Il preoccupante impatto della crisi del gas sulla crescita rinnovabile






Il preoccupante impatto della crisi del gas sulla crescita rinnovabile Gloria Ferrari I governi stanno puntando sul ritorno al carbone per smarcarsi dalla Russia, ma cercando il gas altrove stiamo in pratica spostando la nostra dipendenza. Continuare a investire nelle rinnovabili potrebbe accelerare la riuscita del piano, ma è difficile a farsi

Credits: LaPresse Il 6 settembre il ministero della Transizione ecologica italiano ha pubblicato il suo piano per ridurre i consumi di gas durante i mesi invernali e «realizzare da subito risparmi utili a livello europeo a prepararsi a eventuali interruzioni delle forniture dalla Russia». Quella italiana non è la sola strategia a muoversi in questo senso. Tutta l’Europa ad oggi si trova a dover fare i conti con la possibilità che da un momento all’altro dai rubinetti russi non sgorghi più neppure una goccia di gas. Ne abbiamo già avuto un assaggio proprio in questi giorni, durante i quali il governo di Putin ha lasciato intendere – piuttosto chiaramente – che al momento il gasdotto Nord Stream 1, che conduce il gas naturale in Europa, non riaprirà (era stato chiuso per via di alcuni interventi di manutenzione, o almeno così ci è stato detto). E se fosse solo l’inizio? Potrebbe, ma con le nuove direttive l’Italia ha (teoricamente) intenzione di farsi trovare più o meno pronta, arginando il più possibile il rischio di rimanere a secco. L’idea è quella di attuare alcuni accorgimenti per ridurre i consumi di gas di 5,3 miliardi di metri cubi – rispetto a quelli utilizzati l’anno scorso. Tale strategia, in vigore dal primo agosto (scorso) al 31 marzo 2023, si muove principalmente su due fronti: Il primo prevede un taglio dei consumi, soprattutto quelli provenienti dal riscaldamento. Il ministero ha infatti stabilito, ad esempio, che la temperatura dei caloriferi (o qualsiasi altro strumento utilizzato per scaldare gli edifici) sia abbassata di 1°C. Nello specifico quelli installati in luoghi adibiti ad attività industriali (o simili) saranno settati sui 17°C, mentre per le abitazioni la temperatura non dovrà superare i 19°C (ma sono previsti comunque 2°C di tolleranza). Il secondo tipo di intervento, che è poi l’aspetto che più di tutti dovrebbe interessarci, mira invece a spingere al massimo la produzione di energia elettrica servendosi di altre fonti, alternative al gas: tra queste ci sono carbone, olio combustibile (una miscela di idrocarburi) e bioliquidi (di derivazione vegetale). In questo modo il governo punta ad ottenere un risparmio di 2,1 miliardi di metri cubi di gas. Come? Fra le ipotesi vagliate c’è quella di aumentare la produzione di energia delle 6 centrali a carbone – Fusina (Venezia), Brindisi, Torrevaldaliga (Civitavecchia) e Portovesme in Sardegna (di proprietà di Enel), Fiume santo, sempre in Sardegna e Monfalcone – e una a olio combustibile (a San Filippo del Mela, Messina) – presenti sul nostro territorio. Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, potrebbe firmare nei prossimi giorni il documento che a tutti gli effetti consentirà agli impianti di produrre alla massima potenza. Sarà un procedimento piuttosto rapido, dal momento che tutte le centrali italiane sono già operative (alcune messe in funzione appositamente qualche mese fa), e a norma di legge. Ma, arrivati a questo punto, una domanda sorge spontanea, ed è piuttosto lecito che sia così: che fine ha fatto la transizione energetica? Dati alla mano – e visto quanto detto fino ad ora – la sensazione è che il nostro Paese si stia muovendo al contrario. Le informazioni raccolte dall’Espresso confermano questa tendenza e collocano l’Italia in cima alla classifica che, se avesse un titolo, sarebbe “peggior Paese in UE in termini di riduzione di energia da fonti fossili, inquinamento, emissioni di gas serra e consumi di suolo”. Nel testo dell’articolo si legge che «nel primo trimestre del 2022 abbiamo registrato un aumento di emissioni di CO2 pari all’8%, soprattutto per via dell’aumento di utilizzo di fonti fossili (+6,7%), principalmente carbone e petrolio» e che «l’aumento di emissioni di Co2 soltanto nella produzione di energia ha registrato un +25%». Dall’altra parte si è verificata una «netta contrazione dell’indice della transizione energetica, che nello stesso trimestre si è ridotto del 29% ed è arrivato a collocarsi sul minimo assoluto della serie storica». Cifre che vanno nella direzione opposta rispetto a quanto pattuito con l’accordo sul clima di Parigi del 2015, per cui sarebbe stato necessario (d’obbligo il passato, parlare al futuro, ad oggi, suonerebbe piuttosto utopistico) ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera già entro il 2030 e raggiungere al più presto la neutralità carbonica – che prevede il raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Facile