La globalizzazione vittima di sé stessa? Come è nata, dove ci ha portati, cosa rischiamo









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11 Apr 2022 Umberto Bertelèprofessore emerito di Strategia e chairman degli Osservatori Digital Innovation Politecnico di Milano

La globalizzazione stessa potrebbe aver generato i germi che ora rischiano di distruggerla. E se il nostro Paese non è tra quelli che più se ne sono avvantaggiati, non sarà neanche tra quelli che beneficeranno del processo inverso, la de-globalizzazione. A meno che non si intervenga in tempo su alcuni assi: ecco quali

Spoiler: questo articolo parte parlando di fatti personali. So che non si fa, ma se il tema in oggetto è quello della (de)globalizzazione non posso dimenticare l’atmosfera effervescente che si respirava a Punta del Este nel settembre 1986 quando – come membro della delegazione italiana – partecipai alla conferenza sulla riorganizzazione degli scambi internazionali, organizzata dal GATT-General Agreement on Tariffs and Trade con la partecipazione di 123 Paesi, che si concluse con il lancio del cosiddetto Uruguay Round: un negoziato che durò otto anni e che portò nel 1994 a:

  • una serie ampia di liberalizzazioni, relative non solo ai prodotti (agricoli in primo luogo) ma anche tra gli altri ai servizi bancario-assicurativi e agli investimenti esteri, accompagnata da un insieme di regole di garanzia, quali innanzitutto il riconoscimento e la protezione della proprietà intellettuale,

  • la creazione – a superamento dello storico GATT – della WTO-World Trade Organization, con il compito di gestire i contenziosi fra i diversi Paesi sul rispetto degli accordi, di valutare l’ingresso nella WTO stessa di nuovi Paesi (come avvenne nel 2001 con l’ammissione di Cina e Vietnam) e di trovare il consenso per mantenere le regole continuamente aggiornate all’evoluzione dell’economia mondiale. La politica benedice il libero mercato

Oggetto dell’incontro e del successivo negoziato e accordo era l’economia, ma protagonista era la politica, che decise – sulla scia delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni di Margaret Thatcher e Ronald Reagan – di rinunciare a una parte dei suoi poteri nella gestione diretta delle attività economiche a favore del libero mercato, nella convinzione che questo avrebbe generato una espansione dell’economia mondiale. Un negoziato e un accordo che sarebbero stati impossibili solo pochi anni prima, ma conseguenti ai profondi cambiamenti allora in corso negli equilibri geopolitici: cambiamenti che avrebbero portato solo tre anni dopo il lancio dell’Uruguay Round alla caduta del muro del Muro di Berlino e cinque anni dopo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica (un momento storico purtroppo tornato alla ribalta in questi giorni con l’attacco militare della Russia all’Ucraina) e all’affermarsi – con la fine della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi contrapposti – di quella che viene talora definita la pax americana.


Un accordo che – con la (sopracitata) entrata nel 2001 della Cina nella World Trade Organization – sarebbe stato poi alla base della successiva impressionante crescita economica della Cina stessa e della connessa aspirazione a un ruolo geopolitico sempre più forte in contrapposizione con gli Stati Uniti: una contrapposizione che a sua volta è alla base di almeno parte delle spinte verso una possibile polarizzazione in due o più blocchi degli scambi commerciali e degli assetti monetario-finanziari mondiali, ovvero verso un processo di deglobalizzazione dell’economia stessa (che rischia di essere accelerato dalla guerra in Ucraina e dalle connesse sanzioni).


Globalizzazione ed effetti sulla crescita dell’economia mondiale

In primo luogo, gli effetti complessivi sulla crescita dell’economia mondiale. C’è stata, molto consistente, e ha ridotto sensibilmente – almeno sino allo scoppio della pandemia e all’attuale ri-decollo dell’inflazione – il livello di povertà su scala globale. Non è stata una crescita uniforme, ha favorito da un lato i Paesi in grado di offrire prodotti (o anche servizi) di qualità accettabile a prezzi estremamente competitivi e dall’altro i Paesi più avanzati dal punto di visto tecnologico-organizzativo-infrastrutturale. Non ha sicuramente avvantaggiato l’Italia, che ha perso da un lato le rendite di posizione di cui godeva in precedenza in un contesto più protetto – con l’uscita di scena di molte imprese travolte dalla concorrenza (soprattutto cinese) e la delocalizzazione delle attività produttive di diverse altre – e che rimane dall’altro nelle ultime posizioni della classifica UE nell’ambito, ad esempio, dei processi di digitalizzazione.

