I tanti errori di Emmanuel Macron in politica estera






Linkiesta

Alessandro Ferri


Dal dietrofront del governo australiano sull’acquisto dei sommergibili francesi alla ignorata richiesta di perdono per gli Harki in Algeria, il presidente viene attaccato da destra a sinistra per le sue scelte diplomatiche, influenzate dalla volontà di non perdere alle elezioni presidenziali del 2022 Le elezioni presidenziali si avvicinano (aprile-maggio 2022) ed Emmanuel Macron segue la tradizione francese che vede il presidente dedicarsi più attivamente alla politica estera negli ultimi due anni di mandato rispetto a quelli precedenti. Un atteggiamento non sempre positivo, soprattutto in un periodo storico in cui continuano ad aprirsi fronti in ogni angolo del mondo. Per esempio la posizione del presidente francese sulla situazione in Afghanistan è più vicina alla destra di Marine Le Pen che ai suoi alleati liberali ed europeisti: nessun riconoscimento dell’autorità talebana e del governo fantoccio che si è appena insediato a Kabul – ci mancherebbe altro -, ma cautela sull’accoglienza dei migranti. Il dietrofront del governo australiano, che nel 2016 aveva sottoscritto un accordo da 56 miliardi di euro per l’acquisto di 12 sommergibili d’attacco Shortfin Barracuda dalla francese Naval Group, ha portato Macron a una forzatura diplomatica inusuale: il richiamo degli ambasciatori francesi in Australia e negli Stati Uniti. Un evento senza precedenti. Cinque anni fa il ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian tornò dall’Oceania con quello che definì «Il contratto del secolo», controfirmato dall’allora premier australiano Malcolm Turnbull. Questo accordo avrebbe previsto l’impiego di circa 4000 dipendenti nei cantieri di Cherbourg, in Normandia. L’idillio franco-australiano venne rafforzato ulteriormente due anni fa, con un accordo di collaborazione fino al 2069, che prevedeva anche una cooperazione nell’area dell’indo-pacifico, che va dal Gibuti alla Polinesia Francese: una zona che fu sotto il dominio francese per secoli. Ora, il passo indietro australiano, che ha deciso di stracciare il contratto e di accordarsi con gli Stati Uniti e con il Regno Unito, che vogliono avere una leadership in quell’area di Oceano Pacifico, in ottica anticinese, ha messo Macron davanti a un bivio: assecondare la volontà americana e cedere, penalizzando una grande azienda francese che difficilmente si riprenderà da una perdita così grande, o tenere il punto e creare uno strappo istituzionale? La scelta di intraprendere la seconda strada ha attirato ancora una volta pareri contrastanti: c’è chi pensa che incrinare i rapporti con un alleato fondamentale come gli Stati Uniti non abbia dimostrato la giusta lungimiranza che si addice a un presidente. Con il rischio di essere visto come un leader reazionario e rissoso dagli elettori di sinistra e ruffiano nell’inseguire i voti di Le Pen dagli elettori di destra. Il decisionismo di Macron si è rivelato fuori tempo anche in un altro dossier di politica estera che ha un peso specifico importante nella memoria collettiva francese: quello degli Harki. Era il 1962, quando, al termine della guerra franco-algerina, decine di migliaia di cittadini algerini che combattevano con l’esercito francese e che erano rimasti fedeli anche durante la guerra d’indipendenza (chiamati per l’appunto Harki, dall’arabo Haraka, “movimento”) vennero lasciati nel paese maghrebino, dopo un provvedimento dell’allora presidente Charles De Gaulle che vietava loro l’ingresso in Francia. Visti come traditori dal Fronte Nazionale di Liberazione, circa 91mila Harki, familiari compresi, riuscirono a fuggire e a entrare in Francia grazie alla disobbedienza degli ufficiali dell’esercito che erano ancora in Algeria con il preciso compito di impedire questa fuga verso l’Europa. Come era preventivabile, gli altri Harki rimasti in Algeria furono vittime di rappresaglie: si calcola che morirono tra le 30 e le 150mila persone, alcune delle quali linciate dalla folla che non accettava che dei connazionali stessero dalla parte del paese colonizzatore. Attualmente in Francia vivono circa 800mila discendenti degli Harki: per questo il tema della riconciliazione è più vivo che mai. Nel 2001 Jacques Chirac scelse il 25 settembre come Giorno della Riconoscenza Nazionale per gli Harki. Una scelta a cui fece seguito, nel 2012, il riconoscimento da parte di Nicolas Sarkozy della responsabilità francese nel loro abbandono. Ieri, durante una conferenza stampa, Macron ha chiesto il perdono della comunità Harki, aggiungendo che entro la fine dell’anno verrà inaugurato un monumento a loro dedicato e sarà varata una legge che preveda dei risarcimenti. Questa richiesta di conciliazione è avvenuta nel giorno del funerale di uno dei leader del Fronte Nazionale di Liberazione, quell’Abdel-Aziz Bouteflika che si distinse per capacità militari e che fu tra i principali artefici dell’indipendenza algerina e che ha governato il paese del Maghreb, con piglio quasi dittatoriale, dal 1999 al 2019. Le sue esequie non hanno avuto il clamore atteso: il lutto nazionale è stato di soli 3 giorni e non di 8 come si è sempre fatto per i suoi predecessori e tanti cittadini hanno dichiarato di avere di meglio da fare che seguire in tv i funerali di un uomo che aveva ridotto in povertà il paese più grande d’Africa. Il fatto è che l’Algeria è un paese molto giovane (con un’età media di 28,7 anni: basti pensare che quella francese è 41 anni, quella italiana 46), che vede la guerra d’indipendenza come un episodio tragico ormai perso nei meandri della storia. Questo vale sia per chi riconosce e comprende le ragioni del Fronte di Liberazione Nazionale, che governa quasi ininterrottamente il paese da quasi sessant’anni, sia per gli Harki, che criticano Macron, in questo caso come personificazione della Francia intera, per delle scuse arrivate in colpevolissimo ritardo. Quale che siano le sue mosse, Macron cerca di scappare da un destino ineluttabile: essere criticato a destra e a manca per ogni sua scelta. Pensando forse di raccogliere più consensi dedicandosi alla politica estera, ha invece attirato le polemiche anche quando, a luglio, la salma del generale napoleonico Charles Etienne Gudin ha fatto rientro in patria dalla Russia dove era morto nella fallimentare campagna del 1812. Il rientro doveva servire a rimettere in piedi i difficili rapporti tra Francia e Russia, ma in realtà né Vladimir Putin, né Macron hanno partecipato alla cerimonia, che si è immediatamente trasformata in un flop istituzionale, che ha un finale scritto a metà: Gudin verrà sepolto il prossimo 2 dicembre nel mausoleo napoleonico di Les Invalides. Quanto a Macron, solo il mese di maggio ci dirà più del suo destino.

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