Mentre nel centrosinistra impazzano le divisioni, nel centrodestra c’è intesa su premiership e colle





Mentre nel centrosinistra impazzano le divisioni, nel centrodestra c’è intesa su premiership e collegi. Tutti i dettagli sull’accordo. La nota di Paola Sacchi Startmag

E alla fine il centrodestra trova “l’accordo pieno” su premiership e collegi. Mentre nel centrosinistra impazzano le divisioni, con al centro i rapporti da tenere con l’ormai ex “alleato strategico”, il leader pentastellato Giuseppe Conte.

Pierluigi Bersani, “Articolo Uno”, avverte di stare attenti alle “fatwe”; Carlo Calenda (Azione) ribadisce il suo no ai Cinque Stelle; Luigi Di Maio (Insieme per il Futuro) invita a una “coalizione moderata contro gli estremismi dei Cinque Stelle e della destra”. Matteo Renzi appare sempre più disposto a correre da solo, fermamente convinto – come Calenda – nel suo no ai Cinque Stelle.

Enrico Letta, segretario del Pd, sembra volersi tenere aperte tutte le strade, in una sorta di fronte guazzabuglio di tutto e il loro contrario, pur di battere quella che chiama sempre destra e non centrodestra, fino all’arduo obiettivo di intercettare elettori di Forza Italia, e dice al leader di Iv: “No veti, ma sì a chi porta valore aggiunto e spirito costruttivo”.

Intanto, però, la strategia da “occhi di tigre” del leader dem registra una significativa battuta d’arresto. Va a vuoto quello che era apparso un palese tentativo di stressare il dibattito interno al centrodestra sul nodo premiership.

Dopo più di quattro ore di vertice a Montecitorio tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, con i leader delle formazioni centriste Lorenzo Cesa, Maurizio Lupi, Luigi Brugnaro, Antonio De Poli (presenti Antonio Tajani, Licia Ronzulli per FI, Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli per la Lega) è “accordo pieno” anche sulla suddivisione dei collegi.

La spunta Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, il partito dato primo dai sondaggi. La leader di FdI aveva posto con forza agli alleati il rispetto delle precedenti regole, ricordando che il suo partito quando aveva minori consensi le ha sempre rispettate. E la regola, per cui chi ha un voto in più indica il premier, resta. Ma l’accordo arriva dopo una mediazione in cui Meloni alla fermezza unisce flessibilità su alcuni punti nodali. Intanto, come aveva detto Salvini, pur dicendosi d’accordo che chi ha un voto in più propone il premier, si aspetterà che prima gli italiani si esprimano. Sottinteso: nessuna campagna del centrodestra da subito all’insegna di Meloni premier. Al termine del vertice ieri sera a tarda ora, in una nota congiunta si annuncia l’intesa.

I leader del centrodestra, si afferma, “hanno raggiunto pieno accordo e avviato il lavoro con l’obiettivo di vincere le prossime elezioni politiche e costruire un governo stabile e coeso, con un programma condiviso e innovativo”. Poi la soluzione sulla premiership: “La coalizione proporrà al presidente della Repubblica quale premier l’esponente indicato da chi avrà preso più voti”. Infine, l’intesa sui collegi: “È stata trovata un’intesa per correre insieme nei 221 collegi uninominali, selezionando i candidati più competitivi in base al consenso attribuito ai partiti.

Il centrodestra presenterà anche una lista unica nelle Circoscrizioni Estere e ha istituito il tavolo del programma che si insedierà nelle prossime ore”. La nota congiunta chiude con una secca replica alla sinistra: “L’unità del centrodestra è la migliore risposta possibile alle accuse e gli attacchi, spesso volgari (sottintesa anche la foto di ieri di Repubblica attaccata da FdI per l’effetto allusivo e irrispettoso della leader) di una sinistra ormai allo sbando, con una coalizione improvvisata, che gli italiani manderanno a casa il prossimo 25 settembre”.