a dirsi, difficile a farsi, dal momento che l’ottenimento di tali risultati prevedrebbe – almeno – di sostituire i combustibili fossili con fonti di energia che non producono emissioni (o ne producono pochissime), come il sole e il vento. Invece tutto quello che vedremo ora e nei prossimi mesi è un continuo aumento delle emissioni di CO2. Secondo le stime di Legambiente, «per ogni kWh prodotto dalle centrali a carbone vengono emessi 857,3 grammi di CO2, contro i 379,7 di quelle a gas naturale, o le emissioni zero delle centrali solari, eoliche, idroelettriche, geotermiche a biomasse». Che, come ha detto sabato scorso il ministro dell’Economia Daniele Franco, parlando a Cernobbio «non è una bellissima cosa, ma nell’immediato ci aiuta». Sì, nell’immediato, ma la questione è più complessa di così: le sue contraddizioni saltano fuori facendo una breve riflessione. Fino ad ora abbiamo detto che i governi stanno puntando sul ritorno al carbone per smarcarsi dalla dipendenza energetica russa. Dall’altra parte, però, continuare a investire nelle rinnovabili potrebbe accelerare la riuscita del “piano” e garantirne una durata più lunga: al momento stiamo comunque cercando di accaparrarci il gas da altri Paesi del mondo, dunque stiamo in pratica spostando la nostra dipendenza. Meno bisogno di gas (o di qualsiasi altro combustibile) abbiamo, meglio è. Ma tutto si può dire, tranne che la guerra in Ucraina stia spingendo i leader mondiali in questa direzione. Di mezzo c’è, giustamente, l’urgenza e la necessità di far andare avanti la routine quotidiana, di fornire energia a case, veicoli e aziende, mentre le politiche green, per ingranare, hanno bisogno di grossi investimenti (che in realtà ci sarebbero già dovuti essere da anni), cambiamenti radicali e soprattutto tempo, molto tempo. Come riporta l’Espresso nello stesso articolo, ad aprile il Gestore italiano dei servizi energetici ha messo a gara 3.500 megawatt fra eolico e fotovoltaico, ma alla fine ne sono stati assegnati solo 440, poco più del 13%. Le autorizzazioni alla realizzazione degli impianti faticano ad arrivare e al momento non ci sono chiare linee guida per l’individuazione delle aree idonee alla loro costruzione. E mancano moltissime altre cose. Sono 200 le domande per la realizzazione di parchi eolici attualmente pendenti e in attesa di una risposta. Alla fine dei conti le vie percorribili sarebbero tante (che sia quella dell’eolico o quella del nucleare e così via), ma nessuna di queste può dare i suoi frutti nell’immediato e con questa disorganizzazione. Una delle poche proposte che invece sembrerebbe provare a incentivare l’utilizzo delle rinnovabili è quella sul tavolo della Commissione europea: prevede di “disaccoppiare” il costo del gas e quello dell’elettricità. Cosa c’entra con l’energia pulita? Facciamo una piccola digressione, partendo da un punto chiave: il prezzo del gas determina quello dell’elettricità. Più della metà dell’energia elettrica nazionale si produce infatti nelle centrali a gas, che ne stabiliscono quindi il prezzo. Per questo motivo, se le centrali importano gas ad un certo prezzo, anche l’elettricità aumenterà il suo costo di vendita (pensiamo alle bollette di questi mesi). Se invece l’energia venduta venisse prodotta principalmente tramite altre fonti, pensiamo ad esempio alle rinnovabili, e l’elettricità venisse disaccoppiata dal gas, il costo potrebbe risultarne calmierato, perché non più dipendente dal combustibile. Insomma, bisognerebbe non ritenere più gas ed energia come un tutt’uno, ma ogni singolo fornitore dovrebbe avere la possibilità di stabilire il proprio prezzo di vendita, a seconda delle spese di produzione – ad oggi invece, per come è fatto il mercato e per i meccanismi che lo governano, il prezzo del gas influisce anche sul costo dell’elettricità prodotta con altre fonti, tra cui le rinnovabili. Dato che l’eolico, ad esempio, o il fotovoltaico e l’idroelettrico non hanno gli stessi costi delle centrali a gas, la loro energia potrebbe avere un costo inferiore e allo stesso tempo permettere ai produttori di avere comunque ampio margine di profitto (e ripagare gli investimenti fatti). E alla fine, per il consumatore finale, sottoscrivere contratti che prevedono la fornitura esclusiva di energia prodotta con rinnovabili sarebbe molto più conveniente. «Questo legame che c’è tra il costo dell’energia elettrica prodotta con le rinnovabili, e quindi acqua, sole, vento, e il prezzo massimo del gas ogni giorno è un legame che non ha più senso», ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi al Meeting di Rimini. Certo è che a tale misura andrebbe sostenuta, almeno inizialmente, con investimenti significativi in impianti rinnovabili, ma in Italia, come abbiamo visto, la strada sembra ancora tutta in salita. Condividi:

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