La vittoria di Beppe Sala nel 2016

da "Storia della I e II Repubblica dal 1994 al 2018 e dello Stato Sociale". di Silvano Zanetti

Volume X Cap. 2 di prossima pubblicazione come e-book




2.1 - Le primarie 2016 del Centrosinistra per il Sindaco di Milano


Giuseppe “Beppe” Sala[1] aveva 57 anni, nato a Milano, laureato in Economia Aziendale si era distinto nei vari incarichi da manager ed aveva avuto anche una breve esperienza come Direttore Generale del Comune di Milano col Centrodestra fra il 2009 e il 2010. La sua fama a livello nazionale si era diffusa per essere stato il Commissario unico di Expo 2015, l’esposizione universale ospitata a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre 2015, che ebbe un gran successo di pubblico e critica. Accettò la candidatura a Sindaco di Milano[2] dopo molte esitazioni e dopo un pressing asfissiante da parte di Matteo Renzi che abbisognava di un uomo dalle caratteristiche manageriali e socialmente aperto per battere dapprima la candidata Balzani, della sinistra Arcobaleno nelle primarie del PD, e poi il candidato del Centrodestra.

Con le agenzie di marketing studiò come migliorare la sua immagine e limare un programma che rassicurasse sia la Sinistra assistenzialista impegnata nel sociale e nel volontariato, sia i nuovi ceti medi produttivi.

La sua concorrente, poco convinta, era Francesca Balzani sostenuta dalla sinistra Arcobaleno. La campagna elettorale di Beppe Sala e dei suoi antagonisti si svolse in tutti i circoli del PD e della frazionata Sinistra radicale ed in molti locali pubblici sparsi in tutta Milano.

Naturalmente tutti i tre candidati, Beppe Sala, Balzani e Majorino avevano costituito un comitato elettorale sostenuto da volontari ricorrendo ai più moderni mezzi di propaganda offerte dalla rete internet: Facebook, Twitter, social chat di gruppo.

La sera del 12 gennaio 2016 nel teatro Elfo Puccini di Milano fu presentata la squadra di Noi, Milano. Caso più unico che raro: non un allenatore che sceglieva la propria squadra, ma una squadra che sceglieva il proprio allenatore e gli portava in dote tutto quanto fatto nella stagione precedente e gli diceva di andare avanti. "Continuità", fu infatti il motto di 12 assessori sui 16 che si erano alternati negli ultimi cinque anni di Giunta Pisapia.

Sul palco c’erano Cristina Tajani, Marco Granelli, Pierfrancesco Maran, Daniela Benelli, Franco D'Alfonso e Chiara Bisconti. In platea c’erano Bruno Tabacci e Maria Grazia Guida.

L'assente Pisapia non fu nemmeno citato dai suoi assessori, nonostante si fossero impegnati in più di due ore di elogi della sua amministrazione.Ma la vera star, che insieme a Sala prese la parola per ultima, fu Ada Lucia De Cesaris, la donna che fino a luglio del precedente anno era stata la vice di Pisapia con la delega all'Urbanistica ma che si era dimessa proprio in polemica con il Sindaco (che poi la sostituì con la Balzani). Sul palco dell'Elfo Puccini, la De Cesaris si era commossa, fece il suo elenco di opere buone e spiegò di essere uscita di scena perché sentiva di non poter più fare quello per cui era stata chiamata «curare la città e dire la verità ai cittadini».

Apparve evidente che la squadra aveva deciso di archiviare Pisapia senza tanti complimenti, anche se qualche pezzo della Giunta aveva preso un'altra strada. La Balzani stessa, che aveva dalla sua parte l'ex assessore Stefano Boeri si differenziava nel suo programma caratterizzandosi come l’unica antagonista, mentre Pierfrancesco Majorino, il terzo candidato alle primarie, sostenuto da un altro assessore, Filippo Del Corno, assumeva una posizione neutrale pur avendo una base elettorale nelle classi sociali più disagiate delle periferie. Ma il grosso della Giunta milanese fu a sostegno di Beppe Sala. «Con queste signore e questi signori mi trovo veramente bene, mi hanno accolto con grande altruismo», dovette riconoscere Sala dal palco.