Il grande quadro raffigurante la battaglia di Lepanto, con la vittoria delle flotte cristiane della “Lega Santa” contro quelle musulmane dell’impero ottomano, voluto da Unberto Bossi, sotto il quale si svolge il lungo vertice, nella Sala Bruno Salvadori a Montecitorio, intitolata sempre dal Senatùr al leader autonomista valdostano, porta, dunque, fortuna all’unità del centrodestra. Nonostante anche qualche momento di tensione in cui Berlusconi, tornato a Montecitorio dopo le consultazioni per il governo di Mario Draghi, fa sentire la sua voce di combattente e fondatore del centrodestra.

Il presidente di FI ed ex quattro volte premier chiede, ottenendo risposta positiva, che i collegi siano assegnati con una media di sondaggi che tenga conto anche del fatto che “Forza Italia è in crescita e con me in campo, con le mie uscite in tv potrà arrivare al 20 per cento”. Verso le 23 il centrodestra chiude l’accordo di coalizione. Giancarlo Giorgetti, vicesegretario leghista, esce sorridente e scherza prima di infilarsi in ascensore: “È stata trovata miracolosamente la quadra. Io ho fatto solo da verbalizzatore”. Calderoli: “È stato trovato l’algoritmo del buon senso”. Sull’indicazione del premier passa la linea di Meloni, che però si dimostra “accomodante” nella successiva trattativa sui candidati nei collegi previsti dal Rosatellum.

Ma c’è un passaggio del comunicato che dà origine a momenti di tensione, con FdI che insiste per inserire la dicitura “l’esponente indicato dal partito che avrà preso più voti”. E non semplicemente il generico “da chi ha preso più voti”: un modo per tutelarsi da possibili ripensamenti degli alleati. Ma questa versione alla fine non passa. Maliziosi osservatori fanno notare che “chi ha preso più voti” potrebbero essere anche gli eletti di Lega e FI insieme.

Per quanto riguarda la ripartizione dei candidati nei 221 collegi in cui il centrodestra correrà unito, lo schema sarà il seguente: 98 a FdI, 70 a Lega, 42 a FI-Udc e 11 a Noi con l’Italia e Coraggio Italia. “Abbiamo accettato che i candidati nei collegi fossero ripartiti secondo medie dei sondaggi proposte da Lega e FI, in cui FdI era sottostimata al 20%”, dice Ignazio La Russa. Spiega all’Agi l’esponente di FdI: “Giorgia si è mostrata molto accomodante e generosa, perché ha acconsentito alla ‘presa in carico’ della quota minima di 11 collegi destinati ai centristi”.

Salvini aveva già aperto nei giorni scorsi e il compromesso di rinviare l’indicazione del premier alla fase ‘post voto’ e di evitare una campagna elettorale attorno allo slogan ‘Meloni premier’ ottiene l’ok anche del Cavaliere che sottolinea a Meloni: “Tutti i partiti sono indispensabili per la vittoria. Bisogna governare insieme per cinque anni”.

Salvini e Berlusconi hanno lasciato il vertice poco prima del termine. Al tavolo con Meloni e i centristi, sono rimasti i leghisti Giorgetti, Calderoli e il numero due del Cav Antonio Tajani, che afferma: “È stata fatta una media dei sondaggi. Il centrodestra è unito e si candida a governare il Paese”. Salvini: “Chi prende un voto in più indica alla coalizione e soprattutto al Paese chi sarà il premier. Ora impegno per lavoro, tasse, sicurezza e riavvicinare gli italiani alla politica”. Meloni non parla, lo farà oggi alla direzione nazionale del suo partito, dato in testa a tutti gli altri.

“Giorgia, come Matteo e tanti esponenti di Forza Italia, ha tutte le credenziali e l’autorevolezza per guidare il governo. La sinistra è divisa”, afferma Berlusconi in una intervista al Quotidiano Nazionale, dicendosi soddisfatto dell’accordo raggiunto.


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