Debito pubblico Italiano fine agosto 2.578 miliardi fonte Banca d'Italia



Debito pubblico raddoppiato in Italia dal 2000 e la Spagna l’ha quadruplicato La corsa al debito con l'emergenza Covid accentua le difficoltà fiscali degli stati dell'Eurozona. Italia, Francia e Spagna registrano le situazioni più a rischio. di Giuseppe Timpone ,Investire oggi. pubblicato il 06 Ottobre 2020 alle ore 07:48





Quanto debito pubblico avremo alla fine del 2020? Per quanto sia un po’ presto per tirare le somme, confortati anche dalle stime di Mazziero Research, possiamo affermare che la risposta sia 2.600 miliardi, miliardo più o miliardo meno. Rispetto al 2019, un incremento di ben 190 miliardi. L’emergenza Covid ha fatto esplodere ovunque le emissioni di titoli di stato per affrontare la crisi sanitaria ed economica. Nessuna eccezione in Italia, che oltre ad essere stata la prima economia occidentale colpita a marzo dalla pandemia, era quella considerata già a rischio sul piano fiscale, dato l’enorme debito pubblico accumulato, pari al 135% del pil. Il rapporto salirà in area 160% a fine anno. Il debito pubblico italiano corre verso i 2.600 miliardi Da quando è iniziato il nuovo millennio, di debito pubblico ne avremo accumulato per altri 1.269 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto all’eredità lasciataci dagli anni Novanta. Nel frattempo, il prodotto interno lordo nominale è cresciuto solamente di 475 miliardi, cioè di circa 2,6 volte in meno. Possiamo consolarci con il brutto trend della Francia, che nello stesso frangente avrà messo a segno un aumento del debito di 1.750 miliardi, a fronte di appena +800 miliardi per il pil. Nel caso di Parigi, il debito pubblico in valore assoluto a fine anno risulterà all’incirca triplicato rispetto ai livelli di inizio millennio. La Spagna, se vogliamo, ha fatto di peggio: dai 362 miliardi di fine 1999, quest’anno dovrebbe salire sui 1.300 miliardi, quasi quadruplicando le sue passività. Capiamo bene perché la Germania ci guardi inorridita, per quanto anch’essa abbia raddoppiato il suo indebitamento nominale, pur a fronte di una crescita del pil (sempre nominale) quasi di ugual ritmo. La verità è che limitandoci alle prime quattro grandi economie dell’Eurozona, in poco più di 20 anni abbiamo assistito a un’esplosione di debito pubblico per circa 5.500 miliardi, il 50% dell’intero pil dell’Eurozona. Dal Recovery Fund a un nuovo assaggio di austerità fiscale Questa tendenza non farà che accentuarsi dopo il Covid. Gli europei hanno vissuto due grandi crisi in poco più di un decennio e l’idea di imporre ai cittadini-contribuenti ulteriori sacrifici per fare quadrare i bilanci, per quanto razionale sia, non potrà trovare facile e immediata applicazione quasi in nessuno stato, perché porterebbe a una crisi politica irreversibile nell’unione monetaria, quando già dopo il 2008-’09 l’euro-scetticismo si è impennato e ha preso ovunque persino in latitudini insospettabili, come l’Italia e la stessa Francia. Ma i debiti esistono per davvero e andranno ripagati. Per questo, a luglio il Consiglio europeo, obtorto collo, ha varato il Recovery Fund”, un fondo comune da 750 miliardi di euro per sostenere il rilancio delle economie UE dopo l’emergenza e in buona parte composto da sussidi, cioè prestiti a fondo perduto. Si tratta di una prima forma di mutualizzazione dei debiti tra i paesi dell’euro (e non solo), una mossa obbligata per evitare la crisi fiscale in uno o più membri a rischio, Italia in testa. Grazie a questa misura di portata in sé storica – sulla realizzazione pratica dovremo vedere – la percezione del rischio sulla tenuta dell’Eurozona è diminuita e ciò sta consentendo anche agli stati fiscalmente più deboli di emettere debiti a costi contenuti. Recovery Fund, l’Italia di Conte dorme e la Francia di Macron ha già pronto il piano Tutti beneficiano