Il 7 febbraio 2016 Beppe Sala vinse le primarie del Centrosinistra e ne divenne il candidato Sindaco: per lui vi furono 25.593 voti (42%). Seconda arrivò Francesca Balzani, appoggiata dal Sindaco uscente Pisapia con 20.510 voti (34%). Terzo Pierfrancesco Majorino con 13.913 voti (23%). Infine Antonio Iannetta con 443 voti (1%).




Semplificando, il vincitore era espressione della sinistra riformista (e di Renzi). La Balzani, in passato europarlamentare PD ed assessora al bilancio del comune di Genova, era espressione della Sinistra Arcobaleno. Majorino (impegnato da sempre nel sociale ed assessore di Milano alle politiche sociali e alla cultura) apparteneva alla Sinistra sociale–assistenzialista, ma fu lealista al PD in cui da sempre aveva militato.

I sostenitori della Balzani avevano confidato in un ritiro della candidatura di Majorino, in quanto i due programmi si sovrapponevano, ma l’ex Segretario PD di Milano, molto popolare nei “descamisados” delle periferie aveva voluto contare, favorendo in quel modo la vittoria di Sala e assicurandosi anche un posto in prima fila sia come portavoce delle istanze dei meno fortunati sia per il suo futuro.

Le comunità straniere di Milano si dichiararono orgogliose di promuovere la partecipazione al voto per le Primarie del Centrosinistra 2016: quello fu per loro un primo importante passo per essere soggetti attivi nel processo democratico di partecipazione politica e nel contempo servì a smentire le voci di un voto cinese che sarebbe stato utilizzato ad arte per influire sulla vittoria delle primarie.

Tutto bene, anche se aleggiò il dubbio che fossero stati cooptati anche coloro che non avevano titolo per votare alle elezioni amministrative.


2.2 - Le elezioni amministrative comunali. La sorpresa dei Cinquestelle ai ballottaggi


Le elezioni amministrative si svolsero in due turni, il 5 e il 19 giugno 2016. Si votava in 26 comuni capoluogo tra cui Roma, Napoli, Torino, Bologna, Trieste e Cagliari[3].

Furono chiamati a votare oltre 13 milioni di cittadini. I votanti furono il 62,0 per cento al primo turno e il 50,5 per cento al turno di ballottaggio. I dati del 2016 confermarono quindi la tendenza in atto da tempo, che vedeva le percentuali di partecipazione al voto ridursi progressivamente.

I comuni superiori ai 15mila abitanti con un sistema elettorale che prevedeva il ballottaggio erano ben 121: se nessun candidato avesse ottenuto la maggioranza assoluta dei voti al primo turno, si teneva una seconda votazione tra i primi due candidati che avevano ottenuto più voti.

Il PD aveva 90 candidati al ballottaggio ma solo 34 passarono il primo turno.

Il Centrodestra (in particolare per quanto riguardava le coalizioni in cui c’era Forza Italia) le vittorie furono 29 su 61 ballottaggi (quasi una su due).

Il M5S, vinse con 19 candidati su 20. Ogni volta che un candidato 5 Stelle sfidava un candidato di PD o del Centrodestra al ballottaggio, era sempre vincente. L’unica sconfitta infatti arrivò contro un candidato “civico”, ad Alpignano (TO), a conferma della particolare trasversalità del Movimento tra gli elettori che ne fece un animale da ballottaggio” collettore di voti sia di protesta sia antiideologici.

Nei comuni dove arrivò al ballottaggio il M5S raddoppiò i suoi voti. In altre parole gli elettori di centrodestra o di centrosinistra pur di punire il loro avversario tradizionale non esitarono a votare un “nuovo movimento” dalle idee molto confuse. L’ideologia, la religione, la classe sociale, non vincolava più gli elettori italiani ai due tradizionali poli di destra e di sinistra. Ancora una volta i giovani votarono il M5S.

