Lo stato sociale in Italia dal 1880 al 1915



La classe dirigente, uscita dall’unità d’Italia, era composta prevalentemente da agrari e nobili (solo in Lombardia, Emilia e Toscana la piccola borghesia professionale ed industriale era patriottica) i quali, dopo essersi liberati dai precedenti governi reazionari, rischiando talvolta anche le loro fortune, erano intenti ad affermarsi anche individualmente seguendo in tutto od in parte le teorie liberiste ed eventualmente ad impadronirsi delle terre e delle cariche pubbliche, lasciate dai precedenti “signori”, inclusa la Chiesa.

Le prime elezioni del 1861, a cui partecipò solo il 2% della popolazione, avevano portato in Parlamento nobili agrari ed un gran numero di avvocati, sempre benestanti. La maggioranza dei Parlamentari proveniva dall’ex regno delle due Sicilie. Molti di loro continuarono ad usare, come precedentemente, il potere politico ed i soldi pubblici per migliorare i propri latifondi, ed in generale a percepire personali vantaggi dalle opere pubbliche. I poverissimi contadini per sopravvivere dovevano sopportare le angherie innanzitutto dei “Fattori” e poi dei “Signori”. Il concetto di libertà era privo di significato per popolazioni indigenti che da sempre erano controllate con la violenza e la sopraffazione.107

La nuova classe dirigente fece capire da subito che lo Stato di diritto esisteva per i subordinati, la gestione del potere locale era solo una loro questione personale. Il malcostume nazionale, trasversale a tutti i partiti politici, che sarà una costante dell’Italia, ignorava le virtù pubbliche, rispetto ed osservanza delle leggi, morigeratezza, semplicità, come sacrificio del singolo cittadino a vantaggio della patria di tutti (Montesquieu).

Anche la Chiesa Cattolica concorse a questa discrasia sia perché come religione promette la felicità nell’aldilà, sia perché la gerarchia Ecclesiastica era stata espropriata del proprio potere. In altre parole solo i liberali-patrioti del Risorgimento erano disposti a dare la vita per la nuova patria…………………………………………………………………………………………………………………..Con la riforma elettorale del 1882 gli elettori passarono da 622.000 a 2 milioni ed i nuovi ingressi appartenevano in maggior parte alla borghesia industriale e delle arti e mestieri che esprimevano altre esigenze. Nel complesso nei primi due decenni postunitari, nonostante numerose proposte di legge, solo nel 1882-83 fu approvata l’istituzione di una cassa di assicurazione109 degli operai contro gli infortuni del lavoro: e nel 1886 la legge sul riconoscimento giuridico delle società di mutuo soccorso110 e, sempre nello stesso anno, la prima legge sul lavoro dei fanciulli impiegati nelle miniere, ma non sul lavoro femminile, sebbene le donne, impiegate soprattutto in agricoltura e nelle fabbriche tessili, fossero la maggioranza della forza lavoro……………………………………………………………………...................................

....................Nel 1891 i Governi di Crispi e successivi furono chiaramente Governi reazionari intenti a fermare le lancette della storia ed a retrodatare lo Stato liberale. Il Governo non esitò a rispondere con le cannonate (del generale Bava Beccaris a Milano) e con proposte legislative liberticide, tra cui il divieto di sciopero e d’associazione per i dipendenti dei pubblici servizi, le limitazioni alla libertà d’associazione e di stampa, il domicilio coatto. Contemporaneamente, seguendo la logica del bastone e della carota, vennero emanate: la legge sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro nell’industria (legge 17 marzo 1898, n. 80) che imitava quella tedesca, e quella sull’istituzione di una Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia, a iscrizione volontaria (legge 17 luglio 1898, n. 350)……………………...........................

.....................Con l’inizio del nuovo secolo, ebbe inizio la transizione da un modello paternalistico-repressivo ad uno collaborativo e prudente. Il processo d’industrializzazione stava modificando la composizione della forza lavoro e l’orientamento politico degli elettori, i quali, con il suffragio universale concesso ai maschi nel 1912, avrebbero emarginato l’elitario partito liberale e premiato i partiti di massa: socialisti e cattolici. Nell’opinione pubblica si faceva strada il principio che l’assistenza “non era parte della carità, ma costituiva un diritto”.………………………………………………………………………………………………………………………………………. Dal maggio 1892 al 1893 Giolitti115 divenne presidente del Consiglio e rese la pressione fiscale più equa, applicando il principio della progressività delle imposte, e lasciò una relativa libertà organizzativa alle masse operaie, in particolare non reprimendo i Fasci dei lavoratori in Sicilia. Nel 1901 Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, affidò il governo a Giuseppe Zanardelli, leader della sinistra liberale, che nominò Giolitti Ministro degli interni: iniziò così l’età giolittiana attenta allo sviluppo industriale ed al miglioramento della legislazione sociale……

…………………………………………………………………………………………………………………………………..Riassumendo, la principale legislazione del lavoro prima della guerra fu la seguente:

– assicurazione obbligatoria contro gli infortuni per l’industria (1898);

– iscrizione facoltativa alla Cassa di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia (1898);

– istituzione dell’Ufficio del lavoro e del Consiglio superiore del lavoro (1902);

– regolamentazione del lavoro per le donne e i fanciulli, e del riposo settimanale (1902);

– istituzione del Consiglio per la previdenza e le assicurazioni sociali (1905), della Cassa maternità (1910), dell’INA (1911) e dell’Ispettorato del lavoro

– le leggi speciali per il Mezzogiorno (1904-1906),

– la statalizzazione delle ferrovie tra il 1904 ed il 1905,

– il suffragio universale maschile nel 1912,

– il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, sempre nel 1912, allo scopo di finanziare le pensioni di invalidità e di vecchiaia…………………………………………………………................

