Ecco il vero motivo (economico ) della guerra russa in Ucraina


Start magazine

Guerra Russia-Ucraina: l’obiettivo di Putin è quello di diventare il primo fornitore di materie prime della Cina. Il libro di Giuseppe Sabella letto da Francesco Provinciali Quello che l’economista Giuseppe Sabella, esperto di economia e mercato del lavoro, ha consegnato all’editore Rubbettino (che lo sta diffondendo a 1,99 euro e proventi per l’Ucraina) è qualcosa di più di un saggio breve, un paper come si dice in gergo: è un’originale ed approfondita analisi delle motivazioni prodromiche che hanno scatenato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e delle varie concause che l’hanno determinata e sostenuta. Abituati agli estenuanti e spesso stucchevoli dibattiti televisivi dove i tuttologi esprimono congetture, interpretazioni, punti di vista, opinioni sovente non suffragate da analisi competenti, forse più preoccupati di prendere posizione o di esporre suggestioni quasi mai aderenti alla realtà, si resta sorpresi nel leggere questa trentina di pagine dove Sabella espone in modo chiaro alcune riflessioni più che plausibili. Egli scrosta le apparenze e le suggestioni che coprono la realtà (come una sorta di “cappa” direbbe Veneziani) e riporta ogni approfondimento sul piano dell’approccio geopolitico ma soprattutto geoeconomico: è da tempo convinto assertore della matrice e della genesi economica, tecnica e scientifica di ciò che sta accadendo a livello planetario. Allievo di un grande filosofo della Scienza, il compianto Prof. Giulio Giorello, l’autore di questo saggio – dosato in misura da essere fruibile al grande pubblico – non tradisce la sua solida formazione: l’impianto è scientifico senza disdegnare quelle dimensioni soggettive che si esprimono sul piano sociologico, demografico, politologico nella loro poliedrica dimensione di approccio. Non corollari ma aspetti complementari ancora riconducibili ai cascami deleteri della globalizzazione poiché – come esprime l’aforisma di Giulio Tremonti che apre il saggio – “Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione ma è la fine della globalizzazione che porta alla guerra”: e non si tratta di un rovesciamento tautologico, di un gioco di parole, ma dell’incipit che spiega l’impianto concettuale dell’analisi di Sabella. L’Ucraina da almeno cent’anni è sempre stata la zona più ricca dell’ex blocco sovietico: i kulaki ucraini (specie nel Donbas) erano gli imprenditori più solidi e intraprendenti. D’altra parte l’Ucraina ha una storia millenaria: quando a Kjiv fioriva la cultura, si erigevano chiese e si aprivano cenacoli culturali, nel resto della Russia c’era la foresta, la lingua degli intellettuali e dei colti era l’ucraino, il russo il vulgo popolare. Ma Sabella esordisce subito con le vicende attuali, dall’invasione ordinata da Putin il 24 febbraio 2022, e confuta l’ipotesi di un accerchiamento della NATO nei cfr. della Russia e l’intenzione dell’Ucraina di aderire al Patto Atlantico, idea avanzata da G. Bush nel 2008 e respinta dall’Europa, né mai rinnovata da Zelensky che persegue invece l’obiettivo di entrare nell’UE. Ciò premesso l’autore descrive il mutato quadro geopolitico in Europa (con l’uscita di scena della Merkel) e nei rapporti tra USA e Cina che hanno sempre più catalizzato i timori americani sul versante del Pacifico: l’America first di Trump apriva a Putin con il G8 e ciò non era gradito ai cinesi, mentre le tensioni tra Russia e Paesi europei erano iniziate ben prima dell’invasione armata ordita da Putin. “La crisi di microchip, gas e materie prime è ciò che segue a questa instabilità” e al mutato quadro geopolitico. In particolare la Cina ha fatto incetta di materie prime nel mondo mentre la Russia ha giocato la carta della dipendenza europea dalla sua fornitura di gas: una tenaglia per ridimensionare il progetto dell’indipendenza europea. Cina e Russia che imboccano la strada dell’espansionismo economico approfittando della debolezza degli USA, fortemente divisi al loro interno, mentre l’Europa che rendendosi conto del gap produttivo rispetto alle grandi potenze, lancia il Green Deal che diventa poi Next generation EU, come investimento nelle filiere produttive, tentando un riavvicinamento (penso non altrettanto ricambiato) con gli USA. In questo scenario (Cina e Russia emergenti, America impegnata a misurarsi nella doppia partita ed Europa velleitaria ma isolata) prende corpo il progetto di Putin di riprendersi l’Ucraina con motivazioni diverse (il revanscismo – “l’Ucraina è parte della storia Russa – e i timori dell’accerchiamento NATO) da quella che Sabella ritiene essere la vera causa scatenante del conflitto: ciò che lui definisce lo “scudo ucraino”. Il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino prende corpo, la Cina come prima industria manifatturiera del mondo e la Russia come fonte di materie prime (gas e petrolio). Solo in Europa nel 2021 la Russia ha provveduto al 45% del fabbisogno di gas e al 25,7 % di petrolio del vecchio