Analizzando i voti ottenuti dai singoli partiti (criterio valido solo parzialmente per la presenza di numerose liste civiche legate ai partiti tradizionali), si notò un calo consistente sia per quanto riguardava il Partito Democratico (che passò dal 25,6 al 20,6% con un calo di quasi 5 punti) sia per l’area dei partiti di centrodestra (dal 26,6 al 18,7%), con un vero e proprio crollo di Forza Italia (ex PDL) di ben 13 punti. Il beneficiario di questi cali fu – come era già accaduto alle elezioni Politiche del 2013 – proprio il Movimento 5 Stelle, che fece un balzo in avanti di oltre 14 punti arrivando complessivamente al 20,6% e insidiando il primato del PD come lista più votata.

Computando i voti espressi dalle liste civiche nel Centrosinistra o nel Centrodestra si evidenziava che ambedue i contendenti storici avevano ciascuno un consenso vicino al 30% dell’elettorato mentre il M5S rappresenta ormai il terzo polo con un consenso vicino al 20%.

Comparando i risultati del 2016 con i precedenti 5 anni, per i 25 comuni capoluogo di provincia, risultava evidente che si era passati da una situazione di schiacciante prevalenza dei sindaci di Centrosinistra (20 su 25) a una situazione molto più “mista”, in cui Centrodestra e Centrosinistra si equivalevano (con 8 capoluoghi a testa) e crescevano le amministrazioni vinte da soggetti non riferibili direttamente a queste due coalizioni, tutte nel Centro-Sud. Inoltre, si affacciava perentoriamente sulla scena, con 3 capoluoghi vinti (tra cui Roma e Torino), il Movimento 5 Stelle.
















2.3 - La vittoria di Sala alle elezioni a Sindaco di Milano


Le previsioni per la sfida alle elezioni comunali del 5 giugno 2016 davano il Centrodestra ed il Centrosinistra in sostanziale parità, all’incirca ambedue attorno al 40%. La strategia vincente non poteva essere che quella di conquistare il M5S ed i cosiddetti cespugli, piccole formazioni (qualche unità in percentuale di voti) che in caso di arrivo in fotofinish potevano fare la differenza.

Corrado Passera, con la sua formazione di destra Italia Unica, l’aveva risolta prima della chiusura delle liste: aveva rinunciato alla corsa mettendo alcuni dei suoi nella lista civica di Stefano Parisi, il candidato sindaco del Centrodestra. Parisi aveva voluto tagliare le alleanze con gli estremi della sua coalizione per non farsi condizionare e per trasmettere un messaggio più chiaro.

Al centro era stato posto il veto alla “Rivoluzione Cristiana” di Gianfranco Rotondi, l’ex Ministro che era stato fra i fondatori del PDL e arrivava dalla DC.

A destra era stato opposto un rifiuto a quelli di Casa Pound, su cui Parisi aveva posto un veto. Rotondi[4] era quello che aveva mandato il messaggio più velenoso: in un’intervista al Fatto Quotidiano aveva detto che avrebbe presentato Carlo Arrigo Pedretti, un ex preside del liceo Parini, come candidato Sindaco, dopo che il Centrodestra non l’aveva voluto perché avrebbe sottratto voti a “Milano Popolare” (di NCD, Lupi e CL) e anche a Forza Italia. Forse aveva una stima eccessiva di sé, ma l’ex Ministro di Silvio Berlusconi a Milano aveva sempre raccolto consensi fra gli ex DC, uno zero virgola che per esempio nel 2006 aveva portato 2.500 voti a Letizia Moratti.

Sempre al centro, si era candidato Sindaco anche Marco Cozzi, dell’UDC: né con Sala né con Parisi, soprattutto mai con Matteo Salvini. Nel 2011 l’UDC era stato il perno di un terzo polo che sosteneva la candidatura di Manfredi Palmeri, che nel 2016 invece era nella lista Parisi in quota Passera; all’epoca il partito di Pierferdinando Casini, a Milano aveva raccolto 11000 voti, l’1,9%.

