Occupazione in crescita I giovani hanno cominciato a trovare lavoro, non accadeva da 20 anni




https://www.linkiesta.it/2022/02/giovani-occupazione-crescita-lavoro/

Negli ultimi 20-25 anni essere giovani non è mai stato un vantaggio in Italia. Ogni statistica, ogni graduatoria in campo economico ha sempre visto chi ha meno di 30 o 40 anni agli ultimi posti. È per questo che quando vi sono timidi segnali di cambiamento è giusto sottolinearlo. La ripresa che l’anno scorso ha interessato anche il mondo del lavoro ha beneficiato tutti, e per la prima volta da molto tempo più coloro che hanno iniziato una carriera da poco.

Ce lo rivela il tasso di occupazione, che nel dicembre del 2021 è arrivato per i 25-34enni al 64,8%, non solo recuperando il crollo che questa fascia di età aveva subito nel 2020, ma superando anche il livello del 2019. In sostanza è dai tempi della crisi del debito che non vi è una quota di giovani al lavoro così ampia.


Anche il tasso di occupazione degli altri segmenti demografici ha visto un recupero, ma non solo è stato minore, perché minore era stato il danno provocato dalla pandemia, ma soprattutto non sono state ancora toccate le soglie raggiunte nel periodo pre-pandemico.


L’incremento della percentuale di quanti avevano un lavoro tra i 25-34enni è stato di due punti fra il dicembre del 2019 e quello del 2021. È un aumento che comprende anche il recupero del 6,5% rispetto al momento di minimo, nell’aprile 2020.


Si tratta del miglioramento più rilevante, visto che il tasso di occupazione dei 15-24enni è tornato solo agli stessi livelli di fine 2019, quello dei 35-49enni ha visto una crescita dello 0,3%, e quello dei 50-64enni è rimasto addirittura più basso, dello 0,4%.


Il dato più importante, però, al di là delle percentuali precise, è costituito dall’inversione di tendenza evidente. Nel periodo precedente, ovvero nei 6 anni circa di ripresa dopo la crisi del debito a crescere di più era stata invece proprio la proporzione di over 50 con lavoro, aumentata del ben 7,6%, mentre il tasso di occupazione dei 25-34enni era progredito molto meno, del 4,2%. Ed era accaduto nonostante, durante la difficile fase tra il 2008 e il 2013, quest’ultima fascia fosse stata la più colpita, con un crollo della percentuale di occupati di ben il 10,7%. Crollo che a sua volta seguiva la stagnazione occupazionale degli anni precedenti.


In sostanza, a differenza di quanto accaduto ora, dopo il 2013 non vi era stato alcun recupero dei livelli precedenti al fallimento di Lehman Brothers e alle recessioni seguite. Che avevano colpito più di tutti proprio la generazione nata tra il 1979 e il 1988. Quella più sfortunata, che ora rientra in quel segmento di 35-49enni che meno di tutti sta approfittando del rimbalzo dell’economia dopo la crisi pandemica. Infatti, complice anche il calo demografico, conta il 4,6% di lavoratori in meno rispetto a fine 2019.

dati istat

Meglio sta andando ai fratelli minori nati negli anni ‘90. Certo, per tornare ai tassi di occupazione, anche superiori al 70%, che interessavano i 30enni di 12-18 anni fa, ci vorrà ancora del tempo e non sappiamo se questa soglia sarà veramente raggiunta, ma il recupero è reale e fa ben sperare.

Tra i motivi che stanno favorendo i giovani nel mondo del lavoro vi sono naturalmente anche fattori non del tutto positivi. Si sa, in economia i trade off sono la regola e un vantaggio spesso si raggiunge grazie a un corrispettivo peggioramento in altri ambiti.

In questo caso l’aumento del tasso di occupazione di questa fascia di età è dovuto anche al massiccio utilizzo dei contratti a termine, nonché a una stagnazione salariale che fa sì che questi giovani costino effettivamente troppo poco, soprattutto in relazione alle loro competenze, certamente più alte di quelle dei colleghi più anziani. Conta anche il fatto che l’inverno demografico che ci ha colpito da tempo ha ridotto il numero di quanti hanno tra i 25 e i 34 anni. Questo vuol dire che ognuno di loro trova meno concorrenza nel cercare un impiego, ma anche che un domani potrebbero aggravarsi i problemi di reclutamento di nuovi lavoratori che già si vedono in alcuni settori emersi soprattutto negli ultimi mesi.


Questo porterebbe anche a incrementi salariali, più che benvenuti visto che i redditi dei giovani negli ultimi 20 anni sono rimasti fermi.

Nel frattempo vi è un ulteriore indizio del cambio di paradigma in corso, il calo degli inattivi, ovvero coloro che non lavorano né cercano un impiego.

Rispetto al periodo immediatamente precedente alla pandemia il loro numero tra i 25-34enni è sceso di ben il 5,6%. Anche qui in parte c’entrano le dinamiche demografiche, ma c’è anche dell’altro: sempre più giovani si sono messi a cercare lavoro, probabilmente anche per le maggiori difficoltà finanziarie che hanno colpito alcune famiglie dopo il covid.

E non è un caso che questa stessa generazione sia ora protagonista del fenomeno complesso della Great Resignation. Il solo fatto che si parli dei giovani perché vogliono cambiare lavoro e non solo perché non lo trovano è già una vittoria e in fondo un buon presagio per il futuro.

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