La mossa capolavoro.. Sarà anche un bullo, ma Matteo Renzi ha salvato per la seconda volta l’Italia

Galli della Loggia

Grazie a Renzi, e a Mattarella che ne ha preso atto da politico di buona scuola democristiana, ora al governo c’è un signore che sa scrivere un recovery plan senza che in Europa ci facciano le pernacchie. Ora al governo c’è un signore che sa perfettamente che quei soldi europei non potranno essere sprecati in mance e bonus, anche perché altrimenti non ce li danno, e che sa che andranno utilizzati per creare sviluppo e crescita, non decrescita felice.

Ora al governo c’è un signore che sa che sarà necessario riformare la burocrazia e la giustizia civile per portare a compimento l’esecuzione degli investimenti strategici. Non sappiamo ancora come andrà a finire, ma almeno sappiamo che Draghi queste cose le sa, e per il resto possiamo immaginare che sia più dotato dell’avvocato del popolo e di Fofò Dj.


Sarà antipatico, sarà insopportabile, sarà inaffidabile, ma Matteo Renzi ha salvato l’Italia per la seconda volta in un anno e mezzo, prima impedendo a Matteo Salvini di prendere i pieni poteri, lasciandogli prendere un mojito ben ghiacciato al Papeete, e poi abbattendo il secondo peggior governo della storia repubblicana, il Conte due, secondo soltanto al Conte uno, ma sempre con Rocco Casalino e la sua propaganda da quattro soldi, portandosi a spasso quei fessacchiotti del Pd romano, forse la più ingenua e arrogante classe dirigente della sinistra mondiale, aprendo la strada di Palazzo Chigi a Mario Draghi, il migliore italiano possibile in questo momento.


Un governo antieuropeista a guida Salvini, trumpiano e putiniano, isolato nell’affrontare la pandemia e con un commissario europeo leghista e marginale, anziché uno serio e centrale come Paolo Gentiloni a coordinare la risposta dell’Unione contro il virus, sarebbe stato un requiem in memoria per l’Italia, ma è stato un rischio che la famigerata mossa renziana del cavallo ci ha fatto sfangare.


E mentre tutti spiegavano col ditino alzato che aprire la crisi in piena pandemia sarebbe stata una manovra irresponsabile dettata dalla sete di potere di Matteo d’Arabia, quando invece il problema evidente era Conte che non sapeva scrivere il recovery plan, che non aveva idea di come vaccinarci e che dissipava risorse che non aveva, raccattando Ciampolilli vari in Parlamento con la complicità del Pd, e addirittura vantandosi in modo grottesco di aver ottenuto i miliardi dall’Europa che l’Europa in realtà ci ha concesso perché l’avvocato del popolo ha guidato il peggior governo dell’Unione nel contenere la pandemia e il primo nel tracollo economico.

Con la seconda e spericolata mossa che gli spiritosi hanno definito «del caciocavallo», Renzi ha quindi spedito Conte nell’ufficio dei navigator di Volturara-a-Lago, ha liberato Palazzo Chigi da Rocco Casalino e da tutto il cucuzzaro e ha reso inutile la poco onorevole resa politica di Zingaretti-Bettini e Orlando al populismo assistenzialista e manettaro.




In questi giorni incredibili non è successo soltanto questo, che già è quanto di più straordinario possa essere capitato al nostro paese, con i giornali stranieri con i lucciconi e lo spread con i tedeschi a novanta al punto che probabilmente non sarà più conveniente ricorrere al Mes per ottenere altro denaro.

È successo, infatti, che la Lega è diventata europea, credibile o no che possa essere la svolta repentina (qui per ora si tende per il no), che Salvini ha archiviato sovranismo e razzismo, ieri addirittura ha denunciato l’omofobia delle istituzioni italiane, e che ha liquidato Trump e Putin avviandosi sulla carreggiata del Partito popolare europeo.


Renzi ha spaccato anche i Cinquestelle, ammesso che la spaccatura tra l’ala Di Battista e quella Di Maio, o sarebbe meglio dire tra l’ala castrista e quella castista, quella rivoluzionaria e quella attaccata ai privilegi parlamentari, sia vera e non una strategia di marketing per occupare entrambi gli spazi, al governo e all’opposizione.

Resta il fatto che Renzi ha realizzato il sogno del Pd e dell’alleanza strategica di dividere i grillini, solo che il Pd aveva scelto la controintuitiva strada della sottomissione ai Cinquestelle non ottenendo però il risultato che Renzi ha ottenuto in cinque minuti e senza perdere l’onore.


La linea riformatrice e filo occidentale di Mara Carfagna, fino a pochi giorni fa minoritaria in Forza Italia, è diventata maggioritaria e, insomma, sotto la leadership di Draghi adesso ci sono partiti europeisti, intercambiabili e senza alcun potere di ricatto sul governo.

Il Pd sarà il prossimo partito a essere costretto a cambiare volto, con due possibili strade davanti a sé: quella di fondersi idealmente con il nuovo leader fortissimo di tutti i progressisti Luigi Di Maio, perdendo la parte riformista e moderata, oppure tornare a essere quel partito a vocazione maggioritaria immaginato da Walter Veltroni e abbandonato da Zingaretti, magari a guida Stefano Bonaccini di sponda con Lorenzo Guerini, Dario Franceschini e i riformisti di Gentiloni e Giorgio Gori.

Il caos creativo di Renzi, spregiudicato quanto si vuole, ha generato in una manciata giorni una stabilità politica senza precedenti e grandi opportunità per tutti.

Renzi ha fatto tutto da solo, come sempre. Fare le cose da solo è allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza, come del resto aveva dimostrato negli anni al governo e del progetto di riforma costituzionale bocciato dagli elettori e osteggiato da una classe dirigente imbelle che ha voluto fargli pagare la sfrontatezza rottamatrice e a volte pasticciona, ottenendo però in cambio la stagione dei quaqquaraquà a cinque stelle.

Renzi è uscito con le ossa rotta dalle scorse elezioni ma, complice l’inadeguatezza dei suoi competitor, prima ha impedito al Pd di cedere ai Cinquestelle, al secondo giro ha fermato Salvini e al terzo ha creato le condizioni per arrivare a Draghi, rottamando le linee politiche altrui e le leadership dei partiti concorrenti.

Renzi per questo è detestato e temuto, ma resta il protagonista della scena politica, nonostante il due o tre per cento di cui è accreditato. Una volta avviato il governo, i partiti e i leader giocheranno una partita completamente nuova.

Nessuno conosce l’esito di questa terza fase della legislatura, ma intanto non sarebbe tempo sprecato costruire con i liberali e con i riformisti, con i socialisti e con gli ambientalisti, sia quelli senza casa sia quelli che vivacchiano nel Pd e in Forza Italia, una nuova aggregazione politica, ovviamente anche con Più Europa, Azione e con tutti gli altri liberal democratici, capace di dialogare a sinistra con il Partito democratico se il Partito democratico evitasse di abdicare definitivamente al populismo straccione e a destra con il mondo produttivo settentrionale.

Dopo la demolizione, è arrivato il momento della costruzione.

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