Mentre è cresciuta come detto in misura impressionante la Cina – diventando il primo Paese alle spalle degli Stati Uniti per PIL “ai tassi di cambio correnti” e il primo in assoluto per PIL “a parità di potere di acquisto”. In altre parole la globalizzazione, ampiamente promossa (dopo la vittoria nel confronto con l’Unione Sovietica) dagli Stati Uniti, che ne erano anche i garanti di fatto e che pensavano di trarne i maggiori vantaggi, si è ritorta – in termini di leadership globale – contro gli Stati Uniti stessi, che già sotto la presidenza Trump hanno iniziato a varare una serie di misure restrittive no global miranti a evitare un utilizzo delle loro tecnologie più avanzate per il potenziamento – soprattutto sul piano militare – della Cina.

Gli effetti della globalizzazione all’interno dei singoli Paesi e sulle persone

Anche all’interno dei singoli Paesi la globalizzazione ha avuto impatti differenziati. È stata estremamente positiva sul versante dei consumi, mettendo a disposizione varietà di scelta molto più ampie a prezzi più contenuti.

Ha avuto effetti molto più variegati sulle imprese – se ne è fatto un cenno prima – e sulle persone (che pur ne hanno tratto benefici nella veste di consumatori). Perché sulle persone? Non solo perché operanti in (oppure per) imprese o istituzioni impattate in misura differente dalla globalizzazione, ma anche per la diversa esposizione alla concorrenza globale delle attività da esse svolte, concorrenza in diversi casi accentuata dal parallelo sviluppo delle connessioni via Internet. La conseguenza, come già ampiamente previsto al momento del decollo della globalizzazione, è stata quella di una crescente polarizzazione nella distribuzione dei redditi e della ricchezza, con una (pericolosa) contrazione della consistenza della classe media: più o meno accentuata, a seconda della capacità dei diversi Paesi di riconvertire il loro portafoglio di attività, sfruttando in misura più o meno rilevante la leva dell’innovazione.

La globalizzazione ha portato infine, soprattutto dopo l’entrata in campo della Cina, a un gigantesco ripensamento della strutturazione e geolocalizzazione delle filiere produttive: in un intergioco con l’innovazione nelle tecnologie, nei sistemi di produzione e nella logistica. Le filiere (è quasi banale dirlo perché se ne parla ormai continuamente) sono diventate sempre più lunghe e sempre più spazialmente disperse, alla continua ricerca di una maggiore efficienza e profittabilità: con ottimi risultati inizialmente, ma con una fragilità strutturale – in termini di capacità di risposta a eventi perturbanti esterni – venuta prepotentemente a galla con l’avvento della pandemia, con le fluttuazioni nella domanda che l’hanno accompagnata (che hanno portato ad esempio ai ben noti blocchi nelle produzioni di auto per l’indisponibilità di microprocessori), con la guerra in corso e con le susseguenti sanzioni.

Deglobalizzazione: meno mercato e più Stato nel futuro

Il ritorno al potere della politica sull’economia rende difficile – a chi come me si è sempre prevalentemente occupato di economia e di imprese – fare previsioni sugli scenari futuri: previsioni peraltro tutt’altro che semplici anche per gli analisti politici, in un momento in cui non è chiaro quali potranno essere gli esiti della guerra fra Russia e Ucraina e ancor più quali saranno le scelte della Cina, combattuta tra la necessità contingente di mantenere i propri flussi commerciali verso gli Stati Uniti e l’Europa (al momento ancora indispensabili per la crescita) e la voglia prospettica di allargare la propria area di influenza politico-economica (approfittando della guerra in corso per includervi la Russia e puntando sull’occupazione di Taiwan).

Qualunque siano gli esiti della guerra e i posizionamenti della Cina, una cosa mi sembra certa: la globalizzazione, come l’abbiamo conosciuta nei decenni scorsi, è morta. Il processo di deglobalizzazione è in atto, e lo era già prima della guerra. L’incertezza riguarda – e non è poco – la sua estensione e profondità, nonché la sua dinamica: più specificamente l’alternativa tra una sua progressiva accelerazione e il raggiungimento viceversa di un nuovo accordo globale (quale quello raggiunto con l’Uruguay Round) su un suo contenimento e una sua stabilizzazione.