dell’ombrello offerto dagli stati più solidi, come Germania, Olanda e Austria, i cui rating altissimi sono assegnati anche alle emissioni comuni. In un certo senso, l’affidabilità dei tedeschi garantisce per i debiti italiani, francesi e spagnoli, cioè stiamo avvalendoci di una vera e propria “fideiussione” offertaci dal Nord Europa. Questo sostegno, tuttavia, non può arrivare gratis, altrimenti l’euro diverrebbe la sommatoria tra governi “frugali” e fessi e altri “spendaccioni” e furbi. Il “prezzo” da pagare sarà non tanto il pagamento degli interessi sui prestiti ricevuti, peraltro a carico perlopiù degli stati economicamente più forti, quanto l’assoggettamento a piani di consolidamento fiscale negli anni successivi alla fine della pandemia. L’ottemperanza non sarà pretesa immediata, bensì a ripresa avvenuta. Verosimilmente, dopo il 2023 torneremo a stringere la cinghia seriamente. Chiunque vinca le prossime elezioni politiche in Italia è avvertito. giuseppe.timpone@investireoggi.it  Moneta fiscale parallela, così i grillini vogliono ancora portarci fuori dall'euro I Certificati di credito fiscali proposti dal Movimento 5 Stelle ricalcano i "mini-bot" di Claudio Borghi e segnalano la volontà di parte della maggioranza di continuare a puntare sull'uscita dall'euro. di Giuseppe Timpone, pubblicato il 01 Ottobre 2020 alle ore 15:27 Se Beppe Grillo va in giro a dichiarare che il pil non abbia alcuna importanza, che il Parlamento possa essere rottamato da un sorteggio tra i cittadini, che serve un reddito universale sufficiente per tutti e che il Recovery Fund non debba puntare a potenziare la crescita, il suo Movimento 5 Stelle alla Camera aggrava il sospetto che parte della maggioranza stia giocando a tornare alle origini per recuperare il consenso perduto. In Commissione Finanze, a inizio settimana i deputati Raffaele Trano (espulso dall’M5S a marzo), Alvise Maniero e Raphael Raduzzi hanno presentato una proposta per l’introduzione in Italia dei Certificati di credito fiscali (Ccf), anche noti come moneta fiscale per le ragioni che vedremo. L’unico merito dei minibot? Averci fatto capire che la fine dell’euro è possibile Nelle intenzioni dei tre grillini, lo stato emetterebbe a favore di specifiche categorie di persone e di imprese obbligazioni che aumentino nell’immediato la liquidità in circolazione. Questi titoli prenderebbero il posto degli euro veri e propri per consentire ai destinatari di beneficiare in anticipo di rimborsi fiscali, purché a distanza di almeno due anni dall’emissione. I titolari potrebbero anche utilizzarli per pagarvi le imposte su un lavoratore assunto. Si tratterebbe a tutti gli effetti di una moneta parallela e “non alternativa” all’euro, giurano i proponenti. Nei fatti, presuppone l’accettazione dello stato quale forma di pagamento per imposte attuali o come anticipo di pagamento per crediti fiscali futuri. Dovrebbero altresì essere scambiati tra i privati, anche se l’accettazione dei privati non sarebbe obbligatoria, venendo meno uno dei requisiti indispensabili che caratterizza la moneta a corso forzoso. I rischi della moneta fiscale Secondo i tre deputati, nessun contrasto con le norme che regolano l’euro. Alla BCE non la pensano così. Già negli anni passati, l’allora governatore Mario Draghi ebbe a rispondere sul tema, ribadendo che nell’unione monetaria si possa emettere solo l’euro. E in Grecia, fu nel 2015 l’allora ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, a proporre i cosiddetti “IOU”, sentendosi spernacchiare dalle controparti a Bruxelles. Qual è la logica sottostante alla moneta fiscale? Lo stato eviterebbe di emettere formalmente debito, puntando su uno strumento che gli consente ugualmente di accrescere la liquidità interna, a beneficio dei consumi, degli investimenti e della crescita economica. Tutto bello, se non fosse che questi