Potenzialmente, in caso di ballottaggio, quei consensi sarebbero potuti andare sia a Parisi sia a Sala, che già candidavano personaggi arrivati dalla diaspora di quell’area.

In conclusione, nella prima votazione del 5 giugno 2016 lo spoglio delle schede elettorali decretò Sala (Centrosinistra) al 41,70%, S. Parisi (Centrodestra) al 40,778%, G. Corrado (M5S) al 10,06%, Basilio Rizzo (Sinistra radicale) al 3,56%, M. Cappato (Radicali) all’1,88%. Ad altri erano rimaste quote insignificanti.

Secondo lo studio sulla prima votazione di Roberto D’Alimonte, pubblicato il 7 giugno 2016, la metà degli ex elettori di Pisapia non aveva votato per Sala, che invece era riuscito ad avere i consensi di un quinto degli elettori di Letizia Moratti, del Centrodestra, e il 40% del Centro di Manfredi Palmieri. Qualcuno degli elettori “perduti” del Sindaco uscente, Giuliano Pisapia, che incarnava l’idea della Sinistra unita, sarebbe andato anche al M5S (il 10% secondo la ricerca di D’Alimonte). Ben diversa la situazione di Parisi, che invece al primo turno aveva riportato alle urne quasi i due terzi degli elettori della Moratti, intercettando anche un quarto dei voti del Centro e del movimento di Grillo.

L’astensionismo del 5 giugno 2016 (-13% di elettori rispetto al primo turno del 2011), paventato dal PD, aveva spinto Sala, durante la campagna per il ballottaggio, a rassicurare e a riportare al voto la Sinistra arcobaleno che minacciava di astenersi.


2.4 - La vittoria ai supplementari di Sala (e Renzi) a Sindaco di Milano


Il 23 giugno 2016 si votò il ballottaggio. Sala era riuscito ad intascare un apparentamento con i radicali di Marco Cappato, che al primo turno avevano preso l’1,8%, e un appoggio dalla Sinistra di Basilio Rizzo, che al primo turno aveva preso il 3,5 percento. Parisi sembrava in grado di intercettare il voto dei pentastellati, data la continua e rovente polemica tra Grillo e Renzi.

Considerando però che l’affluenza era calata del 3%, non si esclude che gli elettori del Centrosinistra fossero tornati al voto, sentendo la “chiamata” alle armi di fronte al rischio di un ritorno del Centrodestra, mentre invece il M5S aveva seguito l’esempio del candidato milanese Gianluca Corrado, che aveva detto di non voler votare per nessuno dei due.

Si trattava di uno spostamento dell’asse dell’astensionismo, più che di qualche “aiutino” dalla Sinistra, che poteva aver favorito l’ex Commissario di Expo 2015.

Ma se il Governo e il PD milanese non persero le poltrone lo dovevano anche a Pisapia e alla sua amministrazione, al modo in cui questi avevano guidato il capoluogo lombardo per cinque anni, alla direzione che avevano saputo dare ad una città chiave per il Paese, unica a resistere in maniera dignitosa alla crisi e al malaffare dilagante in Italia.

Beppe Sala, fortunatamente per lui, lo aveva capito in tempo, trasformando la sua immagine in brevissimo tempo. Da “uomo Expo” scelto e designato dal Premier Renzi a erede dell’ex Sindaco di Milano, era parso l’unica figura capace di non vanificare gli sforzi compiuti negli anni dai suoi predecessori. Si era discretamente allontanato da Renzi e dalla sua reputazione di manager “fighetto” della Milano bene, avvicinandosi a quella di chi aveva governato la città con poca ideologia e tanta sostanza.

Sala al ballottaggio ottenne 264.481 voti, mentre il suo rivale Stefano Parisi perse con dignità, avendo ottenuto 247.052 voti, il 48,3%. Alle ore 20.00 del 19 giugno 2016 dopo un temporale un arcobaleno si materializzò su Milano. Anche cinque anni prima, in occasione delle elezioni di Pisapia, si era verificato lo stesso fenomeno. Ottimo presagio per Milano.