La “lunga marcia” della sinistra italiana verso il PD e La Margherita







Pala Mandela oppure Veltroni con il simbolo PD


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Il tema centrale del IV Congresso dei DS, che si svolse dal 19 al 21 aprile 2007 al Pala Mandela di Firenze, fu la costituzione del Partito Democratico. La maggioranza guidata da Piero Fassino, sostenuta dai principali esponenti del partito e dalla larga maggioranza degli iscritti, si presentò rivolta al superamento dei DS, con lo sguardo rivolto alla costituzione di un più ampio partito di centrosinistra che semplificasse lo scenario politico italiano e si ponesse come unione dei riformisti di matrice socialdemocratica e cattolica.

Al congresso si confrontarono tre mozioni:

La prima mozione, che fu quella vincente, ebbe 193.784 voti, pari al 75,5% dei votanti, e ricandidò il Segretario Fassino e si intitolava: “Per il Partito Democratico…” "…Oggi il tempo è maturo, per dar vita insieme ad altre forze politiche e organizzazioni sociali e culturali, su un piano di pari dignità, a quel partito nuovo che il Paese domanda. Solo in questo modo, la lunga transizione italiana che ha preso le mosse nell'89, potrà dirsi compiuta. Ci sono, dunque, ragioni forti e valori condivisi che ci spingono al progetto del Partito Democratico[1]".

La seconda mozione che ebbe 38.757 voti, pari al 15,1%, candidò alla segreteria il Ministro Fabio Mussi, e si intitolava: “A Sinistra. Per il socialismo europeo”. Considerava la laicità come il principio democratico fondamentale e non negoziabile, ed era contraria ad una possibile deriva moderata del partito e a qualsiasi allontanamento, anche solo formale, dal Partito del Socialismo Europeo, il legame col quale era anzi giudicato ancora troppo debole. Si proponeva la nascita di una grande forza socialista di sinistra piuttosto che di un progetto riformista-democratico di centrosinistra[2].

La terza mozione, con 24.148 voti, pari al 9,4%, aveva come primi firmatari Gavino Angius e Mauro Zani e si intitolava “Per un partito nuovo. Democratico e Socialista”. Non aveva un candidato alternativo alla segreteria, voleva raddrizzare la linea della maggioranza spronandola ad inserire, nel nuovo partito in fase di costruzione, un richiamo forte al socialismo

Nell’ottobre 2007 si formò il Partito Democratico. La sua storia formale cominciò quando Romano Prodi decise di dare l’incarico a 13 saggi, personalità scelte nel mondo della politica e della cultura, di redigere un Manifesto per il Partito Democratico che sarebbe dovuto nascere dalla fusione dei DS e della Margherita.

Seguirono i congressi dei DS il 19 Aprile e della Margherita il 20 Aprile, convocati allo scopo di sciogliersi e convergere in quella nuova, difficile sfida. Il primo atto formale del nuovo partito fu la nomina del Comitato 14 ottobre, che prese il nome dal giorno in cui si decise di battezzare il nuovo soggetto politico. Spettava al Comitato definire le modalità di svolgimento delle primarie, introdotte per la prima volta nella storia politica italiana, per l’elezione delle assemblee costituenti nazionale e regionali. A luglio vennero ufficializzate le candidature alla segreteria: oltre a Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta, c’erano Mario Adinolfi, Pier Giorgio Gawronsky e Jacopo Schettini. …………………………………………………………………………………………

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Alle primarie del 14 ottobre 2007 parteciparono 3 milioni e 554 mila persone. A vincere fu Walter Veltroni, sindaco di Roma che prese da subito in mano le redini del nuovo soggetto politico. Si scelse il simbolo, che presentava un logo contenente le lettere P e D, la prima in rosso la seconda in verde, su campo bianco. Sono i colori della bandiera italiana, ma era anche un chiaro riferimento alle tre tradizioni da cui nasceva il partito: il rosso dei lavoratori e del socialismo europeo, il verde degli ambientalisti e dei civici, il bianco del mondo cattolico e popolare.

Fu con la segreteria di Walter Veltroni che il Partito Democratico passò dalla funzione di partito aggregatore del Centrosinistra a “partito a vocazione maggioritaria”, decrittato: in futuro nessuna alleanza con partitini rissosi e ricattatori, con chiaro riferimento a Rifondazione Comunista e soprattutto a Clemente Mastella che, con l’Udeur, rimase una spina nel fianco del Governo Prodi.

Con la confluenza nel nuovo partito i DS compivano quel lungo processo di revisionismo ideologico iniziato nel 1991 con il Segretario Occhetto che alla Bolognina aveva proposto una revisione ideologica del marxismo comunismo.


1.3 - La Margherita

La Margherita, il partito che raccoglieva i pezzi della Sinistra democristiana, sopravvissuta alla disintegrazione della Democrazia Cristiana, colpita dalle inchieste di corruzione dei magistrati di mani pulite, vantava una indubbia fedeltà al liberismo temprato dalla sensibilità cristiana verso i più deboli, ma al contempo vantava un individualismo clientelare nella gestione delle fasce elettorali appartenenti alla piccola borghesia.

I capicorrente determinavano la linea politica mentre la base era fidelizzata al capo corrente e rimaneva vincolata ai successi e disgrazie del medesimo. Il nuovo partito aveva rinunciato al centralismo democratico pur negando in teoria la possibilità di creare correnti. Nella pratica si crearono subito vassalli e il partito rinunciò anche ad espellere iscritti infedeli o disonesti; inoltre, ancora più incredibilmente, non si creò nessuna griglia di selezione per i futuri militanti e candidati.

Qualcuno disse che il PD era diventato come un saloon, dove si poteva “entrare ed uscire senza pagare il conto”. Se si pensa alla grande attenzione che le grandi organizzazioni (vedi le varie Chiese cristiane, i sindacati, le multinazionali) pongono nella formazione, creazione, selezione di quadri e dirigenti, che vengono preparati e vagliati per anni, risulta evidente come questa lacuna sarebbe stata foriera di una organizzazione feudale, dove il potere reale rimaneva nelle mani dei boss locali, i padroni delle tessere, che rispondevano opportunisticamente all’Imperatore-Segretario di partito. A parte queste considerazioni sulla organizzazione del partito, in politica estera l’appartenenza alla Nato, la fedeltà agli Usa e l’impegno a partecipare ad una migliore integrazione europea non furono mai messi in discussione.

[1]Tra i firmatari della prima mozione c’erano anche il Vicepremier Massimo D'Alema, i ministri Pier Luigi Bersani, Vannino Chiti, Cesare Damiano, Giovanna Melandri, Luigi Nicolais, Barbara Pollastrini, Livia Turco e i Presidenti di Regione Antonio Bassolino, Mercedes Bresso, Vasco Errani, Claudio Burlando, Claudio Martini, Maria Rita Lorenzetti. [2] Tra gli altri firmatari della seconda mozione c’erano Cesare Salvi, Fulvia Bandoli, Valdo Spini, Paolo Nerozzi, Paolo Brutti, Olga D'Antona, Arturo Scotto.



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