Progressisti Lombardi # 161 quindicinale di informazione progressista anticonformista.


Lo scorso aprile l’Economist aveva dedicato uno dei suoi articoli di commento a Mario Draghi, intitolandolo: “Ci si aspetta troppo da lui”. Nelle conclusioni veniva citato Machiavelli per affermare che quelli “scelti da Dio per la redenzione dell’Italia” sono stati spesso “cacciati dalla fortuna”. Il giornale britannico affermava dunque: “Chi cerca la salvezza oggi potrebbe finire altrettanto deluso”. A Novembre l’Economist ha cambiato idea Circa sei mesi dopo il bilancio del lavoro di Draghi in Italia è stato promosso in un nuovo articolo (“The Mario Magic”) in cui l’Economist riassume una lunga serie di successi, alcuni dei quali puramente politico-economici, come il miglioramento dell’outlook sul debito italiano deciso dall’agenzia di rating S&P. “L’Italia… ha provato la nuova esperienza di essere governata da un primo ministro rispettato a livello internazionale, Mario Draghi, con un’enorme maggioranza parlamentare che gli permette di trasformare rapidamente i suoi progetti in legge”, ha scritto l’Economist lo scorso 2 novembre, “sostenuta da un’efficace campagna di vaccinazione, l’economia è in forte ripresa. Il 28 ottobre Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha previsto una crescita economica quest’anno ‘probabilmente ben oltre il 6%’, anche se pochi si aspettano che il Pil dell’Italia ritrovi il suo livello pre-pandemico entro 2022”. Il problema di Draghi, per così dire, è che non avrà molto altro tempo a disposizione per proseguire il suo lavoro. “Si sa che vuole la presidenza [della Repubblica],( come questo blog aveva previsto da subito) che diventa vacante a febbraio, e se venisse scelto dovrebbe dimettersi da primo ministro”, ha scritto la rivista, “e anche se non diventasse capo dello Stato, è improbabile che rimanga al governo dopo le elezioni politiche che devono essere tenute entro la primavera del 2023”. Draghi sembra diverso da un altro banchiere Azeglio Ciampi, che aveva dei limiti nel sopravvalutare i valori econometrici, dal professore Romano Prodi incapace a fare digerire ad una maggioranza parlamentare composita ed ad una sinistra radicale folkloristica delle riforme di buon senso atte ad intaccare le rendite di ogni lobby, di Mario Monti il professore che propinò al Paese una cura da cavallo da farlo stramazzare ( la rendita e la produzione colpiti indistintamente).


Draghi sembra capace sia di spaccare trasversalmente alcuni partiti attuando una politica fondamentalmente socialdemocratica, sia di spazzare via i populisti, e ridimensionare le rendite parassitarie a favore dei ceti produttivi i soli in grado di finanziare lo stato sociale.


I Romani erano convinti che alla base di ogni successo esisteva sempre la dea FORTUNA. Forse Draghi è arrivato in un momento in cui gli italiani nauseati da tanti fallimenti politici erano disposti a concedere fiducia illimitata ad un uomo universalmente stimato. Che sia la sua autorità intellettuale e morale a tenere assieme una così grande maggioranza parlamentare.

Oppure i politici italiani lo scaricheranno dopo avere fatto il "dirty job", ed aver risanato non solo l'economia ma, ancora più importante, anche la struttura sociale del Paese.

In ogni caso un fatto è certo: i gradi cambiamenti di un Paese si verificano solo se la stragrande maggioranza del Paese decide poco a poco , ma costantemente di chiudere con il passato.

I veri "uomini della Provvidenza" sono solo quelli espressi da questa maggioranza trasversale e che vogliono favorire l'onda alimentata da uomini che credono nella giustizia sociale e nella creazione di valore.


Nell'attesa dell'elezione del Presidente della Repubblica all'inizio del prossimo anno.


Cop26Avanti con la ricerca sul nucleare verde, dice il ministro Cingolani. Il sogno di un mondo decarbonizzato gli piace, ma per arrivarci ora non si può fare a meno né del gas, né del nucleare – dice. Il dibattito a livello europeo è aperto. Il governo che sta per nascere in Germania è deciso a chiudere tutte le vecchie centrali nucleari, ma in Europa sono in pochi a voler mettere quella tecnologia nel cassetto. Il governo Draghi ha una posizione cauta. Dice Cingolani: «Sul nucleare dico di aspettare» le valutazioni della Commissione europea, «poi gli Stati prenderanno le loro decisioni», tenendo conto delle nuove tecnologie come i mini-reattori «perché dalla ricerca possono uscire soluzioni inaspettate». Entro novembre la Commissione Von der Leyen deve decidere se il nucleare vada considerata o meno un’energia rinnovabile. In un documento non ufficiale spedito a Bruxelles e diffuso ieri dall’Ansa, Parigi propone di introdurre tetti alle emissioni e la possibilità di pianificare impianti nucleari fino al 2030, puntando nel frattempo sulla tecnologia verde. Cingolani specifica: «Si tratta di tecnologie non mature, da non confondersi con quelle su cui abbiamo fatto il referendum. Dopo la tassonomia, serviranno anni di studio per valutare tre cose: la sicurezza, il costo e la quantità di scarto radioattivo per energia prodotta. Giappone, Stati Uniti, Regno Unito e Francia stanno già facendo questi studi. Vedremo che cosa esce da questi numeri e, semmai ci vorremo pensare, ci penseremo con i dati in mano». Ma solo «se è considerato verde puoi pensare di investirci, altrimenti no. E magari nel frattempo scopriremo qualcosa di completamente nuovo che renderà questa discussione inutile». Il ministro resta con i piedi per terra, ben sapendo che le fonti rinnovabili, al momento, da sole non bastano: «Per dismettere il metano dobbiamo avere continuità, puntando su un energy mix che contempli maggiore eolico e solare. Essendo però fonti intermittenti dobbiamo stabilizzare almeno il 25% del nostro fabbisogno. Significano centinaia di terawattora, servono grossi investimenti sugli accumulatori». E poiché al momento però non sappiamo quanto davvero un’energia sia verde o meno, rischiando di produrre con una persistente impronta di carbonio, Cingolani dice che bisogna aspettare la tassonomia Ue. «L’Europa deve stabilire i criteri. Quali sono le sorgenti di energia cosiddette verdi. È un lavoro fondamentale. Poi ogni Paese calibrerà autonomamente il proprio energy mix, ma bisogna fare chiarezza su dove e come». Ma a che punto siamo in Italia con la dipendenza dalle fonti fossili? «Proprio sull’Ilva ci vedremo in questi giorni al ministero», risponde Cingolani. «Lì bisogna passare dal carbone all’elettrico: inizialmente si farà col gas, ma bisogna subito predisporre il passaggio all’idrogeno. Che deve essere verde». Ma «non si fa in un anno». «Forse in tre puoi passare al gas. Per l’idrogeno, bisogna capire quanto verde si riesce a mettere in piedi».




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