Un’Italia senza bussola


Criticità. 


Piero Craveri è autore, con L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana, di una doppia scommessa intellettuale: ricostruire la nostra storia di lungo periodo e adoperare un codice interpretativo multiplo. Craveri non si fa abbacinare dalla luce nera del presente, per quanto non esiti a professare tutto il suo pessimismo: il suo sguardo conserva, lungo le quasi seicento pagine del volume, una coerente lucidità. E si impegna, nella ingegnerizzazione di un saggio così articolato, a intersecare le vicende delle istituzioni e della politica con quelle dell’economia e della società, facendo esplodere l’interpretazione dalla loro dialettica e non dalla loro semplice giustapposizione.


Prima scena: maggio 1954, Napoli, congresso della Democrazia cristiana. A prendere la parola è Ezio Vanoni: «È chiaro a ognuno di noi che l’Italia è ormai posta dinnanzi a un bivio: o essa saprà continuare a intensificare lo sforzo condotto dopo la guerra per la sua rinascita e la sua ricostruzione, o la distanza con gli altri Paesi è destinata ad accrescersi e il nostro destino potrebbe essere di cadere in condizioni quasi coloniali, dalle quali non sapremmo più riprenderci». Una delle costanti della storia emotiva dell’Italia è il perdurare del senso – assillante – di trovarsi a un bivio. Ci sono sempre due mucchi di fieno fra cui il nostro Paese, come l’asino di Buridano, non sa scegliere, correndo così il rischio di morire. Craveri mette ordine in questa dimensione psico-politica e identifica il primo passaggio a vuoto – reale, non immaginario – in cui il Paese non ha preso la strada giusta: il fallimento del centrosinistra. In questo specifico nucleo temporale e tematico del libro, viene alla luce un sentiero poco battuto dalla ricerca storica: il ruolo della pubblica amministrazione, definita da Craveri il «convitato di pietra». Antonio Giolitti, ministro del Bilancio del governo di centrosinistra, scrive sul suo diario privato il 1° gennaio 1964: «A quasi un mese dall’inizio di questa esperienza di governo, una delle prime constatazioni da registrare è quella della confusione e imprevidenza dei precedenti governi rispetto ai più gravi problemi e allo stato caotico della pubblica amministrazione». Dopo la crescita adolescenziale dell’Italia dell’immediato dopoguerra, gli anni Sessanta avrebbero dovuto consolidarne lo sviluppo del corpo e dell’anima sociale ed economica con la maturità della razionalità politica, che avrebbe dovuto discendere per li rami grazie alle attuazioni operative della pubblica amministrazione. Non è andata così.


La debolezza – per certi versi patologica e patogena – del rapporto fra politica e pubblica amministrazione è diventata una tabe (degenerazione) che ha deviato verso il basso la traiettoria storica del nostro Paese. Una traiettoria resa più piatta dal regionalismo, che ha orientato la pubblica amministrazione – nei suoi livelli e nelle sue sedimentazioni – verso un modello reale ipertrofico e distante dal binomio – sano e efficiente, nelle democrazie avanzate del Novecento – del potere e della responsabilità. In un Paese così fragile nel suo assetto istituzionale e burocratico, il ’68 e la conflittualità sindacale, l’inflazione importata dalla crisi petrolifera e i primi scricchiolii dell’economia pubblica iniziano a provocare le slabbrature che diventeranno presto divergenze: «I partiti continuavano a mantenere il controllo delle istituzioni politiche, anche se le incrinature, tra queste ultime e segmenti consistenti della società, si facevano sempre più acute, e ciascun partito poi si trovava dinnanzi al compito pregiudiziale di recuperare il consenso dei suoi referenti sociali». Una delle risposte elaborate, nell’Italia dei sulfurei anni Settanta segnati dalla violenza del terrorismo, è il consociativismo. Quello scenario – insieme paradossalmente bloccato e ultradinamico – evolve, negli anni Ottanta, in una nuova occasione mancata: lo sviluppo economico e l’apertura della società fanno il paio con la corsa inarrestabile della spesa pubblica. Tanto che il decennio successivo mostra il profilo di un Paese grasso ma estenuato, sostanzialmente incapace di scegliere – da solo e in autonomia – quale direzione imboccare.

È a quel punto che si concreta, per la terza volta nella storia della repubblica, l’idea – elaborata da Guido Carli in maniera teoricamente strutturata e vagamente profetica – del vincolo esterno: dopo l’adesione a Bretton Woods e la partecipazione alla Comunità economica europea e dopo l’ingresso nel sistema monetario europeo, ecco la firma del trattato di Maastricht e la nascita della moneta unica. L’impegno comunitario costituisce l’ambiente politico-istituzionale e economico-regolatorio in cui l’Italia, incapace di autoregolarsi con costanza e di autoriformarsi in profondità, potrà – o, meglio, dovrà – mondarsi dalle proprie inefficienze e dalle proprie tare e potrà – o, di nuovo, dovrà – assimilare pratiche e pensieri coerenti con la casa comune di Bruxelles. Il meccanismo, però, non funziona. La spesa pubblica non è intaccata. La pubblica amministrazione resta lontana dagli standard francesi o tedeschi. La selezione post euro delle nostre aziende rende ancora più evidente e irreversibile la crisi del paradigma della grande impresa avvenuta dieci anni prima. Il paesaggio industriale finale è desolante.

Nel saggio di Piero Craveri, elenchi a tutti noti di cose successe assumono – in un quadro di lungo periodo che lambisce i nostri giorni – un chiarore interpretativo diverso: «La crisi delle grandi aziende private – scrive l’autore – ha raggiunto un punto di non ritorno. Negli anni Novanta si è frantumata la Montedison dopo l'Olivetti, in crisi gia' da anni; dopo il 2000 la Telecom è stata acquistata dai francesi, la Merloni dagli americani, l’Ansaldo dai giapponesi, la Pirelli dai cinesi, l’Italcementi dai tedeschi, mentre una parte cospicua delle aziende alimentari è passata nelle mani francesi e svizzere, così anche le produzioni del lusso, tra le quali molti marchi italiani sono stati ceduti all’estero. Gli investimenti esteri nelle proprietà di imprese esistenti sono molto elevati, là dove quelli per nuove imprese sono i più bassi d’Europa. Di contro non c’è una espansione paragonabile del capitale italiano all’estero». Sì, è andata proprio così. E non è andata bene.

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