La grande depressione in Italia dal 1876-1896 e decollo industriale 1896-1915











5.3 - La grande depressione in Italia 1876-1896


Dall’Unità d’Italia alla seconda metà degli anni novanta dell’Ottocento, il PIL pro capite italiano crebbe ad un tasso medio annuo pari a circa la metà di quello del Regno Unito, la superpotenza economica del tempo. La popolazione aumentò dello 0,65% l’anno e il PIL totale dell’1,24%.

Il tasso medio di crescita (1861-1897) del valore aggiunto per l’agricoltura fu dello 0,97% annuo, dell’1,37% per il settore dei servizi e dell’1,56% per l’industria (tutti i dati sono relativi ai confini attuali).

La spiegazione del mancato aggancio al positivo sviluppo delle economie atlantiche è da ricercare nella complessità dei problemi che il nuovo Stato italiano dovette affrontare. Esso aveva una popolazione eterogenea di 26 milioni di abitanti, proveniente dalla fusione di 7 stati, (pochissimi parlavano correttamente l’italiano, tantomeno il Re Vittorio Emanuele II). Occorreva introdurre i nuovi codici civile e di diritto commerciale e rivedere la divisione dei poteri legislativo, esecutivo, e giudiziario. La diffusione dell’istruzione elementare obbligatoria[1] e l’accresciuta libertà d’impresa furono i primi potenziali fattori da privilegiare per promuovere la crescita. Perché si potesse parlare di un mercato occorreva che si affermasse la moneta unica[2], l’omogeneità dei pesi e delle misure, una regolazione unica degli intermediari finanziari[3], la tassazione uniforme, la tariffa doganale unica, trattati commerciali da rivedere, e così via…………………………………………...

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D’altra parte i Governi della sinistra, succedutisi dopo il 1876, prendevano atto della crescita di un nuovo blocco sociale costituito da industriali, borghesia cittadina, agrari (non latifondisti) e finanza che erano ormai pronti ad impegnarsi per una profonda trasformazione del paese e reclamavano il Protezionismo per poter meglio esplicare le loro capacità nell’interesse del paese. La grande depressione, dunque, portò al superamento del liberismo e ad una concezione economica, politica e sociale più moderna.

Nel settore agricolo il protezionismo non produsse molti benefici, tranne che nella Valle Padana, dove si assistette in molti casi a processi di “radicale trasformazione in senso capitalistico”: riconversioni tecnico-organizzative, allargamento delle colture granarie, graduale dissolvimento della mezzadria, uso costante di concimi chimici, incremento di produzioni foraggere e allevamento di bestiame selezionato………………………………………………………………………………..

……………………………………………………………………………………………………..5.3.1 - La bolla speculativa 1884-1893


La convertibilità della lira in oro aveva consentito alle banche di accedere a prestiti all’estero a tassi relativamente bassi. Ben presto, per usare l’ingegnosa metafora di Luzzatto, «l’atmosfera divenne iper-ossigenata dall’oro...”. Per la prima volta, dopo il 1861, si poté avere l’illusione, che fu però di brevissima durata, del denaro a buon mercato: il tasso ufficiale di sconto scese, nel 1884, al 4%, e le banche ordinarie scontavano, in alcuni casi favorevoli, anche al 3%». Il credito facile si indirizzò in gran parte al settore edilizio, in particolare a Torino, Roma e Napoli, innescando una bolla immobiliare. Alla fine degli anni Ottanta l’afflusso di capitale estero si ridusse per poi invertire la direzione.

Le banche italiane più esposte cominciarono a ridurre le linee di credito aperte all’industria, soprattutto edilizia. Si sarebbe scoperto in seguito che, per evitare il fallimento, una delle principali banche di emissione, la Banca Romana, era ricorsa alla pratica illegale di stampare duplicati di banconote con gli stessi numeri di serie. …………...............................................................................

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5.4 - Il decollo industriale in Italia (1896 -1915)

Verso la fine degli anni Novanta dell’Ottocento il PIL pro capite italiano era sceso al 38% di quello della Gran Bretagna (dal 45% nel 1870); nel 1913 raggiunse quasi il 54%. Tra il 1897 e il 1913 il PIL totale e pro capite dell’Italia aumentarono in media rispettivamente del 2,4 e 1,6% annuo, mentre la produzione industriale crebbe in media del 3,8% ogni anno e l’agricoltura dell’1,7%.

Il ritmo di crescita della produttività aumentò in tutti i settori a partire dagli anni 1880 e accelerò ancora alla fine del secolo. Tra il 1901 e il 1911, durante la cosiddetta «età giolittiana», la produttività del lavoro ebbe un incremento del 2,5% annuo nell’industria e del 2,2% nel settore dei servizi. In alcuni settori industriali (metallurgia, motori a vapore, elettricità ed elettromeccanica) la produzione crebbe a tassi a due cifre.

