battere ciglio, lo smembramento e l'occupazione di quello stato che a Monaco avevano promesso di proteggere contro ogni ulteriore aggressione. Per giustificare un simile comportamento Neville Chamberlain affermò: «La situazione è mutata in quanto la dieta slovacca ha dichiarato l'indipendenza della Slovacchia. Questa proclamazione ha come effetto la fine dello stato le cui frontiere noi avevamo promesso di garantire e, di conseguenza, il governo di sua Maestà non può più considerarsi vincolato a questi impegni».

L'occupazione della Repubblica di Cecoslovacchia ebbe gravi conseguenze non solo dal punto di vista dell'immagine e del morale, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista militare, visto che la Germania poté appropriarsi dei moderni armamenti cecoslovacchi e di importanti materie prime. Se prima era ancora possibile rallentare l'azione del Führer, l'iniezione di fiducia derivante dal successo in Cecoslovacchia rese la cosa praticamente impossibile. Del grave errore si resero conto gli stessi Chamberlain e Daladier, abbandonando la politica dell'appeasement fino ad allora seguita.

Questi i primi provvedimenti presi dall'Inghilterra, come si evince dalle parole del discorso del Ministro degli Esteri lord Halifax alla Camera dei Lord il 20 Marzo 1939: «....date le circostanze, il Governo di Sua Maestà ha ritenuto necessario adottare alcuni provvedimenti come quello di sospendere immediatamente la visita a Berlino di più alti funzionari del Ministero del Commercio Estero, attraverso i quali il Governo intendeva intervenire direttamente nelle riunioni non ufficiali che si stavano svolgendo nella capitale tedesca tra i rappresentanti dell'Industria. Abbiamo infatti ritenuto, come ho già avuto modo di dichiarare alcuni giorni fa, che data la situazione ogni iniziativa di collaborazione con la Germania fosse francamente fuori luogo e dovesse essere rinviata a data da destinarsi. Il Governo di Sua Maestà ha inoltre richiamato il suo Ambasciatore a Berlino che già ieri è tornato a Londra. Abbiamo anche presentato una protesta formale al Governo Tedesco attraverso la quale abbiamo ribadito che consideriamo gli avvenimenti di questi giorni in assoluto contrasto sia con i contenuti dell'Accordo di Monaco, sia con lo spirito con il quale i firmatari di quell'Accordo si impegnavano vicendevolmente a cooperare per raggiungere pacificamente un'intesa. Abbiamo inoltre colto l'occasione per protestare contro i provvedimenti adottati in Cecoslovacchia dopo l'azione militare, sottolineando che per noi sono privi di ogni fondamento di legalità....Alcuni apologisti Tedeschi tentano di giustificare l'azione del loro Governo con riferimenti alla storia passata dell'Impero Britannico. È inutile ricordare che il principio sul quale si fonda l'Impero Britannico è quello di sviluppare la cultura dell'autogoverno nei Paesi che di questo Impero fanno parte. Dovunque siamo stati nel mondo, abbiamo sempre lasciato una traccia di libertà. La nostra politica quindi non ha niente in comune con la soppressione dell'indipendenza di popoli il cui sviluppo politico già consente loro di governarsi autonomamente. È stato inoltre obiettato che ciò che è avvenuto in Cecoslovacchia non deve interessare il nostro paese. È vero che abbiamo sempre riconosciuto, se non altro per ragioni geografiche, che la Germania dovesse sicuramente essere molto più interessata di noi alla Cecoslovacchia e all'Europa Sud Orientale, poiché rappresentano i territori naturali per la propria espansione commerciale, ma poiché i cambiamenti che avvengono in qualsiasi parte dell'Europa producono profondi effetti anche altrove, la nostra posizione è radicalmente mutata. Ci siamo dovuti purtroppo confrontare improvvisamente con l'arbitraria soppressione di uno Stato sovrano e indipendente, condotta in violazione dei più elementari principi che regolano i rapporti internazionali. Alla luce dei recenti eventi, risulta abbastanza naturale dire al Governo di Sua Maestà ciò che il nobile Lord ha già detto questo pomeriggio e cioè che la politica adottata a Monaco fu un tragico errore....Abbiamo creduto troppo ottimisticamente alle assicurazioni date da Hitler che dichiarava di non avere nessuna ulteriore ambizione territoriale e di non voler incorporare nel Reich popolazioni che non fossero di etnia tedesca....Non vi è alcun dubbio che le promesse fatte da Hitler al fine di annettere alla Germania i territori ex tedeschi e quelli abitati da popolazione prevalentemente di lingua tedesca, non sono state mantenute; qualunque siano le giustificazioni che egli ora adduce. Fino all'Accordo di Monaco egli ha sostenuto i principi per i quali si batteva e cioè la riunificazione di tutti i Tedeschi e l'esclusione delle altre etnie dal Reich, ma avendo ora posto 8 milioni di Cechi sotto il dominio della Germania è venuto sicuramente meno a quei principi e alla filosofia che li aveva ispirati....Ogni Paese confinante con la Germania è ora sicuramente incerto sul proprio futuro e teme che la propria identità nazionale e la propria sovranità possano essere minacciate dall'interno attraverso movimenti ispirati dall'esterno....Non è ancora possibile valutare le conseguenze dell'azione Tedesca. La storia è piena di tentativi mirati a dominare l'Europa ma tutti, presto o tardi, si sono rivelati disastrosi per coloro che li hanno compiuti. Non è stato mai possibile soffocare lo spirito dei popoli liberi».

Archivio