..........................................Nel 1891 l’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII additava ai cattolici una terza via che non fosse il socialismo od il capitalismo. Ribadiva la necessità e la possibilità di conciliare sia gli interessi degli imprenditori sia quelli degli operai. Giuseppe Toniolo (1843-1918), economista e sociologo, autore di innumerevoli saggi storici-economici, fu l’animatore di questo cattolicesimo sociale.

Nel 1898, la repressione che fece seguito alla rivolta di Milano, colpì indifferentemente socialisti e cattolici. Anche questi ultimi furono infatti accusati di preparare un complotto insurrezionale contro lo Stato. Vennero soppressi 4 comitati regionali, 70 comitati diocesani, 2.600 comitati parrocchiali, 600 sezioni giovanili e 5 circoli universitari. Molti giornali vennero chiusi. A Milano furono sciolti tutti i Comitati Cattolici (circolare del 26 maggio 1898).

Sempre verso la fine del secolo Romolo Murri, sacerdote e brillante pubblicista marchigiano, dall’interno dell’Opera dei Congressi perorava la causa della partecipazione dei cattolici alla vita politica ed un accordo con i socialisti, fondando un movimento che chiamò “Democrazia Cristiana” che finì per scontrarsi con gli intransigenti dell’Opera dei Congressi e della borghesia cattolica. Poco dopo la sua elezione, il nuovo Papa conservatore Pio X, non esitò a sciogliere nel 1904 l’Opera dei Congressi, per i grandi contrasti all’interno di essa, ed a sostituirla con tre Unioni (popolare, economico-sociale, elettorale) che avrebbero dovuto fare capo all’Azione Cattolica Italiana, ma nel contempo autorizzò i cattolici a votare candidati liberal– cattolici per impedire l’affermazione degli atei-socialisti………………………………………

………………….nella notte tra il 14 ed il 15 agosto 1893 nasceva il Partito dei Lavoratori Italiani ( (che poi cambierà il nome in Partito Socialista Italiano) con una scissione consumatasi proprio a Genova . Dopo una giornata estenuante di discussioni e di scontri alla Sala Sivori tra la componente socialista (i deputati, Agnini, Maffi e Prampolini, e Turati, Lazzari, Bissolati, Anna Kuliscioff), e quella anarchica (Gori, Pellaco, Galleani), la componente socialista si riuniva in serata in una trattoria in via Pollaioli e decideva, con l’appoggio della grande maggioranza delle Associazioni accreditate, di continuare all’indomani il congresso in un altro luogo, sancendo di fatto la rottura con gli anarchici. Costa, giunto in ritardo, pur disapprovando il comportamento degli anarchici, si ritirava dalla contesa abbandonando i lavori congressuali. Il primo partito socialista120 quindi sin dal suo nascere non accettava di confondersi con l’anarchia, l’estrema democrazia o con il repubblicanismo, voleva essere un partito di lavoratori, un partito di classe, ma si proponeva al tempo stesso non l’insurrezione ed il colpo di mano, bensì la lotta civile per la conquista dei pubblici poteri, attraverso l’organizzazione economica e politica, il parlamento e una lunga azione che accompagnasse la fatale e non anticipabile evoluzione della società………………………………………………………………………………………………………………………………I socialisti avevano colto il nuovo clima favorevole e, già al Congresso di Roma del 1900, avevano elaborato la nuova linea del partito approvando, con un solo voto contrario, il “programma minimo”.

Un programma democratico mirante alla conquista graduale del socialismo, che conteneva proposte di riforma, fra cui il suffragio universale, la libertà di organizzazione sindacale, l’abbandono della politica coloniale, il decentramento politico e amministrativo, la municipalizzazione dei servizi pubblici, la riduzione a 36 ore della settimana lavorativa e la tutela del lavoro per le donne e i fanciulli, la riforma tributaria, il miglioramento del sistema previdenziale e assistenziale, l’istruzione elementare obbligatoria e laica. Il Partito Socialista abbandonava l’intransigenza verso un Governo disposto a riforme democratiche, dandogli una fiducia che non era collaborazione tout court ma approvazione “caso per caso” delle riforme ministeriali……………………………………………………………………………………………………………………Già dopo il Congresso di Roma i riformisti incontrarono una forte opposizione nel partito di cui Antonio Labriola era la figura di maggior spicco. Egli dava voce al sindacalismo rivoluzionario e al sud d’Italia, dove non era avvenuta la rivoluzione industriale, dove la presenza del partito era poco significativa, dove esisteva una forte componente antistatalista e le rivolte contadine erano vere e proprie insurrezioni represse nel sangue. Ben presto Labriola si allineò alle teorie di George Sorel per il quale il sindacato era l’unico strumento di organizzazione e di lotta del proletariato con una funzione non solo rivendicativa, ma anche educativa. Sorel era contro la democrazia parlamentare e per l’azione diretta e violenta, la sola che consentisse la conquista di una nuova coscienza morale. Lo “sciopero generale” era il momento culminante e “sublime” di questa azione, e non aveva tanto un valore economico, quanto mitico, etico e pedagogico. Una concezione della lotta di classe volontaristica e antintellettualistica, antitetica al riformismo…………………………………………………………………..

………………………….Nemmeno i rivoluzionari seppero utilizzare appieno le forti tensioni sociali né per ottenere riforme né in una prospettiva marxista di abbattimento del potere politico e di collettivizzazione dei mezzi di produzione. Il fallimento del riformismo fu il fallimento del Partito Socialista. Che, tuttavia, lasciò in eredità ai ceti più umili la consapevolezza di poter ambire ad una vita e ad un mondo diversi.

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