Dopo il 1896, si realizzarono quindi in Italia le premesse favorevoli che, in meno di 30 anni portarono l’Italia a compiere la sua rivoluzione industriale, con politiche monetarie, fiscali, di cambio e sociali che stabilizzarono la società italiana ed accrebbero la fiducia degli investitori italiani ed esteri:

a) Una serie di bilanci in pareggio risvegliò l’interesse per l’Italia degli investitori stranieri. Il rapporto debito/PIL diminuì rapidamente. Nel 1906, la fiducia era così elevata che la conversione volontaria della Rendita italiana dal 5 al 3,75% fu sottoscritta da quasi tutti i portatori del titolo, i pochi che rifiutarono la conversione furono rimborsati alla pari……………………………………………………………………………………………………..

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5.4.1 - Il triangolo industriale di fine ‘800: Lombardia, Liguria, Piemonte

Lombardia. “I progressi che l’economia lombarda ha compiuto tra il 1898 ed il 1913 la trasformazione profonda ch’essa ha subito in alcuni suoi aspetti ha rafforzato in misura decisiva la posizione di primato e di vera e propria egemonia che la nostra regione occupa ormai in modo incontrastato nella vita dell’industria e degli scambi di tutto il Regno” (Luzzatto G.). Il censimento del 1911 ci dà una precisa sintesi delle attività economiche in Lombardia:

a) Solo il 3,2% delle imprese hanno più di 100 dipendenti ed il 69% meno di 5 dipendenti.

b) Su una popolazione attiva di 2.436.000 unità circa, gli addetti all’industria in Lombardia risultavano 961.000 contro 1.056.000 all’agricoltura (la media nazionale diceva che gli attivi nell’agricoltura erano il doppio di quelli impiegarti nell’industria). Questo si era verificato in solo dieci anni perché nel 1901 i lavoratori agricoli in Lombardia erano ancora superiori di circa un terzo a quelli impiegati nell’industria.

c) Le industrie si erano installate nella fascia prealpina e nelle grandi città, Milano e Brescia mentre la “Bassa” si era specializzata nell’agricoltura.

d) In tutta la regione prevaleva un sistema misto industria-agricoltura.

Esistevano molti lavoranti a domicilio nel settore tessile specialmente ma anche nel settore dei mobili e delle calzature. La convivenza di questo sistema misto industria-agricoltura era di reciproco vantaggio sia per l’imprenditore in quanto ne limitava i rischi sia per il contadino operaio che integrava il reddito agricolo con l’aiuto anche dei componenti della famiglia con quello della fabbrica anche se questo doveva costare maggiori ore di lavoro e di assenza dalla casa colonica. Il tenore di vita di questi operai-contadini era comunque superiore ai mezzadri o salariati.

e) Sia per la bassa istruzione professionale sia per la qualità del lavoro che causava molta fatica fisica, i salari erano di basso livello e differenziati secondo il sesso e per l’età.

La conflittualità tra imprenditori ed operai scaturiva dal basso livello salariale, attuato dagli imprenditori per la disponibilità di manodopera e dall’impiego di manodopera femminile e minorile (nel settore tessile). Era una industrializzazione basata non solo sui bassi stipendi, ma anche sullo scarso valore aggiunto………………………………………................................................................

[1] L’istruzione primaria obbligatoria (per tre anni 1877 legge Coppino). Essa porta la durata delle elementari a 5 anni, e introduce l'obbligo scolastico nel primo triennio delle elementari stesse. Definisce le sanzioni per i genitori degli studenti che non adempiono a tale obbligo. fu introdotta immediatamente dopo l’unificazione, ma demandata ai Comuni dai bilanci disastrati. Solo nei primi dieci anni del XX secolo il governo nazionale si assunse direttamente il compito di garantire un’istruzione elementare gratuita e obbligatoria per cinque anni. Nonostante queste carenze, l’alfabetizzazione nella popolazione tra i 15 e i 19 anni crebbe dal 27% nel 1861 al 62% nel 1901 anche se con enormi disparità regionali. [2] L’adozione della nuova moneta unica lira italiana (la precedente lira piemontese) fu lenta: nel 1870 solo il 57% dello stock monetario pre-1861 era stato convertito in lire, e l’ultima grande quantità di monete napoletane d’argento fu cambiata dal Tesoro solo nel 1894 (De Mattia 1959). [3] Nel neonato Regno d'Italia con legge del 28 luglio 1861 venne adottato definitivamente il sistema metrico decimale. Solo nel 1877 fu possibile pubblicare le tavole relative alle unità di misura e di peso utilizzate precedentemente in tutti i territori del regno.

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