Ccf priverebbero lo stato di gettito fiscale nel momento in cui verrebbero utilizzati per pagare le imposte. E il “buco” dei conti pubblici inevitabilmente si tradurrebbe in un aumento del debito pubblico, pur ritardato nel tempo. I fautori ribattono che l’impatto positivo che questi strumenti avrebbero sul pil finirebbe per evitare la crisi dei conti pubblici. L’argomentazione appare di per sé infondata, essendo dimostrato in economia che nessun debito si auto-ripaghi del tutto. Diverso nel caso in cui l’unica modalità di utilizzo dei Ccf fosse di anticipare il rimborso dei crediti fiscali, perché si tratterebbe di estinguere in anticipo un debito (dello stato) senza gravare sul bilancio. Aspetto ancora più preoccupante, questa misura segnalerebbe ai mercati finanziari e alle stesse imprese e famiglie l’intenzione del governo di avvalersi di una moneta parallela all’euro, un fatto che verrebbe percepito quale possibile primo passo per uscire dall’Eurozona. La reazione sarebbe allarmata: gli investitori venderebbero i BTp e pretenderebbero rendimenti molto più alti per acquistarli, scontando il rischio Italexit; le famiglie ritirerebbero i conti in banca, magari spostandoli all’estero. Le imprese smetterebbero di investire e assumere, non avendo più certezze sul futuro. Come da classica profezia che si auto-avvera, la moneta fiscale rischierebbe di condurre proprio all’uscita dall’euro. Perché i minibot di Borghi sarebbero un taglio mascherato dei crediti delle imprese La crisi dei 5 Stelle Strana la tempistica di questa proposta. Se il problema della liquidità si poneva fino all’inizio dell’anno, quando effettivamente l’Italia era tenuta a badare ai conti pubblici, non si può dire che con la pandemia non abbia ottenuto la totale flessibilità da Bruxelles sul deficit. Il governo Conte ha innalzato il disavanzo di 100 miliardi per quest’anno, in grossa parte per finanziare provvedimenti di spesa opinabili, come il bonus monopattini o il bonus vacanze. Perché non ha approfittato dell’allentamento fiscale per saldare tutti i debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione con le imprese e ammontanti ancora a decine di miliardi? Sarebbe stato un tonificante per la liquidità, la stessa che si propone di sostenere una misura come quella sui Ccf. E allora, dietro alla proposta vi sarebbe altro. Quasi certamente, la moneta fiscale non travalicherà mai l’aula della Commissione Finanze della Camera. Rimarrà confinata ai polverosi verbali di Montecitorio, non vedendo mai la luce, anzi nemmeno una discussione nell’aula plenaria. L’unica ragione che avrebbe indotto i tre grillini a puntare sulla moneta fiscale sarebbe la reazione ai tragici risultati ottenuti dall’M5S alle elezioni regionali di qualche settimana fa. Serve dimostrare all’elettorato di essere rimasti “anti-sistema” e al PD di non voler accondiscendere troppo ai suoi desiderata. Per fortuna, nessuno dà più credito alle chiacchiere dentro ai palazzi della politica, specie se arrivano da un movimento del tutto sconnesso dalla realtà e alla disperata ricerca di visibilità e consensi. E meno male! La bella morte del Movimento 5 Stelle, quasi estinto per irrilevanza politica giuseppe.timpone@investireoggi.it  La Germania farà debiti fino al 2024, ecco cosa significa per l'Italia Il bilancio tedesco abbandona anche per l'anno prossimo la regola dello "Schwarze Null" e il ministro delle Finanze prospetta il ricorso all'indebitamento per i prossimi 4 anni. di Giuseppe Timpone, pubblicato il 26 Settembre 2020 alle ore 08:21 La Grosse Koalition si è messa d’accordo per elaborare la manovra di bilancio per il 2021, l’ultima dell’era Merkel. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, l’ha presentata al Bundestag e ha confermato la sospensione anche per l’anno prossimo della regola costituzione del cosiddetto “Schuldenbremse”, quella che prevede di mettere un freno al debito pubblico, perseguendo il pareggio di bilancio o “Schwarze Null”. Dopo i 218 miliardi attesi per il 2020, il debito tedesco nel 2021 dovrebbe salire di altri 96,2 miliardi. Lo stesso Scholz ha spiegato che “debbano essere mantenuti e sviluppati i servizi diretti alla nostra comunità e per la nostra società e non messi in discussione”. Il ricorso all’indebitamento è stato prospettato anche attraverso il bilancio pluriennale, pur in misura decrescente nel tempo. Resta il fatto che anche nel 2024 la Germania non chiuderebbe in perfetto equilibrio, puntando a un deficit di 5 miliardi. Ricordiamo che nel 2019 aveva registrato il suo sesto attivo di bilancio consecutivo e pari all’1,4% del pil, con il rapporto debito/pil sceso al 59,5%, sotto la soglia del 60% indicata dal Patto di stabilità come tendenzialmente massima per gli stati dell’euro. Per quest’anno, il debito dovrebbe salire a oltre il 75% e secondo il governo di Berlino raggiungerà il picco dell’80%, lo stesso toccato dopo la crisi del 2009, prima di tornare a scendere. L’abbandono per ancora diversi anni dell’obiettivo del pareggio di bilancio costituisce un fatto di assoluto interesse per l’Italia. La Germania è l’economia più grande e influente dell’Eurozona e le sue posizioni fiscali influenzano decisamente le politiche nel resto dell’area. L’allentamento dei conti pubblici teutonico prelude a una politica monetaria altrettanto espansiva, così da evitare che la crescita del debito comporti un aumento dei costi di emissione a carico degli stati. La Germania è sulla strada per azzerare gli interessi sul suo debito pubblico Cosa cambia per l’Italia L’Italia avrebbe dinnanzi a sé un periodo di flessibilità, che dovrebbe sfruttare non per galleggiare, bensì per rimettere la propria economia in carreggiata, prima che inevitabilmente dovrà tornare a tagliare il deficit sotto i parametri-chiave europei. Si tratta di una finestra temporale più che opportuna per varare riforme pro-crescita anche costose, ma che nel futuro ci consentirebbero di accelerare i tassi di crescita e di ridurre il nostro grado di indebitamento, nonché il rischio sovrano percepito sui mercati finanziari. I dati presentati da Berlino non sono scolpiti sulla roccia, tuttavia. Tra pochi mesi inizia la più importante campagna elettorale per il voto federale nel settembre 2021. Angela Merkel non cerca il quinto mandato e non si sa ancora chi si candiderà al suo posto per la coalizione di centro-destra. Scholz correrà per la cancelleria per i socialdemocratici e segnala tutta l’intenzione di farlo con una proposta fiscale meno rigida di quella conservatrice. I sondaggi prospettano al momento una vittoria della CDU-CSU, ma senza la maggioranza assoluta dei seggi al Bundestag. Da qui, la necessità ancora una volta di trovare alleati. Saranno i soliti socialdemocratici, spunteranno i Verdi o basteranno i voti dei liberali dell’FDP? L’una o l’altra opzione non saranno indifferenti per la politica fiscale. La riedizione della Grosse Koalition lascerebbe grosso modo invariata la linea sin qui tracciata, anche se molto dipenderebbe dalle sensibilità del nuovo cancelliere. L’alleanza con i Verdi porrebbe maggiore accento ai temi della sostenibilità ambientale e avrebbe implicazioni fiscali espansive. Viceversa, il ritorno all’alleanza con l’FDP determinerebbe uno spostamento a destra degli equilibri politici, con la conseguenza che il pareggio di bilancio verrebbe raggiunto più velocemente e con maggiore determinazione. E se a capo dei conservatori corresse il governatore bavarese Markus Soeder, esponente della linea più austera della coalizione, lo spazio per l’allentamento fiscale si restringerebbe ulteriormente. Perché la Germania vuole che le banche italiane abbiano poco debito pubblico? giuseppe.timpone@investireoggi.it