Cosa implica la morte della globalizzazione

La morte della globalizzazione è la morte dell’idea che possa esistere un libero mercato su scala mondiale senza un governo mondiale: ma in realtà (lo si è detto anche prima) un surrogato di fatto del governo mondiale esisteva al momento della nascita, ed era la posizione dominante sul piano economico e militare degli Stati Uniti. E di declino degli Stati Uniti parlano Cina e Russia quando pensano a un nuovo ordine mondiale.

Ma non c’è dubbio che pure gli eccessi da libero mercato abbiano contribuito a fare oscillare il pendolo, anche all’interno dei singoli Paesi, verso un ritorno del ruolo dello Stato nella gestione dell’economia. E insieme la forte spinta proveniente negli anni più recenti prima dalla necessità di compensare le ricadute negative dei lockdown durante la pandemia e ora da quella di contenere gli effetti dell’esplosione dei costi dell’energia e delle materie prime, ulteriormente accresciuti dalla guerra.

La ristrutturazione delle filiere

Fra gli eccessi da libero mercato in fase di correzione vi è la ristrutturazione delle filiere, nella direzione di un loro accorciamento e della rilocalizzazione delle loro componenti site nelle aree più a rischio dal punto di vista politico: con indubbi vantaggi dal punto di vista della resilienza, ma – come notava anche recentemente Larry Fink, co-fondatore e presidente di BlackRock (il più grande fondo di investimento mondiale con dieci trilioni di dollari in gestione) – con un ovvio aumento dei costi, che presumibilmente si tradurrà in un periodo non breve di elevata inflazione (con una sorta di ritorno a quella che era la normalità negli anni ’70 e ‘80 precedenti alla globalizzazione).

È anche molto probabile, come affermava sempre di recente in una intervista al Financial Times Gita Gopinath, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, che alla deglobalizzazione si accompagni un ridimensionamento del ruolo egemonico del dollaro negli scambi internazionali e del suo peso nelle riserve valutarie dei diversi Paesi: il contenzioso in atto fra Russia ed Europa sulla moneta con cui pagare le importazioni di gas naturale può essere visto come un segnale in tal senso, così come l’accordo fra Cina e Arabia Saudita per il pagamento in yuan delle importazioni di petrolio.

Come l’Italia potrebbe evitare i rischi della deglobalizzazione

Cosa dovrebbe fare il nostro Paese, per evitare di rimanere vittima della deglobalizzazione dopo esserlo in qualche misura stato della globalizzazione? Io sono d’accordo con chi sostiene che l’Italia dovrebbe comportarsi come un’impresa in pericolo, analizzando le sue forze e debolezze e muovendosi di conseguenza: con una seria attenzione ai problemi sociali correnti, ma non tale da aggravarli strutturalmente per il futuro. Dovrebbe, ma temo che sia un sogno, ridurre drasticamente il livello di burocratizzazione e accelerare al massimo (pur nel rispetto delle regole) gli iter approvativi. Dovrebbe scommettere concretamente, promuovendo i relativi investimenti (come avvenuto con successo quando lo si è fatto), sulla nostra creatività e capacità di innovazione.

Dovrebbe puntare molto di più sulla formazione, evitando il crescente mismatch fra domanda e offerta di lavoro, che porta allo stesso tempo all’aumento dei disoccupati da sostenere con aiuti pubblici e alle difficoltà di crescita delle nostre imprese per l’impossibilità di reperire sul mercato del lavoro professionalità e competenze adeguate.

È un mismatch sempre più pericoloso in prospettiva, in una fase storica in cui la trasformazione digitale e la transizione ambientale sicuramente genereranno nuova disoccupazione e nuove vittime fra le imprese, ma allo stesso tempo faranno emergere nuova domanda, creando opportunità per la creazione di nuove imprese innovative e/o la riconversione innovativa delle esistenti, con la necessità in ambedue i casi di professionalità e competenze in continua evoluzione: professionalità e competenze che il Paese dovrà essere capace di generare, investendo sulla formazione avanzata dei giovani, sull’aggiornamento continuo di chi lavora e sul reskilling di chi rischia di essere espulso dal mondo del lavoro.

Sono suggerimenti troppo banali i miei, e troppo spesso sentiti? Sicuramente sì, ma – a differenza dei Paesi di maggior successo ove rappresentano la normalità – essi hanno sempre avuto un ridotto seguito a livello pubblico ma anche (dato il forte grado di frazionamento) in larga parte del sistema delle imprese private.

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