Volume II “ Breve storia della I e II Repubblica dal 1994 al 2018 e dello Stato Sociale. Capitolo 3






ABSTRACTS Dal Volume II “ Breve storia della I e II Repubblica dal 1994 al 2018 e dello Stato Sociale”. Capitolo III: Nascita, ascesa, declino dell’IRI ( Istituto Ricostruzione Industriale)

3.3 - La nascita dell’IRI

Con il crollo di Wall Street nel 1929 l’economia capitalista occidentale entrò in profonda crisi con il crollo dei consumi e della produzione…… L’Italia non fece eccezione molte delle grandi industrie e banche furono sull’orlo del fallimento…………………………………………………………………………………………………………… Mussolini, nel gennaio del 1933, affidò ad Alberto Beneduce la creazione di una holding finanziaria di Stato, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) la quale doveva:

a) accollarsi tutte le partecipazioni industriali dell’Istituto di Liquidazioni della Sofindit, della SFI e dell’Elettrofinanziaria;

b) rilevare dalle banche anche tutte le posizioni creditorie a lungo termine che esse avevano ancora in essere con le industrie;

c) provvedere da allora in avanti alla razionalizzazione ed al finanziamento delle industrie di cui aveva assunto il controllo, anche in vista di un eventuale graduale collocamento sul mercato dei loro titoli;

d) divenire, per un complesso sistema di incroci azionari, il maggiore azionista delle tre banche miste (Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, Banca di Roma)……………………………………………………………………

In questo modo l’IRI si trovò sotto il suo controllo:

1) il 100% dell’industria siderurgica bellica, di quella delle costruzioni di artiglieria e di quella di estrazione del carbone;

2) circa il 90% dei cantieri navali;

3) oltre l’80% delle società di navigazione;

4) l’80%della capacità produttiva dei vagoni ferroviari ed il 30%dei locomotori;

5) oltre il 40%dell’industria siderurgica ordinaria;

6) circa il 30%della capacità produttiva di energia elettrica;

7) il 20% dell’industria del rayon ed il 13% di quella del cotone.

………………………………. In quella fase del suo sviluppo l’IRI garantiva la sopravvivenza di settori che erano vitali per tutto il sistema produttivo italiano, anche se poco convenienti per i privati.


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IRI dal 1945.…………………………………………Dopo il disastro della seconda guerra mondiale proclamata da Mussolini senza essere obbligato, provocato, richiesto ed altamente sconsigliato, le aziende e partecipazioni dell’IRI (una miriade), censite e sopravvissute (anche ai soliti furbi), smantellato l’apparato industriale militare dimostratosi globalmente carente (aerei, navi, carri armati, cannoni, radar, sempre di qualità inferiore rispetto agli altri belligeranti) cercarono di adattarsi immediatamente alle nuove condizioni del mercato……………………………………..

Liberali e repubblicani erano favorevoli a sciogliere l’IRI (in quanto eredità del fascismo e rappresentava un’invasione dello Stato nell’economia) mentre sinistra e cattolici erano per la loro conservazione. Quest’ultima impostazione prevalse.

Un primo tacito accordo in funzione anticomunista diede ai cattolici, con il Prof. Dell’Amore, il controllo delle Casse di risparmio e delle Banche Popolari a supporto della piccola industria, mentre all’establishment laico liberale (Cuccia-Mediobanca, Mattioli-Banca Commerciale) furono affidate l’alta finanza, l’editoria, l’industria nazionale.

Un secondo tacito accordo assegnò all’industria pubblica di base, capital intensive (acciaio, petrolio, metano, elettricità), la produzione di manufatti primari per il mercato interno mentre all’industria privata la trasformazione dei manufatti di prima lavorazione in beni durevoli e consumi da destinare sia al mercato interno sia a quello internazionale dei consumi.

Si affermò un nuovo ruolo per l’IRI: sviluppare l’industria di base e le infrastrutture necessarie al Paese, non in “supplenza dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti”. Ne furono esempi lo sviluppo dell’industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell’Autostrada del Sole.

Gli aiuti americani del piano Marshall all’Italia e alla Germania (ovvio) furono la metà di quanto elargito alla Francia e Gran Bretagna. Tuttavia l’Italia ottenne dagli U.S.A crediti pari a 1.508 milioni di dollari in valuta tra il 1948 ed il 1952 pari al 2,3% del prodotto nazionale lordo che furono in parte utilizzati per modernizzare e rafforzare i settori siderurgico, elettrico, petrolchimico, meccanico, ed in parte, deludendo le aspettative degli Americani, nell’acquisto di materie prime alimentari e non americane……………………………………………………………………………………………………………………………..