continente. ”Tuttavia, Mosca non è solo gas e petrolio: secondo i dati dell’Osservatorio economico del Ministero degli Esteri, la Russia dispone di vaste riserve di ferro (seconde solo a quelle australiane), di PGM (Metalli del gruppo del platino), oltre che di oro, nickel e alluminio. La vastità del territorio, infine, la pone al primo posto al mondo anche per riserve di legname (sul territorio russo e presente oltre il 20% delle foreste al mondo”. L’obiettivo di Putin è quello di diventare il primo fornitore di materie prime della Cina: da un lato il Paese più esteso del mondo (con 150 milioni di abitanti) dall’altro la prima industria manifatturiera con un potenziale esplosivo di esportazioni. Da qui deriva, oltre il dato politico che riguarda due dittature, l’interesse reciproco di collaborazione e l’alleanza geoeconomica. Per questo l’Ucraina (seconda riserva europea di gas naturale) serve alla Russia anche se l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano “scudo ucraino”: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbas. L’area totale della sua superficie è di circa 250 mila chilometri quadrati. ”In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo”, senza contare le grandi riserve di minerale di ferro, di uranio e di zirconio, oltre che pietre preziose e semipreziose, materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità). Nello scudo ucraino si estraggono anche uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie. Il pensiero corre subito alle mire della Cina su Taiwan, primo produttore al mondo di batterie e microchip: sarebbe davvero utile per Xi Jinping poter incrementare le importazioni di “oro bianco” se la Russia si riprendesse l’Ucraina – invitata contemporaneamente a far parte della strategia dell’UE per la transizione ecologica ed energetica – che detiene un altro primato: possiede le cd. “Terre rare”, un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica (scandio, ittrio e i lantanoidi) che sono il motore delle nuove tecnologie digitali… Le Terre Rare in questo momento più ambite sono quelle del gruppo dei “supermagneti”, ovvero il neodimio, il lantanio, il praseodimio, ecc. Sono importantissimi per la produzione dei nuovi motori dell’auto elettrica, così come per smartphone e televisori, ma anche per tutta la filiera eolica, per la fibra ottica e per quella della diagnostica medica. Sono elementi in grado di cambiare e di potenziare le proprietà delle leghe che li contengono. Come si comprende, sono il cuore dell’innovazione tecnologica e digitale, motore a sua volta – insieme alle fonti energetiche rinnovabili – dello sviluppo sostenibile”. Il Green Deal impone scelte drastiche: ce lo ricorda Sabella quando afferma “la strada è tracciata”, ed è “la transizione che ci conduce dal carbone alle energie rinnovabili passando per il gas”. Sabella traccia una mappa del nuovo ordine mondiale che si svilupperà su tre direttrici, tenuto conto di fattori imprevedibili (ad es. l’economia cinese non può crescere ad una media del 7% l’anno) : 1) Cina e Stati Uniti cercheranno sempre più di chiudere i loro mercati alla penetrazione esterna e cercheranno di invadere il solo altro grande mercato che esiste fuori di esse: l’Europa. 2) Il mondo va configurandosi verso tre grandi piattaforme produttive: USA, Cina ed Europa. Ma Europa, in senso industriale, significa soprattutto Germania. Per la Germania il principale mercato di sbocco non sarà più il mondo, come è stato finora, ma essenzialmente l’Europa. È dunque interesse vitale per l’industria tedesca che il mercato europeo cresca e si consolidi. 3) In ragione di questa grande riconfigurazione politica ed economica, le catene globali del valore cambieranno morfologia: i processi di decoupling e di back reshoring si velocizzeranno. L’analisi e l’interpretazione che Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico: essa si appalesa come qualcosa di più della semplice disamina plausibile. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di utile, di unico e di straordinario. Anche perché non sono estranei i drammatici risvolti e i disastri umanitari che il delirio di onnipotenza e lo spregio per l’autodeterminazione dei popoli e le libertà individuali, ma direi la vita stessa, hanno drammaticamente provocato. Chiudo con le sue parole che sono il fermo immagine del presente. “Al principio di una nuova fase della storia del mondo, Putin sta disperatamente cercando di impossessarsi della miniera ucraina perché consapevole di quella ricchezza e delle difficolta dell’economia russa. Dentro il processo di regionalizzazione dell’economia e di decoupling delle catene del valore, si contrapporranno l’economia occidentale e quella asiatica, ovvero il blocco delle democrazie liberali e quello delle autocrazie. La speranza è che la Russia non istituzionalizzi il metodo belligerante per avvantaggiarsi. E che la Cina non assecondi il metodo di Putin. Da questo punto di vista, la crisi ucraina è molto preoccupante”. A cominciare dall’Europa, aggiungerei.

Archivio