3.5 - La terza via democristiana

Con l’ascesa di Fanfani al vertice della DC, negli anni 1950, si affermò la terza via democristiana: spetta al potere politico il compito di indirizzo vincolante per le imprese pubbliche, intese come mezzi per una regia pubblica dell’economia, con politiche keynesiane e di indirizzo di mercato (riequilibri settoriali, riequilibrio nord-sud, gestione anticiclica).

………………………………………………………Infine, la legge n.634 del 1957 fece obbligo di localizzare nell’Italia centro meridionale una quota non inferiore al 60% degli investimenti destinati alla creazione di nuovi impianti industriali e non inferiore al 40% degli investimenti totali. Alcuni gruppi, per evidenziare i risultati negativi derivanti dall’obbligo di investire al SUD, costituirono nuove società apposite per la gestione degli investimenti allo scopo di ottenere maggiori contribuzioni oltre al fondo di dotazione.

Mediante questa procedura le contribuzioni ottenute divennero sovvenzioni (costante ripianamento delle perdite). Si codificava così la terza via democristiana: il condizionamento dei manager pubblici miranti a soddisfare il potere pubblico con posti di lavoro (clientes), non di valore. Il deficit fu scaricato sulla collettività, ma il politico ne beneficiava con i voti. Così naufragarono le velleità keynesiane riformatrici della classe politica. Questa condotta imprenditoriale portò risultati disastrosi negli anni 1970 quando per la concorrenza internazionale e per l’impossibilità di ridurre la forza lavoro, i risultati negativi economici asserviranno i manager ai politici……………………………………………………………………………

3.8 - Uomini di successo dell’IRI: Sinigaglia, Luraghi, Jelmoni

Lo spettacolare successo di Finsider fu dovuto a Oscar Sinigaglia (figura complessa di imprenditore dell’acciaio, politico illuminato), che infuse in tutti le sue convinzioni:

a) convinzioni di marketing politico: la ricostruzione avrebbe richiesto quantità crescenti di acciaio e ferro;

b) convinzioni di marketing tecnologico: gli impianti avrebbero dovuto essere a ciclo integrale e localizzati in prossimità del mare per permettere l’uso del minerale di importazione. In Italia al contrario si utilizzava rottame di ferro. Ebbe contro i Falk capofila dei privati, che utilizzavano i rottami di ferro ed i forni elettrici;

c) convinzioni sul prodotto: laminati piani prodotti in continuo

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Tabella II.13 – Finsider, produzione di ghisa e acciaio (in tonnellate)

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Produzione di ghisa 1951……………952.615

Produzione di ghisa 1963…………3.740.665 (la quasi totalità pubblica)

Produzione di acciaio 1951……….3.740.665

Produzione di acciaio 1963…..….10.156.532 (70% pubblico)

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Tabella II.14 – Dipendenti dell’Alfa Romeo

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nel 1910…………......300

nel 1919……………2.200

nel 1937……………6.000

nel 1950……………6.000

nel 1982…………..22.000 (Arese)

nel 1982……………8.000 (Pomigliano)

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Alfa Romeo

…………………………………………………….Ma il grande capitano d’industria fu Giuseppe Luraghi che trasformò la fabbrica artigianale del Portello in un moderno stabilimento produttivo di automobili con la collaborazione dell’amico Francesco Quaroni abile organizzatore del piano di fabbricazione della Giulietta.

Dal 1961 anno in cui giunse Luraghi al 1972, i bilanci furono sempre in attivo nonostante i forti investimenti ed ammortamenti. Nel 1973 l’Alfa Romeo produceva 200 mila automobili giudicate al top nel proprio segmento di mercato, superiore in tutto alla BMW che ne produceva 182.000. Per fare fronte alla crescente produzione si costruì lo stabilimento di Arese per sostituire il Portello (ormai inghiottito dalla Grande Milano), e l'effettiva iniziò nel 1963 con la Giulia GT, e dall'anno successivo della Giulia. Alla fine degli anni sessanta ad Arese ebbero luogo delle rivendicazioni sindacali molto dure con scioperi e manifestazioni. Gli operai ottennero svariate conquiste e lo stabilimento si meritò l'appellativo di "Cattedrale dei Metalmeccanici". Fino a metà degli anni settanta Arese e l'Alfa Romeo vissero un periodo di continuo sviluppo, arrestatosi in seguito alle due crisi energetiche che causarono anche all'Alfa Romeo, come ad altre case automobilistiche sportive, un grande calo di vendite.

3.9 - L’Autostrada del Sole e l’idea vincente del pedaggio (in autofinanziamento)

Francesco Aimone Jelmoni, nato a Milano nel 1910e morto nel 1994, si era laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano. Dal 1943 al 1960 insegnò al Politecnico ed alla Cattolica. Oltre ad insegnare svolgerà un'intensa e straordinaria attività professionale, compresi gli studi e i progetti per l'Autostrada del Sole. Nel 1965 gli venne assegnato il Premio Internazionale delle Comunicazioni Cristoforo Colombo, una sorta di Nobel per i trasporti che per la prima volta andò ad un italiano.

Il 4 ottobre del 1964 venne aperto l'ultimo tratto di autostrada tra Orvieto e Chiusi. Il costo dell'Autostrada del Sole, 755 chilometri, fu di 270 miliardi di lire.

Milano e Napoli erano sempre più vicine (bastavano 10 ore di viaggio contro le 24 di prima). L' Italia era sempre più unita. La sfida era stata vinta. Progettista fu il Professore Francesco A. Jelmoni che scrisse: «La soluzione da me proposta e fermamente sostenuta, della doppia carreggiata veniva definita, anche da autorevoli tecnici ministeriali “faraonica, megalomane, surreale”, sia perché avrebbe comportato una spesa eccessiva, irragionevole, sia perché avrebbe sottratto spazio alla agricoltura…………………………..

3.11 - Gli anni ’70 in Italia. La virata

I mutamenti internazionali degli anni’ 70 colsero le imprese dell’IRI (Alfa Sud, Italsider Taranto, Gioia Tauro) nel momento in cui avevano in corso di realizzazione programmi di investimenti eccezionali, decisi nella convinzione di uno sviluppo continuo e della governabilità dei fattori produttivi.

I programmi risentivano in alcuni casi di valutazioni manageriali risultate errate, o imposte dalla politica per motivi clientelari. L’IRI soddisfaceva le richieste di sindacati, politici e banche, che sui lucravano sui finanziamenti generosamente concessi.

I tassi di incremento degli investimenti e dell’occupazione, rispetto agli anni ’60, erano tre volte maggiori di quelli del settore privato.

Ma dal 1975 iniziò una lunga serie di bilanci in rosso…………..…………………………..

3.12 - La sbandata dell’Alfa Romeo

Tuttavia, sia per la crisi mondiale dell’industria elettronica, sia per la debolezza del sistema paese, che non era in grado di attivare consistenti commesse militari e civili nel settore aerospaziale, si preferì ripiegare sull’industria automobilistica, atta a generare molta occupazione nell’area di Napoli, già industrializzata, ma ormai in crisi.

Il progetto ALFASUD. Alla fine degli anni sessanta il Governo italiano, proprietario dell'IRI e quindi dell'Alfa Romeo, decise di attuare alcune misure atte a favorire lo sviluppo del mezzogiorno. Fu imposto all'Alfa Romeo il progetto denominato “Alfasud” finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno e dal Banco di Napoli per 300 miliardi di lire. La posa della prima pietra avvenne il 28 aprile 1968 e, nonostante numerosi ritardi, dovuti anche ai molti scioperi indetti dagli operai dei cantieri aizzati da politici della zona: “voi dovrete essere assunti poiché voi siete a fare l’Alfa Sud e non quelli lì”………………………………………………………….

3.13 - Gli anni 1980. L’era di Prodi e il tentativo di risanamento

Nel 1983 Prodi[1] fu nominato presidente dell’IRI e lo fu fino al 1989. Egli denunciò l’ingerenza politica che negli ultimi 15 anni aveva trasformato l’IRI in un ospedale di aziende incurabili.

Fu intrapresa un’azione di contrasto nei confronti delle cause della crisi del gruppo attuando un programma di risanamento, di ristrutturazione, di riposizionamento delle attività e di cessione di quelle non attinenti alle missioni centrali. Venne anche promosso un processo di maggiore internazionalizzazione delle attività delle imprese controllate.

Nel 1986 Prodi accettò la proposta di acquisto dell’Alfa Romeo da parte della Fiat, giudicata dall’advisor americano First National Boston più vantaggiosa di quella avanzata dalla Ford. Il PCI ed i sindacati si erano pronunciati a favore della Ford per impedire alla Fiat di diventare monopolista in Italia. L’Alfa Romeo aveva accumulato negli ultimi 15 anni 15.000 miliardi di Lire di perdite. Nel 1989 la Commissione Cee denunciò come “aiuti di Stato dannosi alla concorrenza” i finanziamenti concessi dall’IRI all’Alfa Romeo negli anni 1985 e 1986 ed inflisse all’Italia una multa di 615 miliardi.

Romano Prodi fece quel che poteva fare limitatamente un buon professore: eliminare i rami irrimediabilmente secchi, razionalizzare le decine di aziende, obbligandole a concentrarsi su quello che sapevano fare meglio, e portarle a quotarsi in Borsa, sia per attingere nuovo denaro, sia per obbligare i managers a produrre profitto. Tutto questo senza irritare troppo i sindacati. Nella siderurgia occorreva ben altro.

L’insieme di quelle azioni consentì di ottenere risultati significativi e nel 1988 si registrò il ritorno al pareggio nei conti dell’IRI holding e di questo Prodi se ne fece sempre un vanto. Enrico Cuccia affermò invece a proposito di Prodi: “ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.”…………………………………………………………………………………………………………………..

3.16 - Le privatizzazioni degli anni 1990 ovvero l’ossessione di fare cassa per ridurre il debito

Nei primi anni 1990 l’Occidente entrò in recessione per la prima guerra del Golfo. Nella seconda parte del decennio iniziò il boom della borsa legato ai titoli Internet della New economy. Si ripeteva la storia degli anni dal 1922 al 1929 ma, per ironia della storia quegli anni videro la nascita dell’IRI, mentre gli anni del fine secolo ne testimoniarono la morte.

Il processo di unificazione europea sotto i vincoli del Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 dai 12 paesi aderenti alla Comunità Europea, fu decisivo per le sorti dell’IRI e delle sue partecipate. Il Trattato fissò i parametri di ingresso nell’area della moneta unica (Eurolandia) e a tale scopo l’Italia doveva ridurre il deficit annuo, il debito pubblico accumulato, l’inflazione e i tassi d’interesse………………………..

Nel 1993 il Commissario van Miert raggiunse un accordo con l’allora Ministro degli Esteri Beniamino Andreatta, che consentiva all’Italia di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione di stabilizzare i debiti delle sue partecipate e a ridurli ad un livello comparabile con quello delle aziende private. Questo costrinse l’Italia a privatizzare gran parte delle aziende controllate dall’IRI, che era già stato trasformato in Società per Azioni col d.l. 333/1992.

In quel periodo il sistema politico fu scosso da scandali e venne alla luce un sistema di corruzione che faceva perno sui due principali partiti politici, Democrazia Cristiana e Partito Socialista che ne furono travolti (tangentopoli). Anche il sistema delle Partecipazioni Statali venne percepito in combutta con i suddetti partiti e l’opinione pubblica vide con favore la loro privatizzazione.

…………Telecom TIM

Nel 1995 con una scissione parziale dalla casa madre nacque TIM (Telecom Italia mobile) primo operatore di telefonia mobile in Europa, controllata al 63,01% da STET. Nella discussione sul decreto di privatizzazione, una Commissione del Senato aveva raccomandato la formazione di un "nucleo stabile" di azionisti che rappresentassero circa il 18% del capitale del gruppo, mentre i manager erano a favore di una graduale privatizzazione, con una golden share in mano al Governo, (come per British Telecom, Deutsche Telekom e France Telecom).

Nel 1997 Prodi, capo del Governo, che aveva coniato lo slogan: “madre di tutte le privatizzazioni”, e Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro, erano a favore di una rapida privatizzazione che venne realizzata con la modalità del “nocciolo duro”. A conclusione dell’offerta pubblica di vendita si ricavarono 26.000 miliardi di Lire. Ma la delusione provenne dagli investitori italiani: il nocciolo duro (Fiat e San Paolo capofila) riuniva solo il 6,62% delle azioni e si sarebbe rivelato molto fragile.

Con l’incorporazione delle attività residue nella Fintecna, l’IRI cessò definitivamente le sue attività il 1° dicembre 2002.

L’Economist titolerà la fine dello Stato imprenditore, ma molti dissero “spoils system is over” letteralmente: “la spartizione del bottino è terminata” (ad opera di politici, sindacalisti, manager).

L’IRI era costata ai contribuenti Italiani 72.181miliardi di Lire (Mediobanca). Circa Il 50% delle perdite era da imputare alla siderurgia, il 20% alla Fincantieri e ad Alfa Romeo, il resto a Tirrenia (Traghetti-pur con tariffe governative) e poi ad Alitalia, Italimpianti, Italstat, Finmeccanica.

[1] Romano Prodi (Scandiano, 9 agosto 1939) è un politico ed economista italiano, Docente universitario di Economia e politica industriale all'Università di Bologna. Nel 1978 fu nominato Ministro dell'Industria nel Governo Andreotti IV. Fu chiamato alla presidenza dell'IRI dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1994. Ricoprì la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana per due volte, dal 1996 al 1998, e dal 2006 al 2008). Nella gestione dell’IRI gli furono riconosciute ottime capacità diplomatiche e ragionieristiche, grande attenzione sociale, ma scarsa imprenditorialità. Fu Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004 e Fondatore e leader dell’Ulivo, una coalizione politica dei partiti di